La bellezza della banalità: Paura della matematica, Cameron

Scritto da: il 02.09.10
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

In Paura della matematica, diviso in due parti – la prima costituita da un unico racconto, Il ricordo del mondo, scritto nel 2008, mentre la seconda da altri sei già presenti nella raccolta In un modo o nell’altro dell’86 –, ritroviamo la consueta eleganza che contraddistingue gli scritti di Peter Cameron. E anche, naturalmente, la sua poetica.

Cameron ci dipinge coi colori pastello del quotidiano scorci (o squarci) di vita che però non hanno la pretesa di essere grandi moments of being o epiphanies rivelatori di chissà cosa: sono episodi di vita di gente comune, a guardarli bene di una banalità sconcertante. Eppure proprio per questo li sentiamo vicini.

Possono piuttosto esserci situazioni o personaggi aventi un qualcosa di eccentrico, inusitato, mai, comunque, molto marcato. Ecco allora il padre, nel primo e più recente racconto, che, ora in fin di vita, vuole rivedere per l’ultima volta il figlio ormai adulto che aveva abbandonato molti anni prima alla morte della moglie, per raccontargli un episodio che, nel suo delirio di malato terminale, sembra avere tutte le caratteristiche dell’onirico e del fantastico al punto da suggerire al figlio una constatazione quasi filosofica. O il ragazzo protagonista del primo racconto della seconda parte, Memorial Day, che, dopo il rapido risposarsi della madre divorziata, decide di non esprimersi più verbalmente e comunica soltanto intrattenendo una fitta corrispondenza con i carcerati.

Capita spesso che i protagonisti, voci narranti (tutti questi racconti sono narrati in prima persona) oltre a una storia propria, siano testimoni di una storia o situazione vissuta il più delle volte da famigliari anche piuttosto stretti che, al termine della lettura, ci si rende conto esser quella più importante della loro. E un modo di narrare – che potremmo chiamare side telling, narrazione laterale, ossia parlo di me e dei fatti miei ma con essi e grazie ad essi voglio parlare di fatti o cose accadute ad altri – che ricorre spesso in questa raccolta di racconti: lo vediamo in Paura della Matematica, Qualche scena del ‘Lago dei cigni’, o Scorrimento veloce. Nel primo, la relazione che la protagonista intesse col proprio professore di Matematica, una relazione che la protagonista, senza alcun dramma, vuole passeggera, contrasta, ponendola così in risalto, col desiderio della madre di un punto fermo, desiderio che la porterà ad un divorzio – anche questo senza drammi o tragedie – dal marito. Nel secondo, a parte la relazione gay tra i due ragazzi, la vera protagonista è la nonna che aiutano in casa e la cui memoria è ormai assai incerta e precaria, tanto da aver dimenticato anche “il grande amore della sua vita”. Nel terzo, la destinataria della deliberata, pietosa messa in scena dei protagonisti è la madre molto malata di uno di loro.

Con Compiti a casa e Lavori strani, torniamo alle bizzarrie, al comportamento lievemente anomalo dei protagonisti; e, a volte, come nel secondo dei due, non vi è neanche eccentricità, soltanto la legittima quanto banale speranza di una donna che il proprio nuovo compagno onori un giorno la promessa di matrimonio fattale qualche anno prima. Sarà anche banale, ma per lei è importante. Molto importante per la sua anonima esistenza.

Nel Michael Pechetti di Compiti a casa, con la sua tristezza cronica, possiamo già distinguere alcuni tratti che ritroveremo nel James Dunfour Sveck di Questo dolore un giorno ti sarà utile. Michael, diciottenne, scolasticamente piuttosto assenteista (simile a James che non vuole iscriversi all’università), non è un ragazzo che non ha voglia di studiare, a casa si dedica alla matematica o, meglio, all’algebra: vorrebbe trovare, risolvendo una equazione, quell’incognito quid che garantisca una matematica felicità: “trova il valore di n tale che n più qualsiasi altra cosa nella vita ti faccia sentire felice.”

Cameron narra fatti, non sembra essere scrittore delle interiorità. Ma gli bastano due righe per sottolineare un dettaglio, un modo di fare, gesti anche questi banali, una riflessione di un personaggio, ed ecco che le emozioni – spesso discrete ma non per questo meno intense, anzi, tutt’altro – si rivelano, creando al contempo e dando a quei fatti la consistenza di un’atmosfera e, non di rado le peculiarità caratteristiche di un personaggio.

Quelli di Cameron sono quadri di vita, sequenze dell’esistenza di individui, quadri che non mostrano nulla di eccezionale ma che eccezionali li rende la garbata signorilità narrativa dell’autore che sa rendere in questo modo curioso e bello, degno di essere raccontato, anche l’evento più banale delle mostre vite.

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