Infanzia di Nivasio Dolcemare, Savinio

Scritto da: il 26.08.09
Articolo scritto da . Marzia, vent'anni, studentessa di Letterature europee moderne. Ha acquisito il senso dell'orientamento contemporaneamente a quello critico grazie all'Università La Sapienza. Londinese in una presunta vita precedente. Lettrice, scribacchina e blogger. Se credesse nel Paradiso, lo vorrebbe come quello dei sogni di Virginia Wolf.

Infanzia di Nivasio Dolcemare – SavinioPrendi un romanzo che hai sentito all’università e che si intitola: Infanzia di Nivasio Dolcemare. Ok, e chi è questo Nivasio Dolcemare? Beh, bisognerebbe sapere innanzitutto chi è l’autore, Alberto Savinio. Già, ma per saperlo si dovrebbe passare per i nomi di Albert Sauvin e prima ancora di Andrea De Chirico. Un momento… non si chiamava Gorgio? Eh sì, ma il famoso pittore metafisico aveva un fratello (Andrea, appunto) e che fratello!

Uno che a dodici anni si è diplomato in pianoforte, una decina d’anni dopo è stato indicato da Apollinaire come padre della pittura surrealista e negli ultimi quindici è passato di penna in penna tra i critici contemporanei che vedono in lui una delle vette della letteratura italiana del Novecento. Uno che, insieme al fratello, è nato in Grecia figlio di italiani, è cresciuto in Germania ed ha studiato in Francia.

Si è scelto la nazionalità Italiana andando in guerra, e ha voluto far di testa sua anche col nome. Alberto Savinio, più che uno pseudonimo, è il suo nome più vero (tanto che ha passato il cognome ai figli) e l’ha preso a prestito da un tale Sauvin poligrafo francese. Poligrafo come lui insomma, che con una penna in mano è stato poeta, drammaturgo, critico musicale e di pittura, giornalista e romanziere.

Vita intrigante? E allora l’infanzia di questo Nivasio (capito il gioco di anagramma?) va proprio letta, perché quella di Nivasio altro non è che l’infanzia di Savinio, di Andrea De Chirico e, in ultima analisi, anche la nostra. È difficile fare di un lungo racconto autobiografico sulla propria fanciullezza un’immagine nitida e sincera fino all’imbarazzo della fanciullezza tout court.

Savinio ci riesce, e se agli appassionati di Novecento piacerà scoprire dettagli da pettegolezzo sugli anni ad Atene della famiglia De Chirico (chi abbia insegnato il tedesco al giovane Savinio, come siano state clamorosamente licenziate tutte le cameriere passate per la casa o chi abbia iniziato al sesso due dei più grandi artisti italiani di tutti i tempi), agli amanti della buona letteratura in genere basterà seguire le disordinate tappe d’iniziazione del protagonista alla vita (l’abbandono del vasino perché “sono un uomo, devo bastare a me stesso”, i primi sigari stordenti come droghe pesanti, la visione del primo piede femminile “tremendo strumento di lussuria”) per rimanere soddisfatti, e magari stupiti nel non aver letto di questo autore nel manuale di liceo.

Per tutto il libro si rincorrono giochi di parole e allusioni, divinità greche pezzenti e quarantenni, note a piè di pagina che sono aforismi fulminanti (“La città morta, occorre dirlo?, non è in versi. Ma per la contessa Minciaki, per la signora Trigliona, per il commendator Visanio, per i miliardi di contesse Minciaki, signore Triglione e commendatori Visani sparsi per il mondo, versi, poesia e noia sono sinonimi).

Tra un episodio scabroso di scoperta di sé e una tragicomica digressione su strambi figuri di contorno all’adolescenza di Nivasio, il ritratto della Grecia d’inizio secolo, insieme solare e stracciona, goffa e mitologica, nobile e di terzo mondo, è impagabile. Alla fine della storia, quando un inquietantissimo incontro tronca l’infanzia come un fulmine a ciel sereno, rimangono da leggere anche due raccontini e una serie di frammenti tagliati dal romanzo (tutti brani che Savinio voleva pubblicati in coda alla storia principale, nessuna aggiunta posticcia) in cui l’Ellade la fa da padrona e che, secondo le intenzioni dell’autore, servono a permettere a chi legge di non distaccarsi bruscamente con l’arrivo della fine da quei personaggi e da quella scrittura che per qualche ora gli ha tenuto compagnia.

È tutto spiegato nella densa postfazione, arricchita dal carteggio di Savinio con Mondadori nel corso della pubblicazione. Non basta per convincervi a leggerlo? Beh, allora sappiate che nelle prime pagine, dopo aver descritto con dovizia di zuccherosi particolari la “infame princesse” di pizzo e tulle con cui lo costringevano a vestirsi da piccolissimo, Nivasio Dolcemare (o Alberto Savinio, o Andrea De Chirico, come vi piace) dice di aver desiderato a lungo di fare il prete. Perchè i preti mettono quell’abito lungo e nero, pieno di bottoncini, il cui rassicurante fascino segreto e chiuso è incomprensibile per chi non ha presente come l’infanzia sia “severa, colma di fato, e ben più venerabile della vecchiaia”.

  • Sfranz

    Bella come recensione. Ne hai altre in futuro su libri di A. Savinio?

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