Il suono della mia voce, Butlin

Scritto da: il 31.12.08
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Il suono della mia voce, Ron ButlinCosa può esserci di attuale in un romanzo scozzese dell’87? Il suono della mia voce stupisce invece perché, esclusa l’assenza dei cellulari, potrebbe benissimo essere un romanzo contemporaneo.

Contemporaneo è il protagonista, un giovane dirigente d’azienda, contemporaneo l’ambiente sia familiare sia lavorativo, contemporanei i problemi dei personaggi; caratteristica, questa, che è propria dei grandi romanzi, valicare i propri confini geografici e temporali per mantenersi sempre moderni.

La vita di Morris Magellan scorre sotto la lente di un osservatore distaccato, che salta da un evento all’altro visualizzando ognuno di essi come una sequenza separata. Notevole la capacità di elidere passaggi, anche fondamentali, senza far perdere di coerenza alla narrazione: molte scene sono lasciate alla perspicacia ed immaginazione del lettore.

Una scelta non facile, ma operata in perfetta coerenza con i nuclei narrativi; Morris è infatti un alcolista, che diluisce il fango della sua vita nel “solvente universale”, ai cui black-out corrispondono perfettamente dei buchi nella narrazione. Il fango di Magellan è però affatto particolare: niente a che fare con le solite motivazioni, la sua è una vita agiata, con una bella famiglia ed un bel lavoro – questo è il suo fango, o come lui le chiama, le accuse.

Il narratore riesce però a non lasciarsi andare a giustificazioni di stampo sociologico o peggio ancora psicologico, scansando la commiserazione ed il compatimento; sono gli eventi, netti nella loro banalità apparente, a costituire il centro del romanzo, senza chiose dell’autore.

Tutto questo narrato magistralmente in seconda persona, scelta che comporta grandi difficoltà ma che può, come in questo caso, aggiungere altrettanto valore alla scrittura. Un tu continuo, estraniante sia per il narratore sia per il lettore, un tu che non si fa accusa, che resta neutrale e pone l’accento sui caratteri obiettivi della vicenda, supportato da uno stile scarno e, passatemi la boutade, sobrio.

Da leggere, prendendo a modello i consigli di Tom, con accanto una bottiglia di Courvoisier. Vuota, però.

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