Il segno del comando, D’Agata

Scritto da: il 08.01.09
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Il segno del comando, Giuseppe D'AgataL’evento che mi ha portato a parlare di questo libro del ’94, è stato il trovare in edicola la pubblicazione da parte dei fratelli Fabbri delle prime tre puntate di Il segno del comando, fiction – si direbbe adesso – in cinque puntate che andò in onda dal 16 maggio al 13 giugno del ’71 sul primo canale RAI, ch’ebbe come co-sceneggiatore e, successivamente (a quanto pare), autore del libro, Giuseppe D’Agata.

Anche se, com’è bene, non ci si rammenta il finale, si ricorda lo sceneggiato non solo perché diede il successo e la notorietà televisivi al bravissimo Ugo Pagliai – che, però, irriconoscibile compare giovanissimo in un’inchiesta del Commissario Maigret con Cervi (non ricordo quale) – ma soprattutto per la coinvolgente e ben congegnata vicenda dalle tinte fosche che si svolge spesso in ambientazioni notturne, esoteriche, che neanche tanto velatamente alludono al paranormale, al soprannaturale. Il tutto sullo sfondo di una Roma sconosciuta ai turisti fatta di stradine e vicoli, piazze, locande, osterie e case poco viste e, per questo, poco note al pubblico non residente nella capitale.

A parte la storia, la fabula, e il suo sapiente intreccio che tiene sulla corda e in stand-by lo spettatore fino alla prossima puntata, è interessante sottolineare l’uso che viene fatto dei luoghi e, con essi, del tempo. La città – una ben nota città – come Roma che per la sua storia acquisisce un’atemporalità che ben poche location cinematografiche e/o televisive possono permettersi.

A Carla Gravina bastano un vestito all’antica e un candelabro in mano (con annesse candele accese) per rasentare e oltrepassare i confini della realtà. E Roma, in quelle sequenze, diventa la Roma primo ottocentesca della quale il protagonista è alla ricerca, durante la quale affonda ad ogni passo nel mistero.

Sembra che il trapasso del tempo sia segnato dal contrapporsi del giorno e della notte, della vita romana diurna e notturna. Credo lo sceneggiato – originariamente in bianco e nero – sia impensabile a colori: anche l’oscurità narra.

E il romanzo – credo si abbia qui un caso di novelization, di scrittura posteriore alla fiction televisiva (il copyright data 1994) – riesce a restituire al lettore le atmosfere sospese di quei luoghi, quei palazzi decadenti ampi e labirintici, quei vicoli bui.

È ovvio che la novelization è una pratica narrativa che non può nascere se non dopo l’avvento del cinema e della televisione sebbene, forse, un primo illustre (quanto involontario) tentativo lo si ebbe quando Charles Lamb (1775-1834) “raccontò” assieme a sua sorella Mary (1764-1847) alcuni drammi di Shakespeare: Tales from Shakespeare (1807). Il libro fu scritto per un pubblico infantile.

Tornando a D’Agata, bello lo sceneggiato da rivedere e il romanzo che vien voglia di rileggere. Sia nella storia della TV nostrana che nella narrativa del mistero, non si può dire che ambedue non abbiano lasciato un segno. Dimostrato e suggellato dalla memoria.

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  • http://digilander.libero.it/SFranz/ SFranz

    Che strano questo commento! E’ la prima volta che lo vedo, cos’è?

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    Però! Pubblicato e ripreso nel medesimo giorno. Dovrei rallegrarmene! E’ la prima volta che mi capita.

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