Il nascondiglio, Avati

Scritto da: il 23.07.09
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Il nascondiglio - Pupi AvatiNon ho visto il film. Ma Pupi (Giuseppe) Avati mi è sempre piaciuto. E ho sempre trovato veramente ben fatte le sue pellicole horror, migliori, a mio avviso, di molte altre di suoi colleghi che, esclusivamente su questo genere, si son fatti la notorietà.

Non so se questo libro, Il nascondiglio, sia stato scritto prima, durante o dopo il film del 2007, presumo dopo. Ciò che subito si nota è lo stile filmico-visivo che porta però, a volte, ad espressioni ridondanti del tipo “aprì la porta ed entrò”: vorrei ben vedere come sarebbe potuto entrare senza prima aver aperto la porta a meno di non essere un fantasma; e in questa storia di fantasmi non ce ne sono benché nei primi capitoli si abbia l’impressione ce ne possano essere.

Non è nemmeno esatto parlare di capitoli poiché non hanno né titolo né sono numerati: sembrano più una sceneggiatura un pochino rimaneggiata per darle una forma narrativa. Il risultato giova al ritmo della vicenda la quale è un crescendo di horror sia fisico, diremmo, che umano vista l’efferatezza in sé dei fatti accaduti. E, inoltre, va detto che questo modo di scrivere è tipicamente il mostrare più il narrare propriamente detto, il che aumenta di molto l’effetto coinvolgente del lettore.

Le sorprese non finiscono nemmeno al termine del romanzo che è già un di per sé un gioco di manipolazione del Caso da parte dell’autore (in genere, non di Avati in particolare). L’ultima sorpresa la si ha nella postfazione, allorché si scopre quanto il Caso abbia potentemente agito in un lasso di tempo di più di cinquant’anni e in uno spazio ampio sì ma, anche, ben circoscritto.

Sembra che la storia sia andata a trovare Avati senza che questi abbia avuto bisogno di mettere a frutto la sua fervida immaginazione per inventarsela. Una storia di cui non abbiamo volutamente neanche fatto cenno per lasciarla gustare fino all’ultimo al lettore che sicuramente gli tornerà in mente se, turista negli Stati Uniti, avrà voglia di mangiare in un ristorante italiano.

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  • tomtraubert

    Io ho visto il film, che come tutti gli horror/gotici di Avati (La casa delle finestre che ridono, Zeder, L’arcano incantatore) è molto ben realizzato e di notevole atmosfera. Sicuramente superiore al quasi contemporaneo La Terza madre di Argento. Ho notato che ultimamente Avati accompagna quasi tutte le sue pellicole a un romanzo, è successo anche con l’ottimo Il papà di Giovanna ma in quel caso credo che il libro fosse precedente.

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    Grazie mille per la segnalazione! Inserisco subito in lista.

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  • SFranz

    Ci sarebbe parecchio da dire (criticare) sulla verisimiglianza dei fatti e delle situazioni, perché va bene il Suspension o disbelief di Coleridge, ma quando questo porta a sfiorare se non davvero al ridicolo rovina la storia.

  • SFranz

    Ci sarebbe parecchio da dire (criticare) sulla verisimiglianza dei fatti e delle situazioni, perché va bene il Suspension o disbelief di Coleridge, ma quando questo porta a sfiorare se non davvero al ridicolo rovina la storia.

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