Il fantasma della vita – Quel che resta del giorno, Ishiguro

Scritto da: il 05.11.08
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

quel che resta del giorno, kazuo ishiguroQuel che resta del giorno è un romanzo del 1989 da cui nel 1993 James Ivory trasse un bel film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson.

Già l’incipit è paradigmatico “It seems” poiché l’apparenza, la convenzione saranno il perno su cui si appoggerà tutta la narrazione in prima persona degli eventi che sono i ricordi del maggiordomo Stevens; ricordi che a poco a poco riaffiorano nella sua mente mente compie un viaggio in macchina nella bella campagna inglese, forse nel migliore periodo dell’anno per farlo, tra agosto e settembre.

Un viaggio di piacere, quasi impostogli dal suo nuovo datore di lavoro: l’americano Mr Farraday. Che lo tratta, per la prima volta, come un dipendente che deve – come tutti i dipendenti di questo mondo – godere di un periodo di ferie e non, come era forse sempre stato trattato, come una parte dell’arredamento della vecchia Darlinton Hall.

Ma questa inaspettata vacanza lo tira fuori dal suo bozzolo protettivo che era stato finora costituito proprio dalle dignitose apparenze volute e giustificate dalle convenzioni e convinzioni sociali di chi svolge un lavoro come quello di maggiordomo; che non consiste soltanto, come si vede nei film, nel portare in biblioteca il tè o il brandy al lord o al sir di turno, ma è ben altro: significa accollarsi tutte le incombenze amministrative (compresa l’assunzione e il licenziamento del personale) e logistiche di una residenza “patrizia”.

Il tutto condotto con un atteggiamento che dà l’impronta e la dignità della casa, del rango e, quindi, del ruolo che questa ha nella società, specialmente nell’alta società.

Bozzolo protettivo, si diceva, perché è giusto la consapevolezza del proprio ruolo e del proprio posto nella gerarchia della casa, che faranno da schermo alle emozioni: il forte senso del dovere impedirà e giustificherà Stevens a non assistere il padre morente.

Inoltre la stretta osservanza del rispetto dei rapporti professionali gli consentirà di non capire i sentimenti che, probabilmente, Miss Kenton, la governante (che, nella servitù, non è una semplice cameriera tuttofare, casomai una sorta di capo cameriera o direttore dell’intera servitù interna e, quindi, la mansione più importante subito dopo quella di maggiordomo), nutre nei suoi confronti, o, se non proprio sentimenti d’amore, per lo meno, un desiderio di diventare più amici.

Gli fa notare questo suo distacco, questa sua vita volutamente priva di emozioni e, del resto, così rassicurata e rassicurante da un comportamento diremmo codificato.

La mancata storia tra Stevens e Miss Kenton, sempre allusa e intuitivamente realizzabile, dà al lettore la sensazione non soltanto della vita possibile ma, anche, della narrazione possibile.

Una narrazione, alla fin fine, di qualcosa che non è mai avvenuto; per pagine e pagine viene raccontata la non vita, il nulla. E questo è possibile solo con una meravigliosa tenuta dello stile di scrittura che mostra ciò che “appare”, appunto.

Ma anche ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, e sarà improbabile sia, in Quel che resta del giorno.

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