Il condominio, Ballard

Scritto da: il 08.08.08
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Copertina @FeltrinelliCosa succede quando si costringono gruppi più o meno eterogenei di persone in un macro-ambiente impersonale, forzandone la contiguità?
E nella sottrazione sistematica di ogni moderna comodità, quali sono le tensioni primitive che affiorano?

Questo tipo di domande ha tenuto occupati in passato sia saggisti, del calibro di Edward T. Hall, per citarne uno, sia romanzieri di grande valore, come William Golding.
A domande del genere prova a rispondere anche Ballard nel romanzo Il condominio, riportandole non a studi prossemici né alla sociologia della tribù, bensì nell’alveo della contemporaneità, utilizzando come ambientazione un grattacielo.

Il grattacielo, che di per sé è un gigantesco non-luogo, si pone già dalle prime pagine come microcosmo della società umana, fedele replica delle gerarchie sociali, che si rispecchiano nelle gerarchie abitative. Un mondo con raggruppamenti orizzontali e contrapposizioni verticali.

Al vertice un creatore capriccioso, nelle vesti dell’architetto che ha progettato l’edificio, alla base l’antieroe, l’uomo primitivo; a riempire le zone di separazione una umanità sempre più “perfezionata”. Ed un campionario di violenze, rappresaglie, ostilità che sembrano grottesche.

Procedendo nella lettura il romanzo assume la forma di una forte distopia, volutamente caricaturale, ma dal sapore di vissuto. Cambia anche il rapporto tra sessi, passando da un dominio maschile ad una organizzazione matriarcale, fatta di donne succube da alcuni punti di vista e al contempo potenti.

Un interessante contrappunto è quello tra trama e scrittura: più la prima scivola verso il tribale più la seconda si fa distaccata, quasi analitica, scientifica. Ad un mondo sempre più deformato corrisponde uno stile sempre più limpido, che funge da lente pulita dietro la quale osservare.

Alcune atrocità narrate mi hanno lasciato un senso di disgusto forte, benché non diretto verso il libro quanto verso la società rappresentata, che ritengo non sia impossibile. Anche se per fortuna abbastanza lontana da farmi dire che non è ancora plausibile.

Non sento di poterlo consigliare agli animalisti o a chi non abbia uno stomaco più che corazzato, ma ritengo sia una buona lettura per esplorare gli abissi, nostri e dei nostri vicini, che spesso non vogliamo vedere.

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