Il bambino con il pigiama a righe, Boyne

Scritto da: il 24.03.09
Articolo scritto da . Non c'è Compagnia senza un elfo, perciò - aderendo al contratto nazionale delle Orecchie a Punta - eccomi qua. Ho anche un nome normale, Alessandra, ma quelli che mi chiamano così si contano sulla punta delle dita. Voglio salutare papà, mamma, e tutti quelli che mi hanno permesso di arrivare fin qui...cosa? Non è il Festival di Sanremo? E va be', dai, siate buoni!!! ;)

Il bambino con il pigiama a righe - John BoyneChi si è commosso con il capolavoro di Benigni La vita è bella, troverà senz’altro interessante anche questa favola triste dell’irlandese John Boyne: Il bambino con il pigiama a righe, che ho acquistato in una splendida edizione della BUR (dico splendida perché sia la copertina che la grafica interna mi sono apparse sopra la media).

Se anche l’aspetto del libro non fosse stato dei migliori, però, sono certa che sarei rimasta affascinata – come in effetti è accaduto – dalla storia di Bruno, il figlio di nove anni di un gerarca nazista inviato dal Fuhrer in persona a dirigere il campo di sterminio di Auschwitz. Il bambino si trova di punto in bianco in un luogo sconosciuto e totalmente diverso dalla realtà che gli è sempre stata comoda e familiare, così, per fuggire alla solitudine, cerca di esplorare per quanto possibile i dintorni della villa in cui la sua famiglia è stata trasferita e, in particolare, le vicinanze di quel reticolato oltre il quale, dalla finestra, si possono vedere molte persone tutte vestite con pigiami a righe.

Dall’altra parte del recinto c’è Shmuel, un coetaneo di Bruno, con il quale il piccolo protagonista intreccia un’amicizia che non conosce razze e religioni e che si fa più profonda giorno dopo giorno. Purtroppo la situazione è destinata a precipitare: siamo ad Auschwitz dove la felicità non esiste e non può esserci lieto fine.

Il merito di John Boyne sta nell’aver raccontato uno degli orrori più grandi del secolo scorso con un tono delicato e, proprio per questo, ancora più struggente: l’utilizzo del punto di vista del bambino, in tutta la sua ingenuità, permette al lettore di intuire la tragedia senza mai esservi posto faccia a faccia e ciò conferisce al racconto un’aura di dolcezza che porta alla commozione evitando sia il luogo comune che il facile pietismo.

Essendo, come già detto, un testo scritto calandosi nei panni di un bambino di nove anni, il linguaggio è per scelta obbligata semplice e diretto, talvolta buffo (come nelle storpiature dei nomi per cui il titolo di Hitler diventa “Il Furio”), a tratti vagamente poetico.

I personaggi sono caratterizzati in modo ottimo, a partire dai ragazzini protagonisti, passando per gli ufficiali nazisti per i quali lo sterminio razziale è un fatto normale, se non un punto d’onore, per concludere con gli elementi di contorno, quali la madre e la sorella di Bruno – forzatamente inconsapevoli del tragico teatrino a cui stanno prendendo parte – e la servitù composta da una cameriera e da un ex medico proveniente dal lager, costretto a svolgere le funzioni di cuoco, a dimostrare l’annichilimento a cui gli ebrei venivano costretti.

Il film tratto dal libro ha ottenuto un buon successo nonostante la distribuzione non certo capillare, a testimonianza del fatto che quando una storia è in grado – come questa – di far riflettere e disporre gli animi a una maggiore comprensione, vale la pena di essere raccontata.

  • Noe

    E’ tra i libri che ho in programma di acquistare e leggere!
    (quelli a breve termine, s’intende…:-p)
    Non ho visto il film, ma a questo punto conto di leggerlo dopo la lettura del libro.
    Attendo di riprendermi dalla crisi finanziaria dovuta all’acquisto dell’intera saga di Edward e Bella. (Twilight & Co.) :-D

  • Noe

    E’ tra i libri che ho in programma di acquistare e leggere!
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    Attendo di riprendermi dalla crisi finanziaria dovuta all’acquisto dell’intera saga di Edward e Bella. (Twilight & Co.) :-D

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