Il bambino che parlava con il diavolo, Evans

Scritto da: il 06.04.10
Articolo scritto da . Non c'è Compagnia senza un elfo, perciò - aderendo al contratto nazionale delle Orecchie a Punta - eccomi qua. Ho anche un nome normale, Alessandra, ma quelli che mi chiamano così si contano sulla punta delle dita. Voglio salutare papà, mamma, e tutti quelli che mi hanno permesso di arrivare fin qui...cosa? Non è il Festival di Sanremo? E va be', dai, siate buoni!!! ;)

Sto cominciando a mal sopportare gli adattamenti dei titoli italiani. Per Il bambino che parlava con il diavolo, che mostra in copertina una di quelle vecchie bambole con la mandibola spezzata, sarebbe stata d’effetto una traduzione più fedele all’originale, che sarebbe stata più o meno Un bravo bambino. Sono certa che i lettori avrebbero capito ugualmente che si tratta di un horror, anche perché è noto che la collana Vertigo Black della Newton & Compton non pubblichi solitamente le favole di Esopo.

Il romanzo rappresenta l’esordio di Justin Evans, pluripremiato in patria da pubblico e critica; di fatto quando un libro fa così tanto clamore sono portata a stare più attenta a non lasciarmi invischiare dall’entusiasmo e di solito ho ragione. In questo caso ci troviamo di fronte ad un buon horror, confezionato con tutti i crismi, ma a mio parere nemmeno avvicinabile ad un qualsiasi King.

Non significa che la lettura non sia appassionante, specie per il modo in cui la vicenda viene trattata, cioè più sul versante psicologico che su quello soprannaturale: il protagonista è George, un giovane padre che in nessun modo riesce ad avvicinarsi al figlio appena nato. Per cercare di capire questo blocco, l’uomo si rivolge ad uno psicologo ed è attraverso le sedute che torna a galla un’infanzia tenebrosa in bilico tra la malattia mentale e la possessione demoniaca.

George è infatti stato tormentato, in passato, da un amico immaginario che però non è svanito come tutti gli altri. Questo “Amico” sembra incline a suggerirgli le peggiori azioni e lo terrorizza a morte. Ma chi sarà in realtà? Forse il suo modo di affrontare il trauma della morte del padre, come pensano i dottori, oppure è come dicono gli amici dello scomparso genitore, cioè un demonio salito dagli abissi per impadronirsi della sua anima? A soli undici anni George deve affrontare il Diavolo, che però, forse, è solo un parto della sua mente malata.

Oltre alla storia ben congegnata, il punto di forza del libro è il non indulgere mai nello splatter, di modo da enfatizzare al massimo le scene puramente “horror”, come quella dell’esorcismo o del finale, piuttosto amaro. Per il resto la vicenda si dipana in un crescendo di suspence, grazie anche allo stile incisivo e privo di fronzoli.

L’approfondimento psicologico del protagonista è un altro motivo per cui il libro merita una nota positiva, benché questo vada a discapito dei personaggi secondari che restano un po’ in ombra. Sono comunque interessanti le caratterizzazioni degli amici del padre di George, ambigui quanto basta per creare attorno al bambino, a fasi alterne, un’atmosfera di angoscia o di speranza.

Il bambino che parlava con il diavolo è un buon horror psicologico, che renderà i vostri sogni un pochino più agitati, senza però tenervi tutta la notte con gli occhi fissi al soffitto in attesa del cigolio sospetto. Ma d’altronde chi vuole presentarsi al lavoro con le occhiaie?

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