I Nobel non sono solo occidentali – Vicolo del mortaio, Mahfuz

Scritto da: il 16.10.08
Articolo scritto da . Ventisette anni portati male. Editor, editore, rockstar (fallita), sceneggiatore di fumetti, professore d'Italiano e autore di racconti, ecco alcune delle mie tante vite. Attualmente suono con i Gammazita e dedico gran parte del tempo che ho a disposizione alle mie passioni: i libri, le chitarre e la mia ragazza (rigorosamente in quest’ordine). Gattofilo impenitente, sono fermamente convinto che all’estinzione del genere umano i felini domineranno la Terra.

Copertina @Feltrinelli editoreAlzi la mano chi è in grado di farmi il nome di almeno cinque vincitori del Nobel per la letteratura. Si si, lo so che è un quesito semplice, ma provate comunque a rispondere.

Ok, adesso ditemi quanti di questi scrittori non sono occidentali. Se le mie previsioni sono esatte avrete elencato esclusivamente autori occidentali, solo pochissimi avranno inserito nel loro elenco uno scrittore egiziano, cinese o giapponese.

Per colmare almeno in parte questa lacuna oggi tratteremo di un romanzo del cairota Nagib Mahfuz, per la precisione di Vicolo del mortaio.

Prima di iniziare vorrei fare una piccola precisazione: non conoscevo Mahfuz prima di leggere questo libro, non avevo proprio idea di chi fosse e solo in un secondo momento ho scoperto che si trattava di un premio Nobel e da qui ho iniziato a pormi alcuni interrogativi tra i quali quello che vi ho sottoposto nell’incipit del post.

Il romanzo tratta di una, anzi di tante, storie semplici, semplici perché tali sono le pulsioni che muovono i personaggi, «un’umanità dolente, spesso molto misera». Ambientato in un piccolo cartiere del Cairo durante la Seconda Guerra Mondiale, l’impressione che mi ha lasciato la lettura di Vicolo del mortaio è molto vicina a quel senso di fatalità che traspare dalle tragedie greche, mentre la struttura corale ricorda per certi aspetti la letteratura Verista, pur priva (fortunatamente direi) del rigore verghiano.

Mahfuz riesce, ben dosando dialoghi e digressioni atte alla riflessione, a costruire dei personaggi che, pur potendo apparire a tratti stereotipati, suscitano simpatie e antipatie: si parteggia per il giovane barbiere Al-Helwu e si prova astio verso la povera e crudele Hamida, senza dimenticare il saggio Sayyid o il vizioso Kirsha. Menzione a se stante merita lo sporco e spregevole Zaita, più bestia che uomo, impegnato in uno strano business: procurare, dietro compenso, mutilazioni definitive ad aspiranti mendicanti.

Se proprio dovessi trovare una pecca al romanzo direi che il finale è fin troppo scontato, ma credo sarebbe stato impossibile concludere Vicolo del mortaio in maniera differente, pena un banalissimo, quanto improbabile, lieto fine.

Piccola nota a margine di carattere privato: un sentito grazie a Donatella che mi ha fatto scoprire un autore interessante e mi ha aperto gli occhi su una letteratura che ho troppo a lungo ignorato.

  • http://liblog.bloglist.it/ Caym, alias Livia

    Si vede proprio che sei un professore! :)

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