«Nessuno più mi porterà nei mari del Sud».Da questi versi di Salvatore Quasimodo prende le mosse il romanzo I mari del sud, versi che stanno alla base dell’indagine sulla sparizione (o fuga?) di un ricco imprenditore edile. Pepe Carvalho, detective disincantato e gourmet cinico, è un testimone impotente sia della Storia, sia delle storie umane che incontra nelle sue avventure.
La ricerca di Stuart Pedrell, diviso fra i suoi affari e le sue passioni intellettuali, lo porta in un altro dei suoi viaggi all’interno dell’umanità e della società spagnola, e specificamente catalana: un viaggio gastronomico, un viaggio nei quartieri popolari edificati dalla speculazione di cui Pedrell è protagonista, un viaggio come sempre accompagnato da donne, pietanze meticolosamente descritte, vino bevuto “quasi si trattasse di una trasfusione bianca e fredda”, libri bruciati nel caminetto, e una popolazione di comprimari, quelli abituali come quelli occasionali, sempre vivi e pulsanti. La sensuale Yes, la figlia di Pedrell, la cagnetta Bietola, Pedrell stesso, un fantastico perdente…
Un giallo che è insomma esplorazione sociale di una Spagna uscita da poco dal franchismo (siamo nel 1979) e che si stava tuffando nelle contraddizioni della democrazia, ma che al tempo stesso sa essere un racconto umano viscerale, tragico e perfino poetico a tratti.
È di fatto a tutt’oggi il mio romanzo preferito della lunga serie “carvalhana”, un po’ per una vicenda in cui la carnalità, la disillusione intellettuale e il grande spessore umano che permeano d’abitudine Pepe e le sue storie sono focalizzati al meglio, un po’ per (o forse meglio dire malgrado) la stilettata che il finale riserva al lettore e che fa rimanere “I mari del sud” impresso a fuoco nella memoria.
Da leggere ovviamente con una “trasfusione bianca e fredda”, di Ribolla gialla.
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