Gente di Mumbai, Ghosh

Scritto da: il 27.03.09
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Gente di Mumbai - Munmun GhoshLa voce delle altre culture, solitamente poco rappresentata in Italia, negli ultimi anni ha iniziato a farsi sentire attraverso le pubblicazioni di tanti editori che hanno scelto la letteratura di luoghi non troppo conosciuti per portarla alla ribalta anche qui. Così è anche per Gente di Mumbai, che ci racconta un po’ di India quotidiana, di vita cittadina e familiare.

Al di là di Bollywood e dei facili esotismi, emerge un paese diviso tra modernità e condizioni di grande arretratezza, tra ammodernamento e tradizioni, che l’occhio occidentale non può o non vuole cogliere; e questo romanzo mette a fuoco gli uni e gli altri aspetti, le aspirazioni, le canzoni del cinema, e l’assenza d’acqua, la gioia del matrimonio e la delusione della vita coniugale.

Ogni capitolo un personaggio, ogni personaggio un pezzo della storia generale, di vita vissuta. Il tutto intorno al treno, alla ferrovia che scandisce la vita quotidiana dei pendolari e che assurge a protagonista al pari di tutti gli altri, con una sua storia che va al di là di quella del singolo; il treno indiano ricorda nella struttura e nelle descrizioni le vecchissime carrozze di terza classe italiane, luogo d’incontro e scambio, di litigi matriarcali e dialoghi festosi.

Un ruolo centrale e fortissimo è quello della famiglia nelle sue mille accezioni: la moglie sterile, il marito frustrato, il bambino in strada; ansie, gioie, dolori che si mescolano e ricorrono in tutte le pagine. Altro soggetto inespresso ma sempre presente è il quartiere popolare, in cui non c’è vivibilità ma attorno al quale ruotano le vite di gran parte dei personaggi principali.

Nonostante una certa disillusione e la capacità di dipingere situazioni di grande infelicità, Munmun Ghosh non cede mai al pessimismo né al pathos facile, mantenendo un invidiabile equilibrio e distacco, forse proprio grazie alla narrazione a staffetta. Questa separazione degli episodi origina una forma particolare di testo, a metà tra la raccolta di racconti e il romanzo vero e proprio, in cui il personaggio conduttore è quasi sempre in secondo piano.

La scrittura è ingenua (nel senso positivo) ed essenziale, senza orpelli; l’autrice lascia che siano le azioni o i pensieri dei personaggi a raccontare e raccontarsi. Lo stile è stato definito corale, ma io preferisco dire che è polifonico: non sono voci che si armonizzano su un’unica melodia, ma melodie diverse che ne compongono una più compiuta. Utilissimo il glossario al termine del volume, che aiuta a districarsi in una realtà che conosciamo poco.

Un romanzo da leggere, anche poco per volta, per comprendere un popolo col quale viviamo sempre più a contatto senza il filtro della televisione a renderlo patinato o patetico; uno sguardo, insomma, sull’India così com’è.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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