L’Idea del Male – Fantômas, Souvestre & Allain

Scritto da: il 26.08.08
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Copertina @Bookweb.itNe abbiamo sentito parlare tutti, prima o poi, in un qualche momento della nostra vita. E il nome ci ha attratto come qualcosa o qualcuno di misterioso e sinistro. Poi lo conoscemmo meglio attraverso i film anche satirici: noto quello del 1964 con Jean Marais e Louis de Funès. Ma, talvolta, i mass media mettono in ombra l’origine di ciò che presentano.

Molti sapranno che Fantômas fu un personaggio da film, non molti sapranno, invece, che fu una creatura letteraria di tali Pierre Souvestre (1874-1914) e Marcel Allain (1885-1970), creatura nata con questo primo romanzo del 1911, intitolato, appunto, né più né meno che Fantômas.
Souvestre e Allain di libri della serie di Fantômas ne scriveranno altri trentuno insieme poi, dopo la morte di Souvestre nel 1914, Allain la continuerà, scrivendone altri undici; l’ultimo romanzo data il 1963.

Fantômas è forse il più noto nella tradizione dei villain, dei “cattivi” di carta. Sei anni prima, nel luglio del 1905 in racconti apparsi nella rivista Je Sais Tout, aveva visto la luce Arsène Lupin di Maurice Leblanc (1864-1941). Erano gli anni della belle époque, a Parigi c’erano praticamente tutti gli intellettuali e artisti d’Europa e proprio in quegli anni chi teneva banco nella capitale francese era il nostro D’Annunzio (1863-1938) che stette colà in fuga dai creditori italiani, dal ’04 al ’10.

Un’epoca che si chiamava “belle” non solo per il suoi fermenti culturali, tecnico scientifici e artistici ma, anche, su questa scia, per il desiderio e la ricerca di emozioni trasgressive e forti. E queste emozioni forti poteva anche dargliele il romanzo popolare con personaggi come Fantômas o Arsenio Lupin e molti altri ormai caduti nel dimenticatoio ma che sarebbe piacevolmente curioso riscoprire.

Questo tipo di personaggi affonda le radici nei protagonisti dei romanzi d’avventura del secolo precedente, ricordiamo ad esempio il Rocambole di Pierre Alexis Ponson du Terrail (1828-1871); spesso e volentieri, eroi – o, forse meglio, antieroi – che volontariamente vivevano ai margini di una società ottimista, spensierata e ricca e che – in una maniera più o meno manifesta – giustificavano le proprie gesta trasgressive e ribelli con motivazioni anarcoidi e giustiziere, divenendo così “simpatici” ai popolani e fornendo al contempo emozioni “proibite” ai benpensanti: per questa via si può benissimo risalire alla figura di Robin Hood.

Da avventurieri anticonformisti, alcuni facevano il salto di qualità e diventavano dei veri e propri criminali, sociologicamente, forse prototipi dei serial killer dei giorni nostri e delle grandi figure di malvagio “sociale” contro le quali, ad esempio, l’agente 007 deve sempre combattere (Goldfinger, il Dr No) e salvare il mondo minacciato dalle loro mire di potere e dominio globali.

Ma non occorre venir tanto in qua nel tempo per trovare esempi di menti diabolicamente criminali; nel 1913 sulle sponde oltremanica fece la sua comparsa il genio criminale, per di più esoticamente connotato, del Dr Fu Manchu dell’inglese Sax Rohmer (pseudonimo di Arthur Henry Sarsfield Ward 1883-1959), per non parlare dell’Arthur J. Raffles, altro ladro gentiluomo, ch’era nato circa vent’anni prima nel 1890 dalla penna di Ernrest William Hornung (1866-1921). Raffles ebbe un certo successo, non eguagliando però quello del detective proposto nel 1887 dal cognato Sir Arthur Conan Doyle: Sherlock Holmes.

Nel panorama dei grandi fuorilegge, delle grandi canaglie, Fantômas è in buona compagnia, e questo primo romanzo si caratterizza per il fatto di non sembrare nemmeno comparire mai direttamente come personaggio, ma essere sempre in qualche momento della vicenda forse uno di loro e, quando il poliziotto, suo acerrimo e giurato nemico, ne comprenderà le losche trame, sarà troppo tardi.

Qui, più che un personaggio, Fantômas sembra essere l’idea stessa del Male della Malvagità. E questa sfuggente identità, quest’ambiguità di principio (letteralmente perché il romanzo comincia proprio col sottolinearla) sarà la sua fortuna oltre, naturalmente, gli efferati, spettacolari delitti, crudelmente plateali. Ma il popolo della belle époque voleva divertirsi così e, perciò, così fu divertito in un’ineccepibile logica di mercato editoriale.

ivertì quei nostri antenati ed è capace di divertire anche noi dopo quasi un secolo.

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