Eudeamon, Moak

Scritto da: il 01.06.10
Articolo scritto da . Non c'è Compagnia senza un elfo, perciò - aderendo al contratto nazionale delle Orecchie a Punta - eccomi qua. Ho anche un nome normale, Alessandra, ma quelli che mi chiamano così si contano sulla punta delle dita. Voglio salutare papà, mamma, e tutti quelli che mi hanno permesso di arrivare fin qui...cosa? Non è il Festival di Sanremo? E va be', dai, siate buoni!!! ;)

EudeamonSta diventando un caso editoriale basato sul passaparola questo Eudeamon di Erika Moak. Saranno contenti quelli della Zero91, una casa editrice che inizia a piacermi molto per via della politica (contro l’editoria a pagamento), ma anche grazie al loro catalogo, che si prospetta interessante. Questo libro, in particolare, è stato per diverso tempo disponibile come file Word sul sito dell’autrice; dopodiché il favore del pubblico si è esteso così tanto da ottenerne la pubblicazione cartacea.

Una storia editoriale sui generis per un romanzo davvero originale, che attraversa diversi generi e sfiora alcune tra le più intime corde del lettore. Il tutto senza risultare né pesante come un saggio di psicologia, né del tutto inverosimile come alcuni racconti di fantascienza.

La storia è ambientata nella città di Eudemonia dove, per mantenere l’ordine, i criminali non vengono messi in galera, bensì inguainati in tute di un particolare tipo di lattice collegato ad un sofisticatissimo software collegato direttamente ai loro cervelli – il Custodian – il quale fa in modo di isolarli completamente dalla società punendo con un dolore lancinante qualsiasi tentativo di contatto.

La guaina è quindi una “prigione mobile”, in cui i reietti devono tirare avanti, ignorati dalle persone libere e soggetti alla legge del più forte. La protagonista Katrina Nichols è una giornalista che si fa condannare spontaneamente a questa forma di “messa al bando” per poter scrivere un articolo e denunciare i soprusi che è certa questi prigionieri debbano subire. Ma qualcosa non va come ci si aspetterebbe e, dopo un lungo periodo di sofferenze, la donna inizia a vivere un’esperienza a metà tra il mistico ed il fantascientifico che la porta a conoscere un amore assoluto e totalizzante. Cosa potrebbe accadere ad un’anima strappata all’improvviso da questo stato di grazia?

Eudeamon, letteralmente, significa spirito buono e – al di là della facciata di racconto di fantascienza – è una profonda riflessione sulla solitudine e sui condizionamenti che la società impone ai suoi membri, impedendo loro di fatto di sviluppare una personalità totalmente libera, che tende all’amore assoluto. Il personaggio di Katrina affronta in solitudine tutta la gamma dell’esperienza umana dalla disperazione all’estasi finendo per ripiegarsi sempre più nel suo amore interiore che può essere visto sia come estremo egoismo e rifiuto del prossimo, sia come unico accesso al paradiso. Non è un caso che l’autrice lasci volutamente sfumato il confine tra personaggio ed Eudeamon, senza chiarire mai se lo spirito è davvero “Altro” rispetto a Katrina o se è la parte di lei più nascosta e vera, che la società la induce inevitabilmente a perdere.

Quasi tutto il libro è lavoro di introspezione: i condannati, o Bane, sono ognuno un mondo a parte, non possono parlare, scrivere, né interagire nemmeno coi propri simili. Ci sono tuttavia dei personaggi di contorno: altri Bane che incidono fortemente sulla formazione di Katrina e la guidano verso lo spirito impedendole di cedere alla disperazione, ma anche i “cattivi” della situazione ovvero i dottori del centro sperimentale che ha prodotto i Bane e che quasi con piacere sadico sottopongono i criminali al supplizio senza sapere che stanno offrendo loro le chiavi del paradiso… e poi c’è Verne, il collega hacker di Katrina, inutilmente innamorato di lei. Il mio preferito nella storia.

Secondo me, Verne è un eroe: aiuta la sua amata a recuperare il paradiso perduto senza chiederle niente in cambio e rifiuta di entrare in una guaina, perché ha paura e perché preferisce vivere. Al di là della storia raccontata, ho trovato infatti in Eudeamon anche alcuni spunti di riflessione sulla tecnologia che – a costo di parlare come mio padre, lo devo dire – finisce per allontanarci uno dall’altro. Come i Bane nelle loro guaine, anche noi finiamo forse per esser più a nostro agio dietro uno schermo, piuttosto che seduti accanto a qualcuno a parlare occhi negli occhi. Il pericolo è di trovare il ripiegamento su se stessi molto più soddisfacente dello stare in società. Una società da cui molto spesso ci sentiamo traditi e messi da parte. Dentro le nostre guaine immaginarie, invece, nulla può scalfirci.

Certo, l’esperienza estatica di Katrina invoglierebbe chiunque, ma è impossibile non fare un parallelo e trovarlo a tratti spaventoso. Ritorna l’enigma che ha portato alla ribalta il film Matrix: ciò che accade solo nel nostro cervello può considerarsi a tutti gli effetti reale?
Nel dubbio, credo che spegnerò il computer per un po’.

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