Esordi d’autore – Grimus, Rushdie

Scritto da: il 06.08.08
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Copertina @CentolibriMi ha sempre incuriosita l’opera di Salman Rushdie, famoso per i Versetti che gli hanno attirato la fatwa, ancora in corso, per quel che si sa. Per cui quando ho trovato questo suo primo “tentativo letterario”, Grimus, non ho resistito alla tentazione.
Nonostante la premessa fosse tutt’altro che incoraggiante.

Il risvolto della copertina ricorda infatti l’accoglienza a dir poco tiepida data al romanzo, tradotto e stampato a traino dei suoi più famosi successori. Insomma, il lettore è avvertito del fatto che non si appresta a leggere l’opera migliore dell’autore, ed è chiamato ad essere indulgente.

L’inizio effettivamente è arduo: il mondo cui Rushdie fa riferimento è complesso e spesso risulta un guazzabuglio in cui è difficile riconoscere elementi comprensibili. Dispersivo inoltre il modo in cui viene continuamente ridefinita questa altra realtà, che risulta quindi non organica.

La trama è piuttosto visionaria, densa di richiami alla magia, alla compresenza di più dimensioni, visibili e invisibili,e ad un simbolismo che, nonostante gli ottimi sforzi del traduttore e le note ad illuminare i passaggi più oscuri, sembra al di là della portata del lettore. Probabilmente, però, questo è dovuto all’assenza di molti riferimenti nel mondo occidentale.

Dopo la prima metà invece il paesaggio si schiarisce, i personaggi, ormai definiti, diventano comprensibili, anche se non del tutto accettabili, e la stessa trama si semplifica, rendendo riconoscibili le coppie complementari e antagoniste. Anche i simboli, ormai spiegati, trovano una collocazione.

La scrittura è effettivamente acerba, con un gusto marcato per il gioco di parole, specie per gli anagrammi; lo stile è in linea con quello che viene definito realismo magico, restando sempre al limite tra l’onirico e il reale.

Non è una lettura leggera, e forse non è la migliore per conoscere Rushdie; da intraprendere con pazienza, serenità e lentezza.

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