È tutto qui, Scandolin

Scritto da: il 06.09.10
Articolo scritto da . L'ospite inatteso è il nick che gli amici di passaggio prendono quando vogliono scrivere qualcosa su Liblog; uno, nessuno, centomila, insomma.

È tutto qui - Matteo ScandolinSe è vero che noi siamo ciò che pensiamo, la nostra storia altro non deve essere che storia di pensieri mentre facciamo altro, mentre fuori piove, mentre viaggiamo in treno o camminiamo per le calli di Venezia facendoci largo fra i turisti, mentre studiamo senza troppa convinzione un dramma di Shakespeare o aspettiamo il sonno di fianco al nostro compagno.

È tutto qui di Matteo Scandolin, edito da intermezzi, è una preziosa raccolta di brevi racconti di poche pagine ognuno. Sono piccole storie essenziali, storie di rapporti tra persone qualunque, narrate in prima persona, semplici senza essere mai banali. Sono storie di persone e ambienti, persone e città, persone e lavoro, persone e persone. Storie di oggi che non potrebbero che essere di oggi, tanto sono impastate della vita dei quasi trentenni di questo squarcio di secolo che con loro è ingeneroso.

Sono racconti sul filo della linea d’ombra, che a volte i protagonisti oltrepassano in maniera dolorosa. Piccole tragedie, un tradimento reale o immaginato, un pugno, un amore non detto, banali nella loro normalità ma dirompenti per la vita di chi le subisce. Piccole tragedie sciocche e distruttive, che i protagonisti affrontano in grande solitudine: come ben si conviene agli eroi tragici, a quell’eroe tragico che ciascuno di noi a volte è.

Protagonisti secondari senza essere di sfondo sono gli spazi. Luoghi e non luoghi al contempo, le città del nord in cui tutti i racconti si svolgono sono città quotidiane, stanziali e non città di festa, di breve passaggio, di viaggio. Fra tutte, Venezia, città dell’autore. La Venezia descritta da Scandolin è la Venezia dei veneziani, la Venezia dell’acqua alta e delle torme dei turisti. La Venezia di oggi, in cui calli e campi non sono calcati da zoccoli di broccato con il tacco troppo alto, ma da anfibi, scarpe da tennis, ballerine, e stivali di gomma quando comincia l’acqua alta. Città della memoria e della nostalgia per chi ci ha studiato e torna a trovare i compagni di corso e i baretti di dopo le lezioni, città di rassegnazione per gli altri, quelli che la chiamano casa. Una città snervante, per chi ci vive.

Scritto in una lingua ben calibrata, misurato, è tutto qui è rapido: periodi brevi, scanditi, ritmati, che ogni tanto si allargano e diventano morbidi, accoglienti. La scrittura segue la velocità dei pensieri, e il lettore, io lettrice, si sente condurre in maniera naturale.

Un libro per chi non ha mai smesso di ascoltare Guccini, per chi vive al nord e ne ha profonda nostalgia, per chi vive al sud e ha l’animo brumoso, per chi ha trent’anni oggi e sa bene cosa vuol dire avere trent’anni oggi.

Azalais

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