Complicità sororali, Abbiamo sempre vissuto nel castello, Jackson

Scritto da: il 03.02.11
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Avrebbe potuto sì intitolarsi Sorelle questo Abbiamo sempre vissuto nel castello (1962), bell’esempio di moderno gotico narrativo dell’americana Shirley Jackson (1916-1965). dove la parola “horror” è fuori luogo e, più consona a descrivere il materiale narrativo di cui l’autrice tratta, sarebbe “terror”. Un terrore che è causato da una condizione interiore malvagia che si concretizza in atti delittuosi, commessi e coperti da un affetto morboso.

Gli attori della vicenda raccontata sono sostanzialmente cinque: due sorelle Constance sui trenta, sua sorella minore Mary Katherine, diciottenne e narratrice in prima persona, l’invalido zio Julian, successivamente, il cugino Charles e tutto un paese, salvo qualche benevola eccezione, “contro” i primi tre personaggi per i quali dire che conducono nella loro bella e grande casa attorniata da molta terra, sita poco fuori dall’abitato, un’esistenza “appartata” è un eufemismo quanto mai riduttivo, specialmente nella seconda parte del romanzo.

Eppure vivono sereni e “felici” là dentro, e l’autrice è magistrale nel far intendere, nel far affiorare a poco a poco e quasi casualmente, cosa nasconda quell’evidente felicità scandita da ripetitivi, raffinati, quanto rassicuranti gesti domestici. Felicità che, più si procede nella lettura, più ci si rende conto essere malata al punto da essersi fermata sia nel tempo che nello spazio in un momento particolare, efferato e doloroso, della vita dei protagonisti.

Una felicità che in alcun modo dev’essere turbata. E della quale il cugino Charles, al suo arrivo, pur col suo fare burbero, sbrigativo e autoritario, cercherà di mostrare l’inusitata anomalia, tentando al contempo, di riportare una normalità, certamente più umana, se si vuole, ma assai meno controllabile da parte degli inquilini della casa, tanto da temerla ed evitarla. Ad ogni costo. Rischierà grosso, il cugino Charles.

La seconda parte della storia ricorda molto da vicino il romanzo di Pupi Avati Il nascondiglio, anche se qui, in questo della Jackson cambia la prospettiva: in Avati è un’inconsapevole intrusa che si accorge delle presenze anomale; nella Jackson è l’esatto contrario: sono le nascoste, le recluse che raccontano la propria vicenda da “dentro”.

Volendo, si può vedere questo Abbiamo sempre vissuto nel castello come una metafora dell’interiorità individuale dove convivono il Bene ma anche il Male, quand’anche quest’ultimo alberghi nell’apparente quanto ostentata innocenza infantile, facendo capire quanto questa, spesso decantata e indicata ad esempio, non significhi assenza del Male bensì incapacità di riconoscerlo. Non di commetterlo.

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