Come le mosche d’autunno, Némirovsky

Scritto da: il 21.10.10
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Questo breve romanzo – Come le mosche d’autunno – che la Némirovsky pubblicò nel 1931, è emotivamente denso e triste ed è una rielaborazione di proprie esperienze autobiografiche: anche lei e la sua famiglia, benestanti ebrei russi, con la guerra mondiale e Rivoluzione russa, dovettero emigrare dalla madrepatria fino a stabilirsi in Francia.

Qui questa migrazione, quest’abbandono sono principalmente vissuti e visti attraverso gli occhi di Tat’jana Ivanovna, l’anziana balia della famiglia Karin. E le situazioni umane sono sempre le stesse in tempi di guerra (le ritroveremo ancor meglio descritte nei due romanzi componenti l’incompiuta opera Suite francese: giovani che partono (e a volte ritornano, a volte no) e madri, spose (e amanti) che restano con la compagnia dei vecchi e dei bambini.

Vita dura, poco cibo, le poche cose di valore che si è riusciti a conservare bisogna tenerle ben nascoste. Oppure, ahimè, venderle per sopravvivere, poiché si è stati o ci si deve spogliare pian piano dio tutto; il poco denaro portato con sé un giorno finisce e bisogna ingegnarsi a sbarcare il lunario. La comunità di ebrei russi emigrati a Parigi può esser di conforto, ma, giorno dopo giorno, s’insinua nella mente e nel cuore sempre più inesorabile e ineluttabile la consapevolezza di qualcosa di irrimediabilmente terminato nella propria vita e nel modo di viverla: non è la giovinezza che se n’è andata e più non tornerà, è comprendere che tutta la nostra storia, personale e collettiva è entrata nel mondo dei ricordi è da lì non potrà mai davvero più tornare: pochi i giovani rimasti a cui affidare la creazione del futuro…

Quale futuro poi! Di sradicati che come le mosche d’autunno si aggirano pensosi e inquieti, da una finestra all’altra, da una parete all’altra di appartamentini angusti e poco costosi, con ancora negli occhi le proprie ampie case nella campagna russa con in mente nient’altro che il “come eravamo”. No, non c’è più futuro. E Tat’jana Ivanovna , che ne ha viste e vissute tante, lo sa. E sa anche cosa le resta da fare…

In qualche modo, Come le mosche d’autunno fa pensare a Il mondo di ieri di Stefan Zweig (1881-1942). I grandi autori ti fan capire che tutto il mondo è paese e che l’Uomo è un “monotono universo”, come lo definisce Ungaretti (1988-1970) nella Pietà del 1928. La literacy, forse consiste nel sapertelo presentare come l’amore prevertiano: quella cosa “sempre nuova che non è mai cambiata”.

  • Only

    Io e te siamo spesso in sintonia..questo è secondo me uno dei libri migliori della Nemirovsky. Io stessa pensavo di recensirlo, prima o poi. Sono felice che ci abbia pensato tu.

  • Franzato

    Ho avuto anch’io spesso la sensazione che abbiamo gusti simili. Ne ho ancora due della >Nemirosky sul comodino. Chissà quando li leggerò. Per adesso ho appena cominciato “Quella sera dorata” di Peter Cameron. Credo di aver letto (e regolarmente recensito su Liblog) tutto quel ch’è stato tradotto di Cameron e mi manca appunto questo romanzo che quando volevo leggerlo era in prestito da parenti. Ciao

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