Come eravamo – Mendel dei libri, Zweig

Scritto da: il 02.09.08
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Copertina @AdelphiDefinire Stefan Zweig (1881-1942) uno scrittore è quantomeno riduttivo. Figlio della felix Austria, egli fu un grande uomo di cultura, un pacifista ed un europeista convinto. Fu poeta, romanziere, scrisse molte novelle lunghe, fu saggista (in particolar modo di biografie), librettista (collaborò con R. Strauss), drammaturgo, viaggiatore per diletto, lavoro e anche per necessità, conferenziere e, infine (ma il timore di aver omesso involontariamente qualcosa rimane), memorialista.

Avendo davvero conosciuto il mondo, davvero le persone, credeva che l’Arte, la Cultura (con le iniziali maiuscole) potessero realmente caratterizzare l’Europa diventandone gli elementi primari della sua unione; un’unione di spiriti e di intelletti, essenzialmente. Credeva, ingenuamente, che queste nobili attività dell’animo umano avessero non soltanto idealmente la supremazia su altri desideri e valori non proprio così alti.

E cominciò a sentire i primi scricchiolii di questo mondo così rassicurante con l’avvento della Prima Guerra Mondiale ma, al termine di questa, nel ’17 poteva ancora trovare forza e fede per credere nella funzione dell’Arte e della Cultura; il salotto della sua villa a Salisburgo, dove si era stabilito, era abitualmente frequentato da artisti del calibro di Thomas Mann, Arthur Schnitzler, musicisti quali Arnold Schönberg e il nostro Arturo Toscanini (di cui farà un ritratto biografico nel ’36).

Oltre che fine bibliofilo e antiquario, viaggiando era anche entrato in possesso di manoscritti originali di Goethe, Balzac, di partiture altrettanto originali di Bach, Mozart, Beethoven.
Già nel ’29 (anno in cui questa novella uscì) l’ideologia nazista cominciava a far parlare di sé e, benché stesse in Austria, ricordò a Zweig – il quale, pur sapendolo, non lo aveva mai considerato un fattore determinante per la sua esistenza – che egli era un ebreo.

Era l’inizio della fine. L’inizio di un insensato definitivo annientamento di un mondo di valori incolpevoli di Pace, studio e raffinato buon gusto, voluto da menti a dir poco rozze e violente che, comprendeva, non sarebbe più tornato.
Un mondo che, nel titolo della propria autobiografia uscita nel ’42, volle chiamare, significativamente, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo. Capiva, Zweig, che la Cultura individuale (e anche collettiva) nulla poteva contro l’ideologia totalitaria e la forza bruta che la poneva in opera; Le sue opere verranno messe al rogo dai nazisti nel 1936.

Tutto questo viene ben rappresentato metaforicamente in Mendel dei libri. Il piccolo ebreo galiziano Jakob Mendel sta seduto da mattina a sera ad un tavolo nella sala biliardo di un famoso Caffè viennese.
È un uomo fuori dal mondo reale, che non lo interessa e gli scivola via giù per le spalle. Il suo vero mondo dove abita e dove è vero riconosciuto Signore, è quello dei libri e della carta stampata.

Ciò che non è scritto in un libro o in una rivista non esiste per lui che vive trafficando coi volumi, di consulenze bibliografiche per studenti e studiosi, cercando e trovando per loro libri anche rari; e i clienti sono anche persone note, alcune altolocate e influenti, c’è stato chi gli ha perfino offerto un lavoro migliore e più remunerativo. Ma Jakob Mendel ha preferito e preferisce così.

Non guadagna certo tanto per potersi permettere un’agiata esistenza, ma il rispetto, la considerazione, la stima, la benevolenza per la sua persona e per la sua attività son ciò che vale: non il denaro o l’eleganza di un uomo sono i parametri indispensabili per giudicarlo.

Ma venne un giorno, dopo lo scoppio della Prima Guerra mondiale, in cui un poliziotto, accompagnato da un non ben identificato collega, venne a prenderlo al Caffè e, senza nemmeno consentirgli di prendere i suoi amati libri rimasti sul tavolino, lo portò via.
Mendel tornerà al suo Caffè ma “Mendel non era più Mendel, come il mondo non era più il mondo.”

Con l’avanzare dl Nazismo e la Seconda Guerra Mondiale, neanche per il pacifista, idealista e intellettuale europeo ebreo Zweig era quello più il Mondo.
Un uomo colto che ben sapeva che “i libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio.”

Sradicato, molto lontano dalla sua Europa ormai in sfacelo, il 22 febbraio del 1942, in una modesta abitazione a Pietròpolis, una località a una sessantina di chilometri da Rio de Janeiro, Stefan Zeig e la moglie Lotte si toglievano la vita con una dose letale di Veronal.
Soli, inosservati da un Mondo che non era più il loro.

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