Ad occhi aperti, Memorie di Adriano, Yourcenar

Scritto da: il 02.07.09
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

***Avvertenza: questo libro è già stato recensito da Tom Traubert: ma poiché la lettura è un processo creativo, ritengo che sia non solo utile ma anche piacevole vedere lo stesso libro con occhi diversi. Livia***

Memorie di Adriano – Marguerite YourcenarCi sono libri la cui portata letteraria è tale da mettere in difficoltà, credo, non soltanto il critico esperto ma anche il più modesto recensore. Le Memorie di Adriano (1951) di Marguerite Yourcenar (1903-1987) è proprio uno di quelli.

È senz’altro un capolavoro ma non è poi così semplice spiegare perché lo sia a chi deve ancora leggerlo. La situazione è nota: l’imperatore Adriano (al secolo Publio Elio Traiano Adriano, 76-138 d.C.), vecchio, malato e prossimo alla fine (una volta tanto non violenta come quella di tanti suoi predecessori), racconta in una lettera a Marco Aurelio la propria vita: “la meditazione scritta d’un malato che dà udienza ai ricordi”.

E questo gli offre l’opportunità per riflessioni davvero acute, al punto da domandarsi se quello che si sta leggendo sia un romanzo (storico? filosofico?, politico?), un saggio, una biografia o che altro; e uno dei motivi per cui merita l’appellativo di capolavoro sta probabilmente nella capacità dell’autrice di far convivere e amalgamare i vari generi in un’armonia frutto dello stile scritturale al contempo semplice e raffinato, talvolta poetico.

La carriera del protagonista, la sua ascesa politica e militare e il suo stesso modo di governare ed essere Imperatore, son tutti informati da un’educazione greca che lo portano ad un equilibrio, ad un amore per la cultura e il bello probabilmente assenti in altri imperatori. “Humanitas, Felicitas, Libertas: queste belle parole incise sulle monete del mio regno, non le ho inventate io” e, tuttavia, son le tre parole-chiave che muovono e guidano sin dall’inizio della sua “amministrazione”, i suoi desideri e le sue riforme.

Dalle sue considerazioni sulle leggi, il modo di applicarle, la maniera di trattare gli schiavi, i vari tipi di schiavitù e di asservimento di cui sovente ci rendiamo a malapena conto, la condizione femminile, traspare la sua magnanimità nel senso etimologico del termine “anima grande” (come Mahatma, del resto).

Si diceva lo stile. Affascina sentirsi raccontare in prima persona da chi le ha vissute imprese, eventi e circostanze che sappiamo essere accadute poco meno di duemila anni orsono, eppure con questo escamotage dell’autobiografia ci appaiono aver avuto luogo non più di qualche decennio fa.

Accanto all’Adriano uomo pubblico e uomo d’arme, egli racconta anche la parte più privata e intima: il suo matrimonio… di Stato diremmo, in effetti inesistente e privo di eredi; il suo amore – nella mezza età – per un giovane bello, Antinoo; un amore che sarei restio definire omosessuale e troverei più esatto, invece, definire “estetico”; esso non può non ricordare La morte a Venezia (1912), anche se qui, al contrario del racconto manniano, il primo a morire è il ventenne Antinoo.

Anzi, peggio, perché è lui stesso a darsi la morte, probabilmente – suppone Adriano – per sottrarsi allo scorrere del tempo con tutto ciò che questo comporta. Ma il loro rapporto è anche più complesso: si mescolano, inestricabili, ammirazione estetica, desiderio di condividere esperienze, nonché – se ne ha spesso l’impressione – sentimenti paterni da parte dell’Imperatore. Al quale, durante la campagna per reprimere le rivolte giudaiche, si presenteranno inaspettate le prime avvisaglie del male che lo condurrà alla fine.

Tornato a Roma, quindi dovrà pensare al proprio successore che farà in modo essere – dopo una parentesi dal 138 al 160 di Antonino Pio – proprio quell’allora soltanto diciassettenne Marco Aurelio destinatario della sua lunga lettera. Marco Aurelio – oltre che imperatore filosofo e scrittore: suoi sono i Pensieri e i Ricordi – regnerà dal 161 al 180 d.C. .

Espletata quest’importante incombenza, non gliene rimane che un’ultima, altrettanto importante ma assai più personale: morire, che è forse la preoccupazione minore. Più difficile è accettare la decadenza fisica, la dipendenza, affrontare la fine vicina con dignitosa serenità, cercando “d’entrare nella morte a occhi aperti…” Ci riuscirà e, in un certo qual modo, fu una sua vittoria anche questa.

Chi non ha voglia di leggerselo (ma importanti ed interessantissimi sono anche gli appunti dell’autrice), può sentirlo leggere a questo link della RAI.

  • Noe

    Romanzo eccezionale.
    La parte, non ricordo come si chiama (forse “Seculum Aureum” ma potrei stare dicendo un’idiozia), in cui viene affrontato tutto il rapporto con Antinoo è spettacolare.

    :-)

  • Noe

    Romanzo eccezionale.
    La parte, non ricordo come si chiama (forse “Seculum Aureum” ma potrei stare dicendo un’idiozia), in cui viene affrontato tutto il rapporto con Antinoo è spettacolare.

    :-)

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