Canoso è uno dei miei neologismi preferiti, non so se l’abbia coniato qualcuno di famoso ma è così che definisco tutto ciò che attiene ai miei adorati pelosi canidi. Ed è il termine più appropriato, secondo me, per definire la tendenza attuale a dare spazio nella narrativa agli animali.
È vero, hanno sempre avuto un ruolo, sebbene marginale. Mi viene in mente Cuore di cane, per citare un libro a caso (che però non è proprio un libro sui cani, ecco), e poco più di questo (sì, sì, non scordo Cujo). Per il resto sono stati relegati a comparse, in centinaia di pubblicazioni, o sono stati protagonisti di manuali per fortuna ormai obsoleti.
Adesso invece noto la tendenza sempre maggiore a farli diventare protagonisti; partita in sordina, ormai sta diventando un vero e proprio filone, come la chick-lit, ad esempio. Tutta una narrativa che non solo si interessa agli animali, ma li erge a personaggi principali, nuclei veri e propri della narrazione. Storie di animali e altri viventi apre idealmente questa parata, e poi abbiamo l’ebook Il gatto che cadde dal sole, Io e Marley, La mia vita con George, e ultimo, fresco di stampa, L’arte di correre sotto la pioggia.
Di quest’ultimo ho letto l’anteprima grazie all’abitudine ormai diffusa di farne versioni cartacee e distribuirle in libreria. E lo trovo carino, ben scritto; strizza l’occhio al lettore che ama i cani e si fa leggere da chi non li ama. Ma soprattutto apprezzo che sia un altro passo nella diffusione della comprensione del mondo animale. Che possa servire a scardinare l’idea che “è solo un cane/gatto/cavallo” e che non sia degno di stima e affetto e garanzie come ogni altro vivente (persino l’uomo).
Non amo un’unica cosa: la tendenza al patetico, a rappresentare scene molto commoventi, a studiare l’intreccio per spingere all’emotività. Alcuni di questi libri sugli animali infatti sono costruiti in modo estremamente commerciale, con dei punti standard che sono sicuramente toccanti ma che diventano dopo un po’ stucchevoli. Rimane il senso positivo di queste pubblicazioni e l’attenzione al mondo animale che per me è un cardine essenziale dell’evoluzione umana, e spero si corregga un po’ il tiro.
Ciò detto mi chiedo se non si debba iniziare a trovare un nome per questo filone (ammesso che non l’abbia già e io lo ignori); propongo puppy-lit o pet-lit, quest’ultimo forse un po’ cacofonico ma efficace. E voi?
Aggiungo alla tua lista: “Abbaiare stanca” di Daniel Pennac
ciao
E’ vero, le storie con i cani non dovrebbero essere tutte estremamente melense.
I cani possono essere estremamente divertenti.
Quoto Abbaiare stanca, e se è vero che Qualcuno con cui correre è tratto da un libro, anche Grossman
Nulla di melenso nelle storie animalesche che mi è capitato di leggere, per fortuna. Forse un pochino in Roverandom di Tolkien… ma era tempo fa, non ricordo bene.
Qualcuno concede i ruoli di protagonisti a felini ficcanaso (impenitenti) e altri animali per tutta o quasi la propria produzione, come Lilian Jackson Brown o Rita Mae Brown.
Richard Bach, dopo il Gabbiano Jonathan Livingston degli anni ‘70, è tornato ultimamente ad allontanarsi dagli umani con i graziosi volumi delle surreali Storie dei furetti (ma sono animali solo di nome).
La domanda non cambia: si può allora parlare di pet-lit?
Probabilmente sì, se si riescono a censire abbastanza opere “canose” o “animalose”.
Lo troverei più interessante che dover constatare che siamo sommersi di cotanti vampiri da sentir elevare un genere dedicato interamente a queste creature specifiche.
Meno vampiri, più cani.