La parola a una commentatrice

Scritto da: il 09.09.09
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Riporto qui un commento di Silvia che mi è particolarmente piaciuto e che, secondo me, merita di essere messo in prima pagina:

L’editoria sta attraversando una cesura storica. La questione è molto più ampia, si tratta di cultura scritta in senso ampio.
In principio fu il papiro. Le biblioteche appartenevano a personaggi illustri che ne custodivano gelosamente i rotoli, addirittura requisendoli come bottino di guerra durante le conquiste. Durante il IV e V secolo arrivò il codice, ritenuto inizialmente, com’è ovvio, una forma “bassa” di supporto dato che, alcuni ritengono, era legato all’emergente cristianità.

Dopo circa un millennio si passò dai codici manoscritti ai libri a stampa, nel XV ex. La cultura manoscritta era a beneficio di pochissimi, un codice aveva un costo paragonabile a quello di un appartamento oggi. Veniva commissionato personalmente e doviziosamente eseguito da artigiani carta per carta. I detentori di tale sapere scritto disprezzavano l’avvento di quei prodotti scadenti e vergognosi che erano i libri a stampa. Privi di alcun valore, accessibili a una massa che ritenevano rozza, ignorante e priva di contenuti degni di essere scritti. Iniziava addirittura a delinearsi un genere di letteratura per donnine, ma si trattava di libri d’ore. E i libri a stampa imitarono la forma e le caratteristiche dei manoscritti. Ora li chiamiamo incunaboli e cinquecentine.

I libri a stampa che ora consideriamo alti prodotti culturali erano una specie di cultura POP ante litteram, venivano venduti in negozietti antesignani delle nostre librerie, ma anche su bancarelle nelle fiere. Ma il manoscritto non scomparve completamente, perlomeno non subito. C’era un’utenza (lasciatemi usare terminologie moderne) ancora legata all’elitarismo del manoscritto, che continuò a essere prodotto su loro richiesta. Ma era un prodotto DI NICCHIA.
Poi fu la volta dell’esplosione della stampa, della creazione di un bacino di lettori infinite volte più esteso dei lettori dei manoscritti.

Arrivò, con la rivoluzione industriale, l’urbanizzazione, etc, la stampa periodica, la letteratura “per donnicciole” divenne quella dei feuilleton e dei romanzucoli. Romanzucoli che ora chiamiamo Madame Bovary e consimili. I canali distributivi diventarono gli urlatori nelle piazze e le edicole.
Fino a qui si tratta di adozione di nuovi mezzi al fine di estendere la lettura. Innovazione tecnica, politica culturale e accesso all’informazione. Estendere significa quasi sempre appiattire di un po’: se ho una palla di argilla e voglio estenderne la base allargandola, devo necessariamente ridurne l’altezza. Guardiamo alla palla d’argilla come rappresentante il capitale culturale.

Nella prima parte del XX secolo fu la televisione, la radio, la diffusione ulteriore della stampa periodica. Non dubito che un editore del XV secolo proverebbe enorme disgusto nel vedere un’edicola contemporanea. La definirebbe, con termini moderni, un “vuoto store del divertimento”. Poi fu internet,la comunicazione non di massa ma su scala globale. Ancora una volta estendere e abbassare, e la palla di argilla diventa sempre più bassa, la sua base diventa enorme, ma il suo spessore è sempre più simile a un foglio di carta.

Negli ultimi decenni la televisione passa da contenitore di una variegata offerta(pensiamo ai programmi per l’alfabetizzazione oltre che al semplice intrattenimento) all’onnipresente enterteinment-show. Sullo schermo non si trova altro, il media televisivo tocca il punto (ancora) più basso dalla sua invenzione.
L’editoria non è esente da questo processo. Si tratta, come dicevo all’inizio, di accesso all’informazione e politiche culturali dettate da contingenze. Come il codice e l’incunabolo, che ora nessuno di noi riterrebbe mai prodotti svilenti e depauperanti. Ma nelle rispettive epoche era opinione corrente.
La libreria tradizionale non è al tramonto, ma vive una cesura storica analoga a quelle descritte.

Si diversifica a seconda dei canali distributivi e del pubblico di riferimento. Da un lato troviamo librerie-luna park come canale distributivo per una letteratura dello svuotamento insieme a una serie di altri prodotti multimediali o accessori. Come è sempre successo, è, che ci piaccia o no, la cultura maggioritaria, ovvero capace di coinvolgere la maggiore percentuale di pubblico.

E cosa fanno le librerie tradizionali? Non scompaiono, come non scomparvero i manoscritti con l’avvento dei libri a stampa. I libri prodotti dall’editoria tradizionale , come i manoscritti nell’epoca post-Gutenberg, diventano DI NICCHIA.
Nel ritenere avvilente tutto ciò di cui abbiamo parlato nei commenti, le librerie come megastore privi di contenuti, dobbiamo sentirci simili a coloro che, in ogni fase descritta, hanno ritenuto disgustoso e depauperante il mutamento che avevano sotto gli occhi.
Ma una cosa dobbiamo capirla.
LA NICCHIA SIAMO NOI.

  • Mushin

    Molto bello il commento di Silvia, lo condivido tranne che su alcuni punti:

    1) E’ vero che esistono macrotendenze, ma eviterei di appiattire la cosa ad una legge dei corsi e ricorsi storici. Le sfide del passaggio da manoscritto a stampa sono più diverse che simili di quelle affrontate ad esempio nel passaggio da carta a byte.

    2) Internet non sta massificando. Sicuramente estende ancora di più la portata del network di distribuzione, ma contemporaneamente crea localizzazioni e personalizzazioni impensabile nell’economia della carta. Posso oggi scrivere un libro per 3 persone. E chiedere direttamente a loro se gli è piaciuto, senza mediazione di un editore.

    3) Una conseguenza interessante di internet è che i lettori di diversi paesi con diversi bacini linguistici sono virtualmente connessi senza barriere (eccetto appunto quella linguistica). Il monopolio dell’editoria tradizionale si è sempre basato su barriere linguistiche e geografiche, che adesso non ci sono più. Così come cadono le distinzioni fra tipi di contenuto (abbiamo ipertesti multimediali) e fra chi produce cultura e chi la consuma (prosumer).

    Insomma: mi sembra che in un panorama così mutevole di nuovi vincoli ed opportunità, l’editoria stia subendo solo i primi senza raccogliere i secondi. E chiudersi nella nostalgia elitaria della carta ( lo dico da bibliofilo feticista che sono e sempre rimarrò) non sarà la soluzione. Accettare la sfida a viso aperto è invece divertente!

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    @Mushin: permettimi di dissentire su alcune affermazioni; sul punto uno secondo me le sfide sono le stesse: cambia il bacino di estensione, ma il balzo tecnologico e culturale è analogo, così come la resistenza al cambiamento e la difficoltà di adattamento.
    Internet invece di massificare moltiplica le fonti, rendendo ancor più necessario il lavoro degli editori di qualità, che oggi più di allora si devono fare garanti di un contenuto di buon livello.
    Sul terzo punto sono d’accordo, e questi sono punti da esplorare per la nuova editoria, che dovrebbe vivere tutto come opportunità, forte del bagaglio del vecchio modo e in grado di portare competenze nel nuovo. Peccato che non tutti la vivano così ;)

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    @Mushin: permettimi di dissentire su alcune affermazioni; sul punto uno secondo me le sfide sono le stesse: cambia il bacino di estensione, ma il balzo tecnologico e culturale è analogo, così come la resistenza al cambiamento e la difficoltà di adattamento.
    Internet invece di massificare moltiplica le fonti, rendendo ancor più necessario il lavoro degli editori di qualità, che oggi più di allora si devono fare garanti di un contenuto di buon livello.
    Sul terzo punto sono d’accordo, e questi sono punti da esplorare per la nuova editoria, che dovrebbe vivere tutto come opportunità, forte del bagaglio del vecchio modo e in grado di portare competenze nel nuovo. Peccato che non tutti la vivano così ;)

  • Silvia

    @ Mushin:
    Non parlavo di corsi e ricorsi storici, ma di un continuo cambiamento a cui bisogna adeguarsi. E questo nelle possibili direzioni: conformandosi a quella che definivo via maggioritaria o cercando nuove frontiere. Quindi per me il passaggio dal manoscritto alla stampa è più simile che diverso al passaggio dalla carta al byte. A un’innovazione tecnica com’era la stampa è seguita dapprima un’imitazione dei vecchi modelli, per poi svilupparsi creando ALTRI generi inusitati per assecondare la domanda di nuove e differenti utenze. In questo mi sembra più simile che diverso.
    Penso che il tuo terzo punto colga perfettamente le possibilità offerte all’editoria oggi. Adattarsi a un cambiamento che è dato di fatto.
    Ma questo va saputo fare con intelligenza.
    Come già detto, con la stampa i manoscritti non scomparirono: NON SUBITO, ma di fatto la scomparsa era quello che li aspettava. Esattamente come dici quando parli dell’editoria “legata alla carta”. E’ proprio nelle nuove opportunità, più che sfide, che va trovata non la salvezza ma l’evoluzione intelligente dell’editoria.

  • Silvia

    @ Mushin:
    Non parlavo di corsi e ricorsi storici, ma di un continuo cambiamento a cui bisogna adeguarsi. E questo nelle possibili direzioni: conformandosi a quella che definivo via maggioritaria o cercando nuove frontiere. Quindi per me il passaggio dal manoscritto alla stampa è più simile che diverso al passaggio dalla carta al byte. A un’innovazione tecnica com’era la stampa è seguita dapprima un’imitazione dei vecchi modelli, per poi svilupparsi creando ALTRI generi inusitati per assecondare la domanda di nuove e differenti utenze. In questo mi sembra più simile che diverso.
    Penso che il tuo terzo punto colga perfettamente le possibilità offerte all’editoria oggi. Adattarsi a un cambiamento che è dato di fatto.
    Ma questo va saputo fare con intelligenza.
    Come già detto, con la stampa i manoscritti non scomparirono: NON SUBITO, ma di fatto la scomparsa era quello che li aspettava. Esattamente come dici quando parli dell’editoria “legata alla carta”. E’ proprio nelle nuove opportunità, più che sfide, che va trovata non la salvezza ma l’evoluzione intelligente dell’editoria.

  • http://www.liberidileggere.it Liberi di leggere

    Indubbiamente il libro è e resta un fenomeno di nicchia. Uno strano fenomeno di nicchia, in cui tutti fingono di conoscere, amare e leggere il libro, ma in realtà nessuno lo compra. In media, un libro nuovo vende, in un anno, 3000 copie: sono poche decine i libri che vendono da 50-100.000 copie in su. 3000 copie, rapportate alla popolazione italiana, significa 1 copia ogni 20.000 italiani. Altro che nicchia. Il monoscopio ha più appassionati.

    Sono il titolare di una libreria, di quelle piccole, indipendenti, per certi versi “tradizionale”, come si dice nell’articolo. E vi assicuro che non c’è proprio più alcuna possibilità di sopravvivere, per queste librerie. Molte stanno chiudendo, la mia chiuderà entro un anno al massimo. Non c’è spazio, e non per via delle librerie “megastore”, non solo per quello.
    Il problema è duplice: la gente legge veramente poco, sono pochissimi i lettori “forti”, su cui si può lavorare con i consigli, la qualità, il servizio(cosa in cui una libreria piccola può essere combattiva); ma soprattutto, sono anni che fornitori ed editori perseguono la politica del “bestseller-ovunque”, ovvero puntano a massificare la presenza di libri facilmente vendibili, portandoli in autogrill, uffici postali, bar, tabaccherie, negozi di giocattoli, cartolerie, supermercati, OVUNQUE. Io lavoro in un centro turistico da 15.000 abitanti, dove i bestseller si trovano: in tutti i supermercati; in tutti gli uffici postali; in una tabaccheria; in un negozio di giocattoli; in qualsiasi cartoleria; su bancarelle improvvisate messe su d’estate e durante i mercati.
    Con questa politica distributiva, viene meno una fonte di guadagno indispensabile per far sopravvivere qualsiasi libreria. Nessuna libreria può reggersi puntando solo sui lettori “forti”, quelli che preferiscono Wallace a Moccia, o Murakami anzichè Paolo Giordano.
    Il fatto è che le librerie tradizionali spariranno. E sparirà anche il libro tradizionale. Fra 10-15 anni il libro sarà esattamente come un album musicale adesso: qualcuno cercherà ancora la carta, come oggi il vinile, ma il libro sarà semplicemente un file, di solito piratato e scambiato per vie illegali.
    Tanto gli scrittori, a differenza dei cantanti, sono abituati a fare la fame; e i librai stanno già preparando il loro seppuku collettivo.

  • http://www.liberidileggere.it Liberi di leggere

    Indubbiamente il libro è e resta un fenomeno di nicchia. Uno strano fenomeno di nicchia, in cui tutti fingono di conoscere, amare e leggere il libro, ma in realtà nessuno lo compra. In media, un libro nuovo vende, in un anno, 3000 copie: sono poche decine i libri che vendono da 50-100.000 copie in su. 3000 copie, rapportate alla popolazione italiana, significa 1 copia ogni 20.000 italiani. Altro che nicchia. Il monoscopio ha più appassionati.

    Sono il titolare di una libreria, di quelle piccole, indipendenti, per certi versi “tradizionale”, come si dice nell’articolo. E vi assicuro che non c’è proprio più alcuna possibilità di sopravvivere, per queste librerie. Molte stanno chiudendo, la mia chiuderà entro un anno al massimo. Non c’è spazio, e non per via delle librerie “megastore”, non solo per quello.
    Il problema è duplice: la gente legge veramente poco, sono pochissimi i lettori “forti”, su cui si può lavorare con i consigli, la qualità, il servizio(cosa in cui una libreria piccola può essere combattiva); ma soprattutto, sono anni che fornitori ed editori perseguono la politica del “bestseller-ovunque”, ovvero puntano a massificare la presenza di libri facilmente vendibili, portandoli in autogrill, uffici postali, bar, tabaccherie, negozi di giocattoli, cartolerie, supermercati, OVUNQUE. Io lavoro in un centro turistico da 15.000 abitanti, dove i bestseller si trovano: in tutti i supermercati; in tutti gli uffici postali; in una tabaccheria; in un negozio di giocattoli; in qualsiasi cartoleria; su bancarelle improvvisate messe su d’estate e durante i mercati.
    Con questa politica distributiva, viene meno una fonte di guadagno indispensabile per far sopravvivere qualsiasi libreria. Nessuna libreria può reggersi puntando solo sui lettori “forti”, quelli che preferiscono Wallace a Moccia, o Murakami anzichè Paolo Giordano.
    Il fatto è che le librerie tradizionali spariranno. E sparirà anche il libro tradizionale. Fra 10-15 anni il libro sarà esattamente come un album musicale adesso: qualcuno cercherà ancora la carta, come oggi il vinile, ma il libro sarà semplicemente un file, di solito piratato e scambiato per vie illegali.
    Tanto gli scrittori, a differenza dei cantanti, sono abituati a fare la fame; e i librai stanno già preparando il loro seppuku collettivo.

  • http://www.blogattelle.it/ massimo (blogattelle)

    io lo trovo cosí squinzio che lo farei recitare a margherita buy
    sono quattro volte che lo leggo, che significa -cos’è?: il bignamino del suo ultimo esamino?, vuole scatenare una tempestina perfettina di matitine bleuette? (vedo che in parte l’ha fatto); e questo è anche il vero limite di liblog, sceglie sempre la via piú facile, disdegnando i percorsi tortuosi, gli angoli bui: come se la letteratura -e quindi anche la sua storia- fosse un’immensa prateria; ci sono i prati, ma è fatta soprattutto di gole precipizi orridi; e nell’interlocuzione: se nascondi un riferimento, un nesso causale dietro una cortina di fumo -stai pur certo che nessuno bucherà quel velo; se ‘nvece è un tiro di scherma al mero scopo di porre in condizione chi hai di fronte di parare ed eseguire un virtuosismo -vede solo l’assalto, e mette il broncio e usa le faccine -per inciso la forma di comunicazione piú shtronza ch’esista, superata solo dalla sua evoluzione tecnologica i pupazzetti che agitano le manine, a cui qualche genio avrà pure trovato un nome tecnico che mi cascasse la lingua su’ piedi se lo dirò mai-; ho avuto la fortuna d’incontrare maestri e autentici giganti dell’arte, e vi assicuro che non toccherei l’autrice manco co’ ‘na canna dappésca -n’è d’avanzo quel media al posto di medium-, fermo restando -pe’ ‘l gusto dominante- fioccheranno per lei le proposte di lavoro, cosa che le auguro sincerissimamente giacché solo l’esercizio sviluppa l’organo, e magari tra vent’anni verrà a cercare la mia lapide per accostarle un fiore e sussurrare al marmo che in fondo, avevo ragione

    (non posso occupare da solo tutto lo spazio in prima -ultimi commenti-: per favore quel -piú- gravato in -grammatica- del 7 settembre: in conto a snow leopard traditorello, grazie; se poi qualcuno avrà la bontà di spiegarmi in base a quale comportamento razionale -avendo io scritto di pagina mai non sfiorata- mi si ritorce chi legge sicuramente piú di me, scioglierà un mistero degno di eleusi)

  • http://www.blogattelle.it/ massimo (blogattelle)

    io lo trovo cosí squinzio che lo farei recitare a margherita buy
    sono quattro volte che lo leggo, che significa -cos’è?: il bignamino del suo ultimo esamino?, vuole scatenare una tempestina perfettina di matitine bleuette? (vedo che in parte l’ha fatto); e questo è anche il vero limite di liblog, sceglie sempre la via piú facile, disdegnando i percorsi tortuosi, gli angoli bui: come se la letteratura -e quindi anche la sua storia- fosse un’immensa prateria; ci sono i prati, ma è fatta soprattutto di gole precipizi orridi; e nell’interlocuzione: se nascondi un riferimento, un nesso causale dietro una cortina di fumo -stai pur certo che nessuno bucherà quel velo; se ‘nvece è un tiro di scherma al mero scopo di porre in condizione chi hai di fronte di parare ed eseguire un virtuosismo -vede solo l’assalto, e mette il broncio e usa le faccine -per inciso la forma di comunicazione piú shtronza ch’esista, superata solo dalla sua evoluzione tecnologica i pupazzetti che agitano le manine, a cui qualche genio avrà pure trovato un nome tecnico che mi cascasse la lingua su’ piedi se lo dirò mai-; ho avuto la fortuna d’incontrare maestri e autentici giganti dell’arte, e vi assicuro che non toccherei l’autrice manco co’ ‘na canna dappésca -n’è d’avanzo quel media al posto di medium-, fermo restando -pe’ ‘l gusto dominante- fioccheranno per lei le proposte di lavoro, cosa che le auguro sincerissimamente giacché solo l’esercizio sviluppa l’organo, e magari tra vent’anni verrà a cercare la mia lapide per accostarle un fiore e sussurrare al marmo che in fondo, avevo ragione

    (non posso occupare da solo tutto lo spazio in prima -ultimi commenti-: per favore quel -piú- gravato in -grammatica- del 7 settembre: in conto a snow leopard traditorello, grazie; se poi qualcuno avrà la bontà di spiegarmi in base a quale comportamento razionale -avendo io scritto di pagina mai non sfiorata- mi si ritorce chi legge sicuramente piú di me, scioglierà un mistero degno di eleusi)

  • http://charlottebook.wordpress.com/ Carlotta

    @MAssimo: sarò scema io ma non ho capito davvero nulla di quello che hai scritto.

  • http://charlottebook.wordpress.com/ Carlotta

    @MAssimo: sarò scema io ma non ho capito davvero nulla di quello che hai scritto.

  • Elfo

    Tranquilla, siamo in due a non aver capito. Forse perchè siamo legate a realtà idiosincratiche e la nostra psiche è amalgamata in dimensioni pseudomaterialiste, ma archetipiche, in cui lo spirito prometeico, inibito dalle nostre vibrillazioni strategiche, attutisce la nostra fantasia endemica inibendo il nostro trascendentale subconscio e imbibendolo di pusillanimità adiabatica. ;)

    PS: le faccine odiose si chiamano kaoani; dal giapponese kao=viso e ani = abbreviazione di animation.

  • Elfo

    Tranquilla, siamo in due a non aver capito. Forse perchè siamo legate a realtà idiosincratiche e la nostra psiche è amalgamata in dimensioni pseudomaterialiste, ma archetipiche, in cui lo spirito prometeico, inibito dalle nostre vibrillazioni strategiche, attutisce la nostra fantasia endemica inibendo il nostro trascendentale subconscio e imbibendolo di pusillanimità adiabatica. ;)

    PS: le faccine odiose si chiamano kaoani; dal giapponese kao=viso e ani = abbreviazione di animation.

  • oloferne

    @massimo
    caro Massimo, seguo liblog dalla sua “nascita”. leggendo il tuo intervento la prima cosa a cui ho pensato è stata: «ma cosa vuol dire?».
    La prerogativa fondamentale di chi scrive dovrebbe essere la chiarezza, l’essere compreso senza dubbio alcuno da chi legge.
    Il mio è un linguaggio molto semplice perché è ciò che mi hanno insegnato al corso di comunicazioni sociale.
    Premettendo che per fortuna e ancora in Italia c’è libertà di espressione, credo di avvertire una tua certa disposizione a dare giudizi sull’operato altrui e, avendo letto altri tuoi interventi su questo blog, credo di aver ravvisato nelle tue parole una certa “gelosia” o forse solo “rancore” nei confronti di Livia.
    Mi spiace molto: non è bello declassare e banalizzare coloro che si impegnano a tenere alto il buon lessico e cercano di ricordarci la grammatica italiana.
    Per il futuro cerca di scrivere in maniera comprensibile, usa i tuoi pensieri, le tue parole e non nasconderti dietro frasi “fatte” e di dubbio gusto letterario.

  • oloferne

    @massimo
    caro Massimo, seguo liblog dalla sua “nascita”. leggendo il tuo intervento la prima cosa a cui ho pensato è stata: «ma cosa vuol dire?».
    La prerogativa fondamentale di chi scrive dovrebbe essere la chiarezza, l’essere compreso senza dubbio alcuno da chi legge.
    Il mio è un linguaggio molto semplice perché è ciò che mi hanno insegnato al corso di comunicazioni sociale.
    Premettendo che per fortuna e ancora in Italia c’è libertà di espressione, credo di avvertire una tua certa disposizione a dare giudizi sull’operato altrui e, avendo letto altri tuoi interventi su questo blog, credo di aver ravvisato nelle tue parole una certa “gelosia” o forse solo “rancore” nei confronti di Livia.
    Mi spiace molto: non è bello declassare e banalizzare coloro che si impegnano a tenere alto il buon lessico e cercano di ricordarci la grammatica italiana.
    Per il futuro cerca di scrivere in maniera comprensibile, usa i tuoi pensieri, le tue parole e non nasconderti dietro frasi “fatte” e di dubbio gusto letterario.

  • http://www.blogattelle.it/ massimo (blogattelle)

    mah, poca roba: un onesto episodio di non capitura -per il quale resto a disposizione; una filastrocca -spero- di petroliniana memoria -come sopra; una ridicola accozzaglia d’insulsità; merito mai non sfiorato, alla prossima

  • http://www.blogattelle.it/ massimo (blogattelle)

    mah, poca roba: un onesto episodio di non capitura -per il quale resto a disposizione; una filastrocca -spero- di petroliniana memoria -come sopra; una ridicola accozzaglia d’insulsità; merito mai non sfiorato, alla prossima

  • Silvia

    @ massimo (blogattelle):
    carissimo amico
    anch’io frequento liblog dalla nascita. E’ uno spazio libero, aperto, e che non indulge, come molti ad aggressioni gratuite e futili.
    Probabilmente non hai la benchè minima idea che il commento di cui parli è tratto da un articolo precedente di Livia. Se tu ti fossi premurato di leggerlo forse avresti capito il senso generale del commento, e avresti dedotto fino a che punto questo è uno spazio di libero e aperto dibattito al punto che viene lasciata la parola ai commentatori anche “in prima pagina”.
    Per il resto prova a capire, se ce la fai (dai, un piccolo sforzo), che qui nessuno parla di giganti dell’arte che tu, eletto, hai incontrato.
    Per il resto ribadisco quanto hanno detto gli altri. Non credo abbia alcun senso rispondere a ciò che hai scritto perchè ci sono persone fatte per il dialogo e altre per la vuota aggressione. Tra i primi sta Liblog, tra i secondi sembri trovarti tu. Anche qui correggimi se sbaglio, dato che ti inorgoglisce.
    Ma come vedi chi ha scritto dopo il tuo commento non si ritorce più di te, per la semplice ragione che si tratta di persone avvezze al libero e aperto confronto. Costruire, non demolire.
    Poi per quanto riguarda sciocchezze tipo usare media al posto di medium in un commento è uguale a usare ‘nvece al posto di invece. Si tratta di taglio, di scelte.
    Ti ringrazio moltissimo per la tua delicatezza nella precisazione che non toccheresti l’autrice manco co’ na canna da pesca. Mi sento sollevata.

  • Silvia

    @ massimo (blogattelle):
    carissimo amico
    anch’io frequento liblog dalla nascita. E’ uno spazio libero, aperto, e che non indulge, come molti ad aggressioni gratuite e futili.
    Probabilmente non hai la benchè minima idea che il commento di cui parli è tratto da un articolo precedente di Livia. Se tu ti fossi premurato di leggerlo forse avresti capito il senso generale del commento, e avresti dedotto fino a che punto questo è uno spazio di libero e aperto dibattito al punto che viene lasciata la parola ai commentatori anche “in prima pagina”.
    Per il resto prova a capire, se ce la fai (dai, un piccolo sforzo), che qui nessuno parla di giganti dell’arte che tu, eletto, hai incontrato.
    Per il resto ribadisco quanto hanno detto gli altri. Non credo abbia alcun senso rispondere a ciò che hai scritto perchè ci sono persone fatte per il dialogo e altre per la vuota aggressione. Tra i primi sta Liblog, tra i secondi sembri trovarti tu. Anche qui correggimi se sbaglio, dato che ti inorgoglisce.
    Ma come vedi chi ha scritto dopo il tuo commento non si ritorce più di te, per la semplice ragione che si tratta di persone avvezze al libero e aperto confronto. Costruire, non demolire.
    Poi per quanto riguarda sciocchezze tipo usare media al posto di medium in un commento è uguale a usare ‘nvece al posto di invece. Si tratta di taglio, di scelte.
    Ti ringrazio moltissimo per la tua delicatezza nella precisazione che non toccheresti l’autrice manco co’ na canna da pesca. Mi sento sollevata.

  • http://www.blogattelle.it/ massimo (blogattelle)

    significa nessun fiore sulla mia lapide?

  • http://www.blogattelle.it/ massimo (blogattelle)

    significa nessun fiore sulla mia lapide?

  • oloferne

    @massimo
    un fiore non si nega a nessuno

  • oloferne

    @massimo
    un fiore non si nega a nessuno

  • http://www.blogattelle.it/ massimo (blogattelle)

    Da Vocabolario on line
    media ‹mìidië› s. pl., ingl. [propr. «mezzi (di comunicazione)», plur. di medium che è dalla forma neutra dell’agg. lat. medius «medio»], usato in ital. al masch. pl. – Forma ellittica, frequente nell’uso internazionale, dell’espressione ingl. mass media: i giornali e gli altri media; la diffusione dei media più moderni. Talvolta il termine è adoperato inesattamente come sing.

    povera imbecille d’una treccani, non sa neanche ch’è una scelta, che roba…

    (brutto il silenzio-assenso ch’ha legittimato l’obbrobrio, e peserà: senso di giustizia, onestà intellettuale, rigore professionale, -su chi ha una coscienza, peserà)

  • http://www.blogattelle.it/ massimo (blogattelle)

    Da Vocabolario on line
    media ‹mìidië› s. pl., ingl. [propr. «mezzi (di comunicazione)», plur. di medium che è dalla forma neutra dell’agg. lat. medius «medio»], usato in ital. al masch. pl. – Forma ellittica, frequente nell’uso internazionale, dell’espressione ingl. mass media: i giornali e gli altri media; la diffusione dei media più moderni. Talvolta il termine è adoperato inesattamente come sing.

    povera imbecille d’una treccani, non sa neanche ch’è una scelta, che roba…

    (brutto il silenzio-assenso ch’ha legittimato l’obbrobrio, e peserà: senso di giustizia, onestà intellettuale, rigore professionale, -su chi ha una coscienza, peserà)

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    @massimo: se hai qualcosa da dire che riguardi il contenuto del post sei il benvenuto. Se sei qui per menar fendenti a destra e manca inizierò a moderare i tuoi interventi.
    L’argomento è interessante e sinceramente che venga monopolizzato così da diatribe inutili sull’uso di termini mi sembra ridicolo. Ti invito a non comportarti scorrettamente con i commentatori. Passi quando lo fai con me, che sono ormai abituata, ma come padrona di casa non posso consentirti di offendere i miei ospiti.

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    @massimo: se hai qualcosa da dire che riguardi il contenuto del post sei il benvenuto. Se sei qui per menar fendenti a destra e manca inizierò a moderare i tuoi interventi.
    L’argomento è interessante e sinceramente che venga monopolizzato così da diatribe inutili sull’uso di termini mi sembra ridicolo. Ti invito a non comportarti scorrettamente con i commentatori. Passi quando lo fai con me, che sono ormai abituata, ma come padrona di casa non posso consentirti di offendere i miei ospiti.

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    In tutto ciò è passato in secondo piano il commento di Liberi di Leggere, che invece è molto interessante: ti pregherei, se vuoi, di approfondire il discorso delle politiche distributive che, per molti versi, interessa anche il mio lavoro di piccolo editore.

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    In tutto ciò è passato in secondo piano il commento di Liberi di Leggere, che invece è molto interessante: ti pregherei, se vuoi, di approfondire il discorso delle politiche distributive che, per molti versi, interessa anche il mio lavoro di piccolo editore.

  • http://www.liberidileggere.it Liberi di leggere

    @ Livia: Come dicevo, sono un piccolo libraio, indipendente e giovane, nel senso che la mia libreria è aperta da pochi mesi. Trattasi praticamente di un aborto: nel senso che dopo pochi mesi sarò costretto a chiuderla, perchè andare avanti a suon di debiti non ha senso, e nel frattempo mi sono fatto l’idea che – oltre a problemi di location e locali in generale – c’è un problema più generale, che inevitabilmente segnerà il destino di tutte le piccole e medie librerie, stroncandole nel giro di pochi anni definitivamente. Per chi non ci crede, fatevi un giro in rete, posso darvi dei link, io stesso ho contato, fra varie notizie raccolte in questi mesi, la chiusura di più di una dozzina di librerie – in pochi mesi.
    Come dicevo, fra i motivi di queste chiusure c’è la politica distributiva che vige in questo paese, a differenza, pare, di altri. Qui ormai i grandi distributori sono in mano ai grandi gruppi editoriali, i quali per ammortizzare i rischi d’impresa adoperano i distributori per “spingere” i bestseller nelle grandi librerie, quelle ad alto assorbimento, a suon di sconti: tipo “prendimi 100 Faletti, col 50% di sconto”. La piccola libreria invece ne prende 10, col solito 30%. Ovviamente questo si traduce in una scontistica diversa al cliente finale: chi ha il 50, può tranquillamente rivendere col 15-20% di sconto. Chi ha il 30(ovvero il 27 netto), può al massimo fare il 5-10%, e già è tanto.
    Ma a parte questo ovvio problema, e il problema del meccanismo delle rese – che agevola chi ha alle spalle grossi capitali, che si può permettere una esposizione finanziaria che la piccola libreria non può sostenere (ovvero: prendo 100.000 euro di libri, e poi ne restituisco 25.000 fra tre mesi; come fa il piccolo libraio a sopportare esposizioni del genere?), meccanismo che a sua volta pesa sugli sconti concessi ai piccoli librai, e che andrebbe sostanzialmente abolito – a parte anche questo meccanismo, c’è la politica, come dicevo, del bestseller OVUNQUE.
    Il fatto è che i distributori, e ancor più i grossisti, trovano molto più facile lavorare con i bestseller, i libri in classifica, o cmq le novità degli autori già affermati, quelli che “si vendono da soli”. Così non devono affrontare rischi particolari: si tratta solo di prendere un grande quantitativo, che so, di Kinsella e trovare un numero sufficiente di rivendite a cui piazzarlo. Al grossista non importa nulla se si tratta di librerie o di negozi di saponi. Basta che gli prendano x copie di Kinsella. E’ roba da smaltire.
    Sicchè io mi ritrovo con un promotore che viene qui e si vanta, non so se mi spiego, di come il grossista che rappresenta è stato in grado, negli ultimi anni, di portare i libri (i bestseller, s’intende) anche in negozi che nulla hanno a che fare con le librerie. La sua politica è “se riusciamo a mettere il libro ovunque, il peso delle grosse catene di librerie diminuirà”.
    La realtà è che le piccole librerie lo prendono in quel posto comunque: il libro è un prodotto prestigioso, metterlo in un negozio, o negli scaffali di un supermercato, significa darsi prestigio, creare identità, immagine, e si può fare a costo zero, o quasi. Il distributore ha il problema di piazzare le novità, e lì si risolve il suo lavoro; ma il libraio i libri deve venderli effettivamente, per generare utili.
    E qui magari si può aggiungere una postilla sui piccoli editori. Indipendentemente dai casi singoli, la situazione in Italia è veramente paradossale. Ci sono almeno 1000-2000 editori che pubblicano almeno 1 libro all’anno. Giustamente questi editori cercano spazio nelle librerie; ma altrettanto giustamente, più sono piccoli, meno possono concedersi politiche di promozione, sia a livello di sconti che a livello di “marketing” del libro, adeguate. Sicchè….alla fine cosa deve fare il libraio? Una libreria di catena pretenderà dal piccolo editore sconti pari a quelli che ha dai grandi editori – e con questo lo stronca; un piccolo libraio, invece, si trova a dover gestire il poco spazio che ha, nel quale cercare di evidenziare i titoli ad alta vendibilità o che almeno promuovono l’identità della sua libreria. Se un piccolo editore gli fa il 30 o anche il 40% di sconto, ma la sostanza è che vuole appioppargli uno dei 50.000 titoli invendibili stampati ogni anno in Italia, la risposta del piccolo libraio sarà inevitabilmente:NO. Il piccolo libraio non è più in grado di orientare la sua clientela, infatti. Se anche ritiene un libro valido, ormai la politica dei “bestseller ovunque” ha educato la clientela a scegliere il titolo in base all’immagine, alla vendibilità, al passaparola. Il consiglio del libraio non ha più quasi nessun valore. Non si entra più in una libreria per guardare cosa il libraio ha esposto, sfogliare, consultare con calma; si entra in una libreria già con l’idea di comprare quel libro, o di guardarne il prezzo per poi comprarlo altrove, magari alle poste vicine col 15% di sconto.
    Ho fatto qualche considerazione un po’ frettolosa, non ho tempo di mettere le idee più in ordine, ma sono disponibile per ulteriori approfondimenti.

  • http://www.liberidileggere.it Liberi di leggere

    @ Livia: Come dicevo, sono un piccolo libraio, indipendente e giovane, nel senso che la mia libreria è aperta da pochi mesi. Trattasi praticamente di un aborto: nel senso che dopo pochi mesi sarò costretto a chiuderla, perchè andare avanti a suon di debiti non ha senso, e nel frattempo mi sono fatto l’idea che – oltre a problemi di location e locali in generale – c’è un problema più generale, che inevitabilmente segnerà il destino di tutte le piccole e medie librerie, stroncandole nel giro di pochi anni definitivamente. Per chi non ci crede, fatevi un giro in rete, posso darvi dei link, io stesso ho contato, fra varie notizie raccolte in questi mesi, la chiusura di più di una dozzina di librerie – in pochi mesi.
    Come dicevo, fra i motivi di queste chiusure c’è la politica distributiva che vige in questo paese, a differenza, pare, di altri. Qui ormai i grandi distributori sono in mano ai grandi gruppi editoriali, i quali per ammortizzare i rischi d’impresa adoperano i distributori per “spingere” i bestseller nelle grandi librerie, quelle ad alto assorbimento, a suon di sconti: tipo “prendimi 100 Faletti, col 50% di sconto”. La piccola libreria invece ne prende 10, col solito 30%. Ovviamente questo si traduce in una scontistica diversa al cliente finale: chi ha il 50, può tranquillamente rivendere col 15-20% di sconto. Chi ha il 30(ovvero il 27 netto), può al massimo fare il 5-10%, e già è tanto.
    Ma a parte questo ovvio problema, e il problema del meccanismo delle rese – che agevola chi ha alle spalle grossi capitali, che si può permettere una esposizione finanziaria che la piccola libreria non può sostenere (ovvero: prendo 100.000 euro di libri, e poi ne restituisco 25.000 fra tre mesi; come fa il piccolo libraio a sopportare esposizioni del genere?), meccanismo che a sua volta pesa sugli sconti concessi ai piccoli librai, e che andrebbe sostanzialmente abolito – a parte anche questo meccanismo, c’è la politica, come dicevo, del bestseller OVUNQUE.
    Il fatto è che i distributori, e ancor più i grossisti, trovano molto più facile lavorare con i bestseller, i libri in classifica, o cmq le novità degli autori già affermati, quelli che “si vendono da soli”. Così non devono affrontare rischi particolari: si tratta solo di prendere un grande quantitativo, che so, di Kinsella e trovare un numero sufficiente di rivendite a cui piazzarlo. Al grossista non importa nulla se si tratta di librerie o di negozi di saponi. Basta che gli prendano x copie di Kinsella. E’ roba da smaltire.
    Sicchè io mi ritrovo con un promotore che viene qui e si vanta, non so se mi spiego, di come il grossista che rappresenta è stato in grado, negli ultimi anni, di portare i libri (i bestseller, s’intende) anche in negozi che nulla hanno a che fare con le librerie. La sua politica è “se riusciamo a mettere il libro ovunque, il peso delle grosse catene di librerie diminuirà”.
    La realtà è che le piccole librerie lo prendono in quel posto comunque: il libro è un prodotto prestigioso, metterlo in un negozio, o negli scaffali di un supermercato, significa darsi prestigio, creare identità, immagine, e si può fare a costo zero, o quasi. Il distributore ha il problema di piazzare le novità, e lì si risolve il suo lavoro; ma il libraio i libri deve venderli effettivamente, per generare utili.
    E qui magari si può aggiungere una postilla sui piccoli editori. Indipendentemente dai casi singoli, la situazione in Italia è veramente paradossale. Ci sono almeno 1000-2000 editori che pubblicano almeno 1 libro all’anno. Giustamente questi editori cercano spazio nelle librerie; ma altrettanto giustamente, più sono piccoli, meno possono concedersi politiche di promozione, sia a livello di sconti che a livello di “marketing” del libro, adeguate. Sicchè….alla fine cosa deve fare il libraio? Una libreria di catena pretenderà dal piccolo editore sconti pari a quelli che ha dai grandi editori – e con questo lo stronca; un piccolo libraio, invece, si trova a dover gestire il poco spazio che ha, nel quale cercare di evidenziare i titoli ad alta vendibilità o che almeno promuovono l’identità della sua libreria. Se un piccolo editore gli fa il 30 o anche il 40% di sconto, ma la sostanza è che vuole appioppargli uno dei 50.000 titoli invendibili stampati ogni anno in Italia, la risposta del piccolo libraio sarà inevitabilmente:NO. Il piccolo libraio non è più in grado di orientare la sua clientela, infatti. Se anche ritiene un libro valido, ormai la politica dei “bestseller ovunque” ha educato la clientela a scegliere il titolo in base all’immagine, alla vendibilità, al passaparola. Il consiglio del libraio non ha più quasi nessun valore. Non si entra più in una libreria per guardare cosa il libraio ha esposto, sfogliare, consultare con calma; si entra in una libreria già con l’idea di comprare quel libro, o di guardarne il prezzo per poi comprarlo altrove, magari alle poste vicine col 15% di sconto.
    Ho fatto qualche considerazione un po’ frettolosa, non ho tempo di mettere le idee più in ordine, ma sono disponibile per ulteriori approfondimenti.

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    @LiberidiLeggere – La tua analisi è impietosa e corretta, purtroppo. Abbiamo un problema comune: trovare dei metodi alternativi, delle nuove vie, o soccombere. È questa la nostra sfida attuale e sono convinta che le strategie vadano sviluppate in modo concorde.
    Noi piccoli abbiamo il problema della certificazione di qualità: ci sono troppi piccoli editori che producono palta, generando sfiducia nell’intera categoria. I distributori vessano i piccoli con percentuali e obblighi assurdi (e l’esposizione finanziaria richiesta a un piccolo è tanto quanto quella chiesta a un libraio).
    Io comunque non penso affatto a chiudere, piuttosto a elaborare una strategia aiutandomi con tutto ciò che la tecnologia sta mettendo a mia disposizione.
    Secondo te l’alternativa del “personal reader” per i librai è indicata?

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    @LiberidiLeggere – La tua analisi è impietosa e corretta, purtroppo. Abbiamo un problema comune: trovare dei metodi alternativi, delle nuove vie, o soccombere. È questa la nostra sfida attuale e sono convinta che le strategie vadano sviluppate in modo concorde.
    Noi piccoli abbiamo il problema della certificazione di qualità: ci sono troppi piccoli editori che producono palta, generando sfiducia nell’intera categoria. I distributori vessano i piccoli con percentuali e obblighi assurdi (e l’esposizione finanziaria richiesta a un piccolo è tanto quanto quella chiesta a un libraio).
    Io comunque non penso affatto a chiudere, piuttosto a elaborare una strategia aiutandomi con tutto ciò che la tecnologia sta mettendo a mia disposizione.
    Secondo te l’alternativa del “personal reader” per i librai è indicata?

  • http://www.liberidileggere.it Liberi di leggere

    @ Livia:
    Abbi pazienza, non sono certo di aver capito cosa intendi per “personal reader”. Se si tratta, come leggo in rete, di fare nient’altro che il lavoro che già faccio…cioè consigliare…Oppure parli di essere pagato per i consigli e non per la vendita dei libri, cioè tipo personal shopper? A percentuale, un tot per ogni libro consigliato?

    Il fatto è che il mercato dei libri è enormemente segmentato, ma non solo; una bella percentuale di vendite si fa sui lettori forti(almeno 1 libro al mese), che col cavolo accettano consigli. Fanno da soli, hanno i loro autori, i loro generi. Molti altri invece scelgono in base al passaparola di amici, sono quelli che leggono Larsson perchè l’ha letto la loro amica, sono quelli che generano il successo inatteso di un bestseller. Questi non li indirizzi: entrano in libreria due-tre volte all’anno e solo per motivazioni “sociali”, essere al passo con il gruppo di amici, restare nel branco.
    Il consiglio del libraio servirebbe sulla fascia intermedia fra queste due, fascia che però sta sparendo :-(((
    Cmq, secondo me per un piccolo editore l’ebook può rappresentare una sfida interessante: ci saranno nuove politiche promozionali, nuove modalità di distribuzione e vendita. Le librerie invece o potranno trasformarsi in multimediastore(e vendere anche ebook, magari tramite bluetooth o wifi all’interno del punto vendita, con pagamento diretto senza fili e senza cassa), oppure spariranno entro 5-10 anni al massimo. Purtroppo(io sparirò prima. Stamane ho visto all’ingresso del Carrefour 300 copie di Coelho ammonticchiate con -15% di sconto. Io ne ho 3 e non riesco a venderne, da una settimana, nemmeno una. Non so se mi spiego. 300 vs. 3. ).

  • http://www.liberidileggere.it Liberi di leggere

    @ Livia:
    Abbi pazienza, non sono certo di aver capito cosa intendi per “personal reader”. Se si tratta, come leggo in rete, di fare nient’altro che il lavoro che già faccio…cioè consigliare…Oppure parli di essere pagato per i consigli e non per la vendita dei libri, cioè tipo personal shopper? A percentuale, un tot per ogni libro consigliato?

    Il fatto è che il mercato dei libri è enormemente segmentato, ma non solo; una bella percentuale di vendite si fa sui lettori forti(almeno 1 libro al mese), che col cavolo accettano consigli. Fanno da soli, hanno i loro autori, i loro generi. Molti altri invece scelgono in base al passaparola di amici, sono quelli che leggono Larsson perchè l’ha letto la loro amica, sono quelli che generano il successo inatteso di un bestseller. Questi non li indirizzi: entrano in libreria due-tre volte all’anno e solo per motivazioni “sociali”, essere al passo con il gruppo di amici, restare nel branco.
    Il consiglio del libraio servirebbe sulla fascia intermedia fra queste due, fascia che però sta sparendo :-(((
    Cmq, secondo me per un piccolo editore l’ebook può rappresentare una sfida interessante: ci saranno nuove politiche promozionali, nuove modalità di distribuzione e vendita. Le librerie invece o potranno trasformarsi in multimediastore(e vendere anche ebook, magari tramite bluetooth o wifi all’interno del punto vendita, con pagamento diretto senza fili e senza cassa), oppure spariranno entro 5-10 anni al massimo. Purtroppo(io sparirò prima. Stamane ho visto all’ingresso del Carrefour 300 copie di Coelho ammonticchiate con -15% di sconto. Io ne ho 3 e non riesco a venderne, da una settimana, nemmeno una. Non so se mi spiego. 300 vs. 3. ).

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Devo essere un lettore forte atipico: a me piace molto farmi consigliare da chi mi conosce. Se ho capito bene il personal reader prende una percentuale sui libri venduti, però è slegato dalla singola libreria. Non ti so dire di più perché non ho mai approfondito l’argomento, ma cercherò di contattarne uno per capirne un po’ di più.
    Per il resto posso solo dirti “in bocca al lupo”, anche se più che un multimedia store io preferirei che le librerie diventassero un “collettore culturale”, come dei piccoli club in cui prendere il tè, conversare, seguire corsi di (sparo, eh) origami; l’organizzazione in forma di club permette di gestire un’iscrizione anche minima e di offrire dei servizi altrimenti impensabili. Ovviamente con la possibilità di acquistare libri, magari con un 5% di sconto per gli affiliati al club. Non ho una libreria quindi non so quanto sia un’alternativa praticabile, a te la risposta. :)

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Devo essere un lettore forte atipico: a me piace molto farmi consigliare da chi mi conosce. Se ho capito bene il personal reader prende una percentuale sui libri venduti, però è slegato dalla singola libreria. Non ti so dire di più perché non ho mai approfondito l’argomento, ma cercherò di contattarne uno per capirne un po’ di più.
    Per il resto posso solo dirti “in bocca al lupo”, anche se più che un multimedia store io preferirei che le librerie diventassero un “collettore culturale”, come dei piccoli club in cui prendere il tè, conversare, seguire corsi di (sparo, eh) origami; l’organizzazione in forma di club permette di gestire un’iscrizione anche minima e di offrire dei servizi altrimenti impensabili. Ovviamente con la possibilità di acquistare libri, magari con un 5% di sconto per gli affiliati al club. Non ho una libreria quindi non so quanto sia un’alternativa praticabile, a te la risposta. :)

  • http://www.liberidileggere.it Liberi di leggere

    @ Livia:
    Il fatto è che la gente è disposta a spendere poco, per i libri. Facciamo un cfr. con gli abiti. Molti spendono facilmente centinaia di euro al mese, fra abiti, accessori e calzature; ma anche un lettore forte, difficilmente è disposto a spendere più di 40-50 euro al mese per i libri. Almeno, io non ne ho ancora trovato nemmeno uno, di cliente altospendente sopra questa cifra. Ergo: su 50 euro/mese quanto può prendere un “personal reader”? 10 euro? Per campare bisognerebbe “seguire” 200 clienti/mese del genere. Improponibile.Un personal shopper, per fare il paragone, si occupa di clienti altospendenti che comprano abiti di lusso, o cmq spendono centinaia, migliaia di euro in abiti e accessori. In quel caso si può concordare una provvigione che facilmente arriva a 100 euro per acquisto(10% di 1000 euro).

    L’idea del personal reader è folle anche perchè il libro è un qualcosa che si trova ovunque, uguale a sè stesso(lo stesso libro di Camilleri lo trovi su internet, in negozio, al supermercato e persino nei distributori automatici), mentre gli abiti sono quantomai diversi fra loro, le mode cambiano, i negozi e le firme sono miliardi, abbinare i vestiti è frutto di scelte personali, e poi bisogna vedere addosso come ti stanno…nel caso degli abiti un aiuto può essere sensato, se cerchi abiti particolari, pezzi unici o introvabili.
    Ma il libro basta un clic e lo ordini da solo, e si compra sempre a scatola chiusa, senza “provarlo”.
    Tu indichi come via d’uscita la trasformazione delle piccole librerie in centri di servizi o sale da tè.Quanto al secondo caso: è più facile che una sala da tè,un vero bar, aggiunga qualche libro, piuttosto che trasformare una libreria in un bar frequentato; e l’esperienza dei caffè letterari, dove ha fatto presa(in Italia poco), era più basata sul secondo concetto che sul primo(più un bar con qualche libro, anzichè una libreria vera con in più il caffè). Questo per un semplice motivo: se vuoi offrire un vero servizio da bar ci sono delle scelte di spazi e di costi, anche di personale, che vanno remunerate. Non puoi mettere solo un bollitore d’acqua con due bustine di tè verde.
    Piuttosto bisognerebbe pensare a quali servizi potrebbe offrire una libreria ai suoi clienti; qualcuno ad es. ha abbinato la libreria a una ludoteca(a Bologna, per es.), e mi sembra un’idea intelligente, purchè non si debba spendere troppo per adeguamento locali e personale. Altre ipotesi sono l’organizzazione di corsi di informatica, con una sala computer, ma c’è bisogno anche lì di investimenti, oppure di corsi per la terza età, tipo università del tempo libero: ma anche qui occorrono spazi e personale. Insomma sono tutti investimenti di cui è difficile prevedere i possibili ritorni, e cmq in concorrenza con servizi pubblici spesso gratuiti o semigratuiti.

    Quanto al club…io immagino, piuttosto, l’ipotesi di “gruppi di acquisto solidali” per quanto riguarda i libri. Associazioni culturali in cui una persona a turno raccolga gli ordini e, in contatto diretto con alcune librerie o fornitori, sia in grado di ottenere un certo livello di sconto. Ma anche qui…alla fine vincerebbero le librerie on-line(io stesso sono riuscito di recente a ordinare 150 euro di libri nuovi, bestseller del momento, su IBS con uno sconto SUPERIORE a quello che avrei ottenuto, come libraio, dal mio fornitore: sono arrivato al 35%).

    Mi spiace smontare qualsiasi ipotesi, ma davvero non vedo molte vie d’uscita…

  • http://www.liberidileggere.it Liberi di leggere

    @ Livia:
    Il fatto è che la gente è disposta a spendere poco, per i libri. Facciamo un cfr. con gli abiti. Molti spendono facilmente centinaia di euro al mese, fra abiti, accessori e calzature; ma anche un lettore forte, difficilmente è disposto a spendere più di 40-50 euro al mese per i libri. Almeno, io non ne ho ancora trovato nemmeno uno, di cliente altospendente sopra questa cifra. Ergo: su 50 euro/mese quanto può prendere un “personal reader”? 10 euro? Per campare bisognerebbe “seguire” 200 clienti/mese del genere. Improponibile.Un personal shopper, per fare il paragone, si occupa di clienti altospendenti che comprano abiti di lusso, o cmq spendono centinaia, migliaia di euro in abiti e accessori. In quel caso si può concordare una provvigione che facilmente arriva a 100 euro per acquisto(10% di 1000 euro).

    L’idea del personal reader è folle anche perchè il libro è un qualcosa che si trova ovunque, uguale a sè stesso(lo stesso libro di Camilleri lo trovi su internet, in negozio, al supermercato e persino nei distributori automatici), mentre gli abiti sono quantomai diversi fra loro, le mode cambiano, i negozi e le firme sono miliardi, abbinare i vestiti è frutto di scelte personali, e poi bisogna vedere addosso come ti stanno…nel caso degli abiti un aiuto può essere sensato, se cerchi abiti particolari, pezzi unici o introvabili.
    Ma il libro basta un clic e lo ordini da solo, e si compra sempre a scatola chiusa, senza “provarlo”.
    Tu indichi come via d’uscita la trasformazione delle piccole librerie in centri di servizi o sale da tè.Quanto al secondo caso: è più facile che una sala da tè,un vero bar, aggiunga qualche libro, piuttosto che trasformare una libreria in un bar frequentato; e l’esperienza dei caffè letterari, dove ha fatto presa(in Italia poco), era più basata sul secondo concetto che sul primo(più un bar con qualche libro, anzichè una libreria vera con in più il caffè). Questo per un semplice motivo: se vuoi offrire un vero servizio da bar ci sono delle scelte di spazi e di costi, anche di personale, che vanno remunerate. Non puoi mettere solo un bollitore d’acqua con due bustine di tè verde.
    Piuttosto bisognerebbe pensare a quali servizi potrebbe offrire una libreria ai suoi clienti; qualcuno ad es. ha abbinato la libreria a una ludoteca(a Bologna, per es.), e mi sembra un’idea intelligente, purchè non si debba spendere troppo per adeguamento locali e personale. Altre ipotesi sono l’organizzazione di corsi di informatica, con una sala computer, ma c’è bisogno anche lì di investimenti, oppure di corsi per la terza età, tipo università del tempo libero: ma anche qui occorrono spazi e personale. Insomma sono tutti investimenti di cui è difficile prevedere i possibili ritorni, e cmq in concorrenza con servizi pubblici spesso gratuiti o semigratuiti.

    Quanto al club…io immagino, piuttosto, l’ipotesi di “gruppi di acquisto solidali” per quanto riguarda i libri. Associazioni culturali in cui una persona a turno raccolga gli ordini e, in contatto diretto con alcune librerie o fornitori, sia in grado di ottenere un certo livello di sconto. Ma anche qui…alla fine vincerebbero le librerie on-line(io stesso sono riuscito di recente a ordinare 150 euro di libri nuovi, bestseller del momento, su IBS con uno sconto SUPERIORE a quello che avrei ottenuto, come libraio, dal mio fornitore: sono arrivato al 35%).

    Mi spiace smontare qualsiasi ipotesi, ma davvero non vedo molte vie d’uscita…

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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