La leggenda di Matheson

Scritto da: il 24.04.08
Articolo scritto da . Ventisette anni portati male. Editor, editore, rockstar (fallita), sceneggiatore di fumetti, professore d'Italiano e autore di racconti, ecco alcune delle mie tante vite. Attualmente suono con i Gammazita e dedico gran parte del tempo che ho a disposizione alle mie passioni: i libri, le chitarre e la mia ragazza (rigorosamente in quest’ordine). Gattofilo impenitente, sono fermamente convinto che all’estinzione del genere umano i felini domineranno la Terra.

Copertina di FanucciRomanzi e racconti di fantascienza sono da sempre fonte di ispirazione per il cinema, ma rari sono i casi in cui da un unico testo siano stati tratti ben tre film, senza contare le influenze riscontrabili in almeno altrettante pellicole.

Stiamo naturalmente parlando di I Am Legend di Richard Matheson, edito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1954 e pubblicato in Italia nel 1986 e nel 1989 dalla Mondadori nelle collane Urania; ristampato nel 2007 dalla Fanucci sull’onda dell’uscita nelle sale cinematografiche dell’omonimo film di Francis Lawrence.

Confrontare una pellicola con il libro da cui è tratta appare spesso opera inutile e poco produttiva, specialmente se lo scopo è sottolineare le inevitabili piccole forzature e incongruenze a cui la versione di cellulosa è necessariamente costretta. Diverso appare il caso in cui a essere tradito è lo spirito del romanzo, e ad essere tralasciati o stravolti sono dettagli non certo essenziali; ebbene questo è il caso di I Am Legend.

Il film ha in Willy Smith (nei panni di Robert Neville) un buon protagonista, e nel cane Sam una spalla di indubbio talento; senza soffermarsi sui dettagli è da sottolineare la bravura di Smith nel reggere da solo la scena per l’intero primo tempo, in una Los Angeles trasformata per l’occasione in un enorme e spettrale palcoscenico. La regia ha contribuito non poco ad evitare che la pellicola, con due soli protagonisti in scena per cinquanta minuti, annoiasse il pubblico, ma Lawrence, regista di videoclip, è certamente un maestro nell’imprimere ritmo alle immagini.

Quel che appare inaccettabile a chiunque abbia letto I Am Legend è l’aver ridotto i “vampiri” a semplici mostri privi di sentimenti che basano le loro azioni solo su un istinto animalesco, quasi del tutto privi di una qualunque forma di organizzazione sociale; quando invece il loro apparire come una “nuova umanità” rozza, ma vitale, determinata a costruire un nuovo mondo a propria misura, è elemento essenziale dell’opera.

Il cuore del romanzo di Matheson risiede nel rovesciamento del concetto di normalità: unico umano a non essere infettato dal virus, il Robert Neville originale, una volta compreso di aver assistito alla nascita di una nuova razza, si arrende inevitabilmente, ma gloriosamente, ai “vampiri”, conscio di essere ormai solo un anacronismo, un’anticaglia, di apparire agli occhi di questi nuovi uomini come una leggenda. L’Happy Ending del film, il suo trasformare Neville in un eroe, il farne leggenda per l’aver reso possibile il ritorno (futuro ritorno) all’establishment pre-catastrofe, inficia notevolmente il risultato finale dell’opera che resta comunque godibilissima, ma delude certamente gli appassionati di science-fiction e perde il confronto diretto con l’opera da cui trae ispirazione.

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