Inkheart – La leggenda di Cuore d’Inchiostro

Scritto da Elfo alle 14:40 del 27 Febbraio 2009

inkheart Inkheart   La leggenda di Cuore dInchiostroATTENZIONE: Questa recensione contiene diversi spoiler sulla trama del film.

Credo che il titolo – Inkheart, la leggenda di Cuore d’ Inchiostro – costituisca di per sé un’attrattiva per tutti coloro che amano il mondo della carta stampata. Con me, almeno, ha funzionato: infatti, anche se sapevo che questa pellicola è tratta dall’omonimo fantasy di Cornelia Funke e di solito preferisco leggere il libro prima di andare al cinema, per stavolta ho fatto uno strappo alla regola.

Ho sbagliato: le idee di base erano ottime, ma la realizzazione mi è parsa deludente e forse avrei guadagnato molto a seguire il mio istinto.
Abbiamo un protagonista, Mortimer, chiamato anche “lingua di fata” perché capace di portare nella nostra realtà personaggi ed oggetti tratti dai libri che legge ad alta voce. Egli non ha però controllo sul suo potere e scopre a sue spese che, quando qualcosa o qualcuno viene trasferito dal mondo fantastico al nostro, avviene sempre uno scambio.

All’inizio dell’avventura Mo’ (interpretato da Brendan Fraser, famoso per “La Mummia”) si trova con la figlia Meggie in un paesino della Svizzera alla ricerca del libro intitolato “Inkheart”, che ha inghiottito sua moglie Resa circa nove anni prima, sputando fuori in cambio una gamma di personaggi per lo più cattivi come Capricorno (Andy Serkis) e i suoi scagnozzi, o l’ambiguo Dita-di-Polvere (Paul Bettany).

Trovare e conservare una copia del romanzo è però un’ardua impresa. I nostri eroi fanno tappa sul Lago di Como presso la villa di una vecchia zia bibliofila (Helen Mirren) e poi in Liguria, per incontrare lo Scrittore, che abita (guarda caso!) proprio vicino al borgo eletto da Capricorno come base per le proprie nefandezze (ultima delle quali è catturare una Lingua di Fata per richiamare dal libro una mostruosa entità che distruggerà il mondo).

Fin qui c’è poco da eccepire, anzi: l’ambientazione ligure è originale (specie per me, che vivo in questa regione) e i personaggi avrebbero le carte in regola per vivacizzare la storia. Traspare dalle tematiche, inoltre, un che di poetico e di intenso: l’amore per la letteratura come espressione della potenza del pensiero umano.

Tuttavia qualcosa non funziona. Innanzi tutto c’è una certa confusione riguardante il periodo in cui ci troviamo: esistono i treni intercity e gli euro, ma le persone sono vestite in maniera antiquata e guidano automobili anni ’60. A questo si aggiunge una caratterizzazione dei protagonisti che definire piatta e stereotipata è puro eufemismo. Il finale poi, che doveva essere un inno alla parola scritta come ultimo baluardo della magia, è pomposo e prevedibile.

Inkheart è un’occasione sprecata, insomma, per celebrare attraverso un godibile fantasy il potere dell’immaginazione e della letteratura.
La nota positiva, però, c’è: viene voglia di prendere in mano il libro e leggerlo fino in fondo, per vedere se, sulla carta, la storia adempie al suo accattivante potenziale. L’autrice ha dato vita ad una trilogia edita da Mondadori tra il 2007 ed il 2008.
Prometto fin d’ora che, nel caso il romanzo sia soddisfacente, sarò la prima a gioirne e a segnalarvelo.

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