C’era una volta il libro. Con la copertina francamente bruttarella, un po’ monotona, non troppo curata, una quarta appena accennata.
Lo aprivi e dopo qualche “pagina di rispetto”, dopo aver superato il titolo, ecco che iniziava non il romanzo ma l’introduzione.
Quelle particolarmente ben fatte constavano almeno di tre parti: biografia dell’autore con relativo contesto storico, introduzione all’opera con analisi letteraria (non solo contingente, ma all’opera completa), bibliografia (dei testi utilizzati per l’analisi). Solo allora, dopo questa dozzina o più di pagine, iniziava il libro.
Quando affrontavi la lettura, finalmente, se avevi avuto la pazienza di leggere tutte le premesse ti ritrovavi ad avere un’idea delle scelte stilistiche, della scrittura, del motivo che aveva spinto alla scelta di quell’argomento.
Tutti accessori, è vero, nulla di essenziale ad assaporare la scrittura; accessori funzionali, però, alla comprensione.
Ogni tanto, di recente, mi capita di “sbagliare” a scegliere un libro per me stessa. Sono lì, tutti ammiccanti, con le loro copertine che ormai sono oggetti d’arte, le ultime di copertina criptiche, i titoli evocativi. Ma poi deludono.
Se ancora ci fossero quel tipo di introduzioni e quelle librerie in cui si andava per parlare col proprietario più che per comprare, forse non sbaglierei così spesso.
Quello che dici è vero, troppo spesso però l’introduzione o la prefazione andrebbero pensate come appendici alla fine del libro: non le leggo più perché spesso rovinano la sorpresa della lettura.
Non mi riferivo, infatti, alle introduzioni moderne, che sono spesso mal fatte, ma a quelle di una ventina d’anni fa, massicce ma senza svelare nulla della trama. Ho sempre invidiato l’abilità degli addetti alle introduzioni per questo. Ricordo la prefazione ai racconti di poe, una vera meraviglia per la ricostruzione del genere, da leggere sia prima sia dopo i racconti stessi.
Anch’io sono abbastanza deluso dalle introduzioni “moderne”. Ormai leggo l’introduzione solo alla fine del libro, tranne rari casi di libri unoristici in cui non rischio di rovinarmi la sorpresa. La vecchia introduzione è un animale in via di estinzione, oggi servono più le mini recensioni tratte da giornali e messe in quarta di copertina. Magari ti fanno vendere qualche copia in più.
Non che io abbia molta esperienza in questo campo, ma ricordo con piacere le introduzioni, anche all’autore, con tanto di biografia e contesto storico trovate in alcuni volumi della Newton, che seppur vendesse libri a prezzi stracciati a volte riusciva a fare un buon lavoro.
In ogni caso, percepisco l’introduzione come un extra riferito a lettori abituali e consumati. In un’epoca di consumo sfrenato e da letteratura di consumo e fast-food, l’introduzione che cerca Livia resta un preziosismo, bello ma cercato (e forse anche voluto) da pochi.
Da ragazzino ero davvero pignolo in tal senso: o leggevo prima tutta l’introduzione oppure non se ne faceva niente! Certo che anche il ruolo dell’editor era diverso ai tempi, soprattutto nelle grandi case editrici, vedi Calvino o Vittorini.
[...] Silverberg L’uomo nel labirinto. Una introduzione non proprio come quelle che tempo addietro rimpiangevo, ma ben fatta, arguta, curata. Solo che, per leggerla, dovreste già avere il libro in questione, e [...]