Il Vangelo secondo Pilato: la rappresentazione teatrale, Schmitt-Mauri

Scritto da: il 18.12.09
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

vangelo secondo pilatoAssieme alle Arti Visive e soprattutto la musica, il teatro è una delle prime e più dirette espressioni artistiche. Non ha molto bisogno di astruse interpretazioni intellettuali, non presenta complicati ragionamenti filosofici, mostra l’uomo così com’è… o così come finge di essere e, in ogni caso, mostra l’uomo che parla all’uomo, al proprio simile, al pubblico.

Come romanzo apparve nel lontano 1995, Schmitt lo adattò per il palcoscenico nel 2004 intitolandolo Mes Évangiles e, quattro anni più tardi, Glauco Mauri ne curò la versione italiana e la regia. Sapevo fin dallo scorso agosto che era in cartellone nel teatro della mia città e ieri, 29 novembre, sono andato a vedermelo. La compagnia era quella di Mauri-Sturno. di cui fa parte anche Marco Bianchi che impersona Sesto, lo scrivano di Pilato.

Alle quattro e mezza in punto, Glauco Mauri è letteralmente comparso in platea, davanti al palco su cui è salito accompagnato da una breve sottolineatura musicale; e poi, disperato, ha preso la parte del Cristo nell’ultima notte nel giardino degli ulivi. Un Cristo impaurito, consapevole della propria condizione umana e di ciò che gli sarebbe accaduto poche ore dopo e, soprattutto il giorno dopo.

Questo gli dà l’opportunità di riandare indietro coi ricordi per spiegare e spiegarsi come Egli e Dio erano arrivati fin lì. Un lungo monologo di un’ora per raccontare di Lui bambino, i suoi amici, il suo maturare di adolescente, il Suo rilevare “l’azienda di famiglia”, il laboratorio di falegnameria del defunto padre Giuseppe (anche se Lui, con pialla e chiodi, riconosce di non saperci fare più di tanto); il legittimo desiderio della madre Maria di vederlo sposato e padre di tanti bambini, come già avevano fatto i Suoi fratelli: per un ebreo farsi una famiglia era pressoché un dovere.

E invece Egli non pensa a tutto ciò e va a meditare nel deserto laddove ha i primi segni, le prime strane e meravigliose esperienze. Ma lui è scettico: un semplice giovane che cerca di tirare avanti con “l’azienda di famiglia”. Ma accadono altre cose che fan rumore: suo cugino Giovanni lo riconosce come il Messia, il Figlio di Dio. Ma di Messia o presunti tali a quei tempi ce n’erano parecchi perché avrebbe dovuto esser proprio Lui quello vero?

Poi ci sono i miracoli: be’ alcuni come quello delle nozze di Cana o della moltiplicazione dei pani e dei pesci possono esser stati “montati ad arte” da altri, dai suoi seguaci che cominciavano ad esserci… Ma quelli della resurrezione di un bambino (era appena morto: poteva esser morte apparente) e soprattutto di Lazzaro (morto da tre giorni.. e qui la morte non potrebbe essere poi tanto apparente), sarebbe stato davvero difficile simularli.

Se Dio gli permetteva di sconfiggere la Morte era il Segno, per eccellenza. Ma lui, semplice ragazzo ebreo, sarebbe stato in grado, avrebbe avuto la forza di portare a termine ciò che, a questo punto, era inequivocabile, ineluttabile, ineludibile? Giuda, il suo più devoto discepolo e amico, gliel’aveva predetto fin dai primi tempi: Lui, il Cristo, sarebbe morto e, dopo tre giorni, sarebbe resuscitato. E doveva tradirlo! Altrimenti, se si fosse consegnato Lui al Sinedrio, Lui, di Sua spontanea volontà, avrebbe rinnegato in un battibaleno tre anni di predicazione. Giuda, sì, doveva tradirlo. Era scritto Ed eccolo qui, nella motte del tradimento, tremebondo e impaurito Figlio dell’Uomo che aveva dovuto accettare un destino Divino…

Sipario.

A Pilato, Prefetto romano, questi ebrei, così litigiosi, così presi dalle loro beghe religiose, non piacciono assolutamente. Anche oggi, giornata quasi di routine: quindici arresti e tre crocifissioni tra cui quella di questo Nazareno contro il quale non ha nulla anche se tra politici e sacerdoti ha fatto molto parlare di sé, nel bene e nel male. Per lui e per Roma non è un fastidio e nememno un pericolo.

Ma la folla e i politici e i sacerdoti lo volevano. Anche lui, Pilato lo voleva… salvare. E, così, per per doveri diplomatici e evitare sommosse e ribellioni, l’aveva convocato, fatto flagellare, a puro uso, soddisfazione e consumo del popolo, confidando poi, anzi, essendo sicuro che nell’esercitare l’usanza di graziare un imputato prima della Pasqua ebraica, lasciando la scelta al popolo stesso presso cui aveva anche molti fedeli, questo popolo avrebbe scelto Lui senza esitazione alcuna.

Al contrario, al posto di quel un po’ matto ma umile e mansueto Gesù, la folla aveva scelto quel ladro, quel violento, quello stupratore di Barabba che, con fare, arrogante, sembrava fosse certo lo avrebbero scelto. A quel punto, lui, Pilato, non aveva potuto far altro che lavarsi le mani che, simbolicamente, significava, che non aveva più intenzione di occuparsi della faccenda.

Ma dell’affare Jeshua era destino dovesse occuparsene ancora, quando Sesto, il suo scrivano – cui detta le lettere indirizzate al fratello – gli dice che il corpo dello “stregone Gesù” è stato “rubato”. Bisogna ritrovarlo quanto prima, altrimenti, sai che bagarre per gli ebrei, i seguaci e i maggiorenti della Galilea? Ritrovare il cadavere e anche chi lo ha trafugato, ovviamente. Chi è stato? Probabilmente, anzi sicuramente Giuseppe d’Arimatea che, tra l’altro, gli aveva anche chiesto di poter avere la salma per seppellirla. Già, e magari approfittato dell’altra usanza ebraica per cui i corpi dei defunti non potevano esser esposti in pubblico durante il periodo di Pasqua. Ma le notizie incalzano veloci. Sesto gli riferisce che il Cristo è stato visto… Come è possibile?

Ipotesi e ragionamenti sulla possibilità che non sia in realtà morto: la crocifissione è una tortura, un’agonia ma, a volte, si resta in vita anche per tre giorni… E Giuseppe d’Arimatea aveva domandato il corpo solo cinque ore dopo che lo “stregone Gesù” era stato issato sulla croce. Poteva essere ancora vivo, quindi. Ma i medici dicono che un uomo in quelle condizioni, già debilitato dal digiuno e dalla flagellazione e ferito al costato da una lancia non può sopravvivere. Be’, allora non può essere che un sosia…

L’affare Jeshua non investe però soltanto la sfera “professionale” del Prefetto di Roma Ponzio Pilato, investe inaspettatamente anche quella privata, intima, quando la moglie Claudia gli confida che a quello “stregone”, deve la propria vita poiché, all’insaputa del marito, l’aveva fatto venire in casa e, senza toccarla, solo parlandole, l’aveva guarita dalle continue emorragie.

È già questo un colpo di per sé che comincia a scuotere la razionalità di Pilato, un altro se ne aggiunge allorché Claudia gli confida anche che tra le pie donne che erano andate al sepolcro del Cristo, una era lei. Le indagini del marito non portano a nulla, neanche l’ipotesi del sosia sembra essere solida e decisiva. E allora? E allora non gli rimane che prendere atto del mistero irrisolvibile che gli è capitato tra le mani, mistero che la ragione non riesce a circoscrivere e men che meno a spiegare.

Dubbi soltanto restano e deve constatare che ”prima ero un romano che sapeva; ora sono un romano che dubita. E mia moglie ride e batte le mani come se facessi per lei un numero da giocoliere. ‘Dubitare e credere sono la stessa cosa, Pilato. Solo l’indifferenza è atea’”. Può forse consolarsi pensando che questa setta, questi seguaci dello “stregone Gesù” – che si sono perfino dati un nome: “Cristiani” – non dureranno a lungo; uno, due anni al massimo, poi di loro non si sentirà più parlare. Ma, un ultimo dubbio lo assale: chissà quali strade tortuose e misteriose prenderanno poi le idee…

Sipario.

E applausi per parecchi minuti e doppia passerella per Mauri, Sturno e Bianchi. La recitazione è stata resa efficace anche dall’assai sapiente e ben sincronizzato uso delle luci di scena (non particolarmente ricca, diciamolo, ma, del resto, non era assolutamente necessario lo fosse), che han contribuito non solo a sottolineare le battute in sé ma anche a rendere l’idea del tempo e dello spazio.

Il romanzo (edito dalle San Paolo Edizioni), ch’io sappia, è stato recentemente in ristampa e lo si potrà trovare in libreria nei primi mesi del prossimo anno.

Va da sé che tornerò a parlarne (sempre che non annoi).

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