Della traduzione della traduzione, ovvero lo strano caso del giapponese

Scritto da: il 14.09.09
Articolo scritto da . Non c'è Compagnia senza un elfo, perciò - aderendo al contratto nazionale delle Orecchie a Punta - eccomi qua. Ho anche un nome normale, Alessandra, ma quelli che mi chiamano così si contano sulla punta delle dita. Voglio salutare papà, mamma, e tutti quelli che mi hanno permesso di arrivare fin qui...cosa? Non è il Festival di Sanremo? E va be', dai, siate buoni!!! ;)

Premetto di essere consapevole di stare per affrontare un discorso assai più ampio di quanto una pagina di blog possa permettere e che il mio non vuole essere un atto d’accusa nei confronti di nessuno.

Come ex studentessa di lingua e letteratura giapponese, mi sono trovata spesso a cercare libri di autori del Sol Levante e non solo per doveri scolastici. Finché mi sono limitata ai testi richiesti dall’Università non ho avuto problemi, naturalmente: i grandi classici sono ampiamente studiati e tradotti da professori esperti, il cui lavoro è inappuntabile.

La scelta ha iniziato a restringersi quando, dopo la laurea, avrei voluto leggere qualche autore giapponese che non si chiamasse Yoshimoto Banana o Murakami Haruki. A dirla tutta, mi sono trovata nel buio. Eppure, mi sono detta, importiamo ogni giorno centinaia di titoli inglesi ed americani con traduzioni più o meno buone, ma quasi sempre sopra la media. Possibile che i traduttori dal giapponese siano così pochi? Eppure, che io sappia, le lauree in lingue e letterature orientali sono in aumento, per lo meno dai tempi in cui io mi sono iscritta.

Non è possibile che quasi tutti i laureati disertino la carriera di traduttore, soprattutto considerando che questo mestiere è al primo posto nella top ten dei lavori ideali, tra coloro che intraprendono un percorso di studi linguistici. Cosa può allora circoscrivere la possibilità di tradurre la lingua giapponese ad un numero così limitato di eletti?

Come “persona informata dei fatti” posso dire che la lingua giapponese presenta grosse difficoltà anche per chi ne affronta lo studio con dedizione e passione; tuttavia la difficoltà non è un ostacolo insormontabile, se non fosse che – in generale – l’università italiana non conferisce una preparazione sufficiente. Nei quattro anni accademici sono troppi gli esami che non sono inerenti con la materia studiata.

Personalmente, mi sono trovata ad affrontare filologia germanica, o storia delle religioni, mentre avrei tanto voluto dedicare quelle ore all’approfondimento della lingua parlata, che mi è tanto mancato. (È risaputo che un traduttore deve conoscere la lingua viva e non può fossilizzarsi su regolette di grammatica imparate per lo più a memoria). Non mi si fraintenda: anche se avessimo dedicato tutto il tempo allo studio della lingua, forse, non avremmo avuto la padronanza necessaria ad una buona traduzione letteraria, ma di certo avremmo avuto basi più solide.

Oltre alle mancanze del sistema universitario, mi sono domandata se le case editrici non investano in traduttori specializzati anche per via della scarsità della richiesta di mercato. Eppure, della già misera quantità di testi di letteratura moderna giapponese, se ne contano molti tradotti dalla lingua inglese. Questa trafila è un vero spreco di ingegno e, soprattutto, rischia di far perdere di vista molte sfumature, dato che si tratta di tre lingue che hanno poco o niente in comune. Sono anche certa che i costi di un traduttore specializzato in giapponese siano superiori a quelli richiesti da un inglesista, tuttavia non mi sembra possibile né corretto ridurre il tutto ad una mera questione di denaro.

C’è inoltre un’osservazione che vorrei fare e che forse verrà tacciata di essere una sterile polemica, ma, per il poco che ho visto, mi è sembrato che ci fosse un certo ostracismo da parte degli accademici stessi, nei riguardi di coloro che arrischiano una traduzione personale e osano proporla ad una casa editrice. Certo, essere stroncati al primo tentativo da un esperto può essere segno di incompetenza e minare la fiducia in se stessi, ma per quanto ne so anche la traduzione è un mestiere che si impara. E, come la scrittura, si impara continuando a provare.

Ecco, l’impressione che si ha dall’esterno è che la fascia dei traduttori professionisti sia molto ristretta e badi a restarlo. Questo significherà certo un’altissima qualità delle traduzioni accademiche, ma implicherà anche una scarsità di testi tradotti e, soprattutto, mancate possibilità per molti ragazzi di imparare e continuare a lavorare con una lingua difficilissima ma affascinante come poche altre al mondo e soprattutto dotata di una letteratura viva e fiorente.

  • Sfranz

    D’accordo con te benché a me – anglista – la traduzione non sia mai piaciuta; be’ lo si (intra)vede dalle mie recensioni, credo, mi sento più tagliato per la critica letetraria.

  • Sfranz

    D’accordo con te benché a me – anglista – la traduzione non sia mai piaciuta; be’ lo si (intra)vede dalle mie recensioni, credo, mi sento più tagliato per la critica letetraria.

  • Axel Raven

    Uno strano caso davvero. Sopratutto pensando alla mole di fumetti giapponesi che l’Italia importa. In quell’ambito ci sono molti buoni traduttori anche se, credo, buona parte di loro sia autodidatta..

  • Axel Raven

    Uno strano caso davvero. Sopratutto pensando alla mole di fumetti giapponesi che l’Italia importa. In quell’ambito ci sono molti buoni traduttori anche se, credo, buona parte di loro sia autodidatta..

  • http://gattirandagi.ilcannocchiale.it maxvicius

    In realtà tradurre un testo partendo non dall’originale, ma da una lingua terza rispetto a quelle di partenza e di arrivo è usanza molto, ma molto vecchia. Un tempo a mediare era il francese, ora l’inglese. Lo si fa anche oggi per opere indiane – per gli autori indiani che scrivono in Hindi o Hurdu(ma credo si possano contare sulle dita della mano gli scrittori indiani pubblicati qua da noi che scrivono in quelle due lingue. Eppure da noi si traduce più che in qualunque altro paese europeo).

    Detto ciò: ci sono meno traduttori dal giapponese sono – come hai scritto anche tu – rispetto a quelli dall’inglese, dal francese etc. Po, e qua ipotizzo però, in un numero così ridotti è ancor più difficile trovarne di bravi. A questo punto costa meno fatica e tempo tradurre dall’inglese che cercare traduttori.

    Riguardo ai costi o a quanto sia ambito fare il traduttore…beh che sia pagato a cartella o a cottimo sempre di una paga molto, ma molto passa si tratta, senza dimenticare che è un lavoro molto difficile e che richiede molto tempo – se fatto bene.

    Una domanda, a chi ti riferisci quando parli di accademici, ai prof delle varie università? Un master in traduzione come quello di Torino ad esempio è un ottimo viatico professionale, ma alla fine se tu proponi un romanzo tradotto a una casa editrice, beh se il l’opera originale vale (anche e soprattutto commercialmente) e la traduzione pure…ma se ne fregano degli accademici! Prova a individuare la casa editrice adatta per quel libro e proponilo.

  • http://gattirandagi.ilcannocchiale.it maxvicius

    In realtà tradurre un testo partendo non dall’originale, ma da una lingua terza rispetto a quelle di partenza e di arrivo è usanza molto, ma molto vecchia. Un tempo a mediare era il francese, ora l’inglese. Lo si fa anche oggi per opere indiane – per gli autori indiani che scrivono in Hindi o Hurdu(ma credo si possano contare sulle dita della mano gli scrittori indiani pubblicati qua da noi che scrivono in quelle due lingue. Eppure da noi si traduce più che in qualunque altro paese europeo).

    Detto ciò: ci sono meno traduttori dal giapponese sono – come hai scritto anche tu – rispetto a quelli dall’inglese, dal francese etc. Po, e qua ipotizzo però, in un numero così ridotti è ancor più difficile trovarne di bravi. A questo punto costa meno fatica e tempo tradurre dall’inglese che cercare traduttori.

    Riguardo ai costi o a quanto sia ambito fare il traduttore…beh che sia pagato a cartella o a cottimo sempre di una paga molto, ma molto passa si tratta, senza dimenticare che è un lavoro molto difficile e che richiede molto tempo – se fatto bene.

    Una domanda, a chi ti riferisci quando parli di accademici, ai prof delle varie università? Un master in traduzione come quello di Torino ad esempio è un ottimo viatico professionale, ma alla fine se tu proponi un romanzo tradotto a una casa editrice, beh se il l’opera originale vale (anche e soprattutto commercialmente) e la traduzione pure…ma se ne fregano degli accademici! Prova a individuare la casa editrice adatta per quel libro e proponilo.

  • http://gattirandagi.ilcannocchiale.it maxvicius

    Scusate gli errori di battuta, ma vengo da una giornata lavorativa piuttosto pesante.

  • http://gattirandagi.ilcannocchiale.it maxvicius

    Scusate gli errori di battuta, ma vengo da una giornata lavorativa piuttosto pesante.

  • Elfo

    Guarda, non posseggo verità incontestabili; tra l’altro io non avrei nemmeno voluto fare la traduttrice, perciò ti parlo solo della mia osservazione dei percorsi svolti da alcuni miei compagni di studi (alcuni dei quali MOLTO bravi).
    Mi permetto di dissentire sulla paga bassa, perchè il costo di una traduzione di una cartella dal giapponese è almeno il triplo rispetto ad una inglese. Poi c’è gente che fattura a parola, quindi fai tu…:)

  • Elfo

    Guarda, non posseggo verità incontestabili; tra l’altro io non avrei nemmeno voluto fare la traduttrice, perciò ti parlo solo della mia osservazione dei percorsi svolti da alcuni miei compagni di studi (alcuni dei quali MOLTO bravi).
    Mi permetto di dissentire sulla paga bassa, perchè il costo di una traduzione di una cartella dal giapponese è almeno il triplo rispetto ad una inglese. Poi c’è gente che fattura a parola, quindi fai tu…:)

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