Che bel bambino! – Rosemary’s Baby, Levin/Polanski

Scritto da: il 24.05.08
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Copertina @CentolibriTra i libri ripescati dalla memoria, ormai ingialliti, ho trovato, per caso, anche il celeberrimo romanzo di Ira Levin, Rosemary’s baby, un libro considerato ormai di culto rispetto al genere horror. Un po’ incuriosita, un po’ dubbiosa, ho iniziato a sfogliarlo, e mi sono ritrovata a leggerlo voracemente.

Il mio pregiudizio nei confronti dell’horror era forte: immaginavo scene un po’ splatter, crimini efferati, sangue. Ovviamente sbagliavo.
L’horror in questo caso affonda nel quotidiano, nell’inquietudine delle supposizioni sul conto dei propri vicini, sulle banalità che sommate diventano indizi e poi prove del male intorno.

Il libro è un dettagliato ritratto della società borghese del ’60, arrivista, ambiziosa, ipocrita. Levin tratteggia la middle class americana a lui contemporanea, esponendone pregi e difetti quasi con delicatezza, in completa opposizione al genere del romanzo.

Il passo successivo è stato reperire il video. Il film è la perfetta, esatta e pedissequa trasposizione del libro, anche se meno efficace, soprattutto nel finale. Certo non è facile adeguare il visivo all’immaginario, e questo forse è proprio il limite del cinema; tanto quanto il libro lascia spazio alla rappresentazione mentale, il film lo sottrae.

Nonostante ciò Polanski riesce a far leva sulle paure personali per caricare l’atmosfera di significati sinistri, senza inserire nessuna scena specifica che possa dirsi “horror”. Anche il topos del sogno/incubo è giocato su sovrimpressioni, scambi di immagini e colori, ingigantimento dei particolari.

Qualcuno direbbe che è una critica sociale, poiché il libro ed il film inseriscono l’orrore e il male in un contesto borghese. Dal mio canto la ritengo una scelta più stilistica che sociale: l’ambiguo, il sinistro colpiscono di più quando si riferiscono ad ambienti vissuti e pensati come sereni.

Qualunque sia l’intento dell’autore, e successivamente del regista, l’esito è un’ottima opera. Come d’abitudine io prediligo il formato cartaceo, ma questa, in fondo, è solo questione di gusto.

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