Penso sia difficile e coraggioso presentare a un pubblico del XXI secolo noto, per di più, per la sua scarsa propensione alla lettura, Vita e opinioni filosofiche di un gatto, un testo di più di centocinquant’anni fa, di un filosofo, storico e letterato d’oltralpe, famoso ai suoi tempi al punto da essere unanimemente considerato il teorico del naturalismo francese: Hippolyte Adolphe Taine (1828-1893). L’uomo per cui, l’arte era un prodotto naturale allo stesso modo che lo era un uomo che la produceva; altro che sentimenti, altro che romanticismo tutto, alla fin fine, poteva ridursi ed essere quindi il frutto dell’ereditarietà, dell’ambiente e delle circostanze storiche.
Di qui il suo aderire al positivismo, la sua anglofilia (nel 1863 scrisse una Histoire de la littérature anglaise in cinque volumi) e la sua famigliarità con autori quali Honoré de Balzac (1799-1850), Gustave Falubert (1821-1880), Émile Zola (1840-1902) e i fratelli Edmond (1822-1896) e Jules de Goncourt (1830-1870) – famigliarità e amicizia: Flaubert e i Goncourt erano spesso a cena da lui.
Vie et opinions philosophiques d’un chat uscì nel 1858 e fu incluso nell’edizione ampliata e definitiva del suo Voyage aux eaux des Pyrénées ch’era uscito tre anni avanti, nel 1855. Probabilmente già avvezzo alla favola dopo uno dei suoi primi saggi dedicato a La Fontaine del 1853 (riedito successivamente nel ‘61, La Fontaine et ses fables: era stata la sua Tesi di dottorato), in questo breve scritto vediamo un gatto dalla sua nascita alla conquista completa della sua consapevole saggezza.
Tra le righe si può comprendere la filosofia anche dell’autore e la sua bonaria critica sulla (a suo dire errata) visione e concezione de mondo di altri. Devo dire la verità: non si può fare a meno di pensare, almeno per un secondo alla Fattoria degli animali di George Orwell (1903-1950), pubblicata nel 1945 anche se, per questo motivo, un confronto diretto e/o indiretto tra le due opere apparirebbe del tutto fuori luogo.
Lungi dall’essere pesante, è, al contrario, una lettura gradevole e simpatica. Strutturata in otto corti capitoletti che inducono forse a qualche pensiero e riflessione sulla natura degli uomini e sulla incontestabile (e incontestata) saggezza dei gatti.
Ah, dimenticavo: Hippolyte Taine ne aveva avuti ben tre! Presumo l’abbiano aiutato molto nei suoi studi filosofici.
Mi ricorda molto “Wagahaiwa Neko de aru” (Io sono un gatto), del giapponese Natsume Sōseki, in cui il protagonista felino osserva la vita del suo padrone, un professore di inglese, con occhio disincantato e divertente. Si trova facilmente anche in Italia…e se hai un po’ di tempo te lo consiglio.
Adattissimo a me! Da chi è edito?
La versione che avevo io era di Marsilio.
Se lo trovo, ci farò senz’altro un pensierino. Ma ce ne sono molti di libri con gatti come protagonisti; ne ho visto uno della Lessing (Feltrinelli). Grazie dell’informazione!