Storia del “giallo” italiano, Rambelli

Scritto da: il 10.04.09
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Va detto subito che se cercaste Storia del “giallo” italiano di Rambelli, uscito nel ’79 e, a quanto ne so, mai più ripubblicato o ristampato, difficilmente lo trovereste in libreria. Ed è sinceramente un peccato, visto che, seppur inevitabilmente datato, rimane un testo cardine per tutti coloro che vogliono studiare – sotto il profilo letterario e del costume – il nascere e l’evolversi del genere poliziesco nel nostro Paese.

Il libro – pur documentatissimo e con molte note a piè di pagina – è tutt’altro che noioso. Si apre con l’inaugurazione a Milano il 16 settembre del 1929 di una libreria mondadoriana in cui, venne per la prima volta presentata una collana di libri polizieschi che, successivamente diverranno per antonomasia e per il colore delle copertine i “libri gialli”. Nomi come Alessandro Varaldo – vero poligrafo poiché, tra le tante cose che scrisse ci sono anche romanzi d’impronta “gialla” e del poliziesco italiano è il riconosciuto primo autore – o Tito A. Spagnol, o Armando Comez o Arturo Lanocita, Ezio d’Errico (1892-1972) o Augusto de Angelis (1888-1944), Franco Enna e, forse un po’ meno, Giorgio Scerbanenco (1911-1969), al lettor giovane non diranno probabilmente nulla.

Eppure questi (ed altri che qui non menziono, non per scarso rispetto ma per lasciare ai lettori il piacere di scoprirli e per non fare di questa recensione una sorta di elenco telefonico) furono gli autori che contribuirono alla travagliata nascita del romanzo poliziesco italiano. Nascita travagliata e, rispetto ad altre nazioni, tardiva perché questo genere di narrativa ebbe sempre serie difficoltà nel definirsi propriamente e nel distinguersi nettamente da altri generi popolari quali il romanzo d’avventura, per esempio, o il feuilleton.

Molti scrittori che pubblicarono nel decennio ’30-’40 dello scorso secolo erano incapaci di resistere alla tentazione di influenze naturaliste e anche veriste, ignote alla pura narrazione dell’indagine che porta alla soluzione di un caso che era la caratteristica precipua del romanzo-enigma di provenienza britannica che, a cominciare dai famosi racconti di Poe con Dupin e ratificato da Conan Doyle con Shelock Holmes e, in quegli anni, da S.S. Van Dine, Agatha Christie e Dorothy Leigh Sayers (tanto per far qualche nome senz’altro più conosciuto) era il modello da seguire – almeno in Europa – per chiunque volesse scrivere “gialli”.

Popolo, come spesso si dice, di Poeti, Santi e Navigatori, gli Autori italiani mal si trovavano nel inventarsi detective stories all’inglese e i loro eroi se non certamente Santi e men che meno Navigatori, almeno in qualche modo o misura, Poeti dovevano pur esserlo. Ed ecco allora Ezio D’Errico, volendo intenzionalmente continuare il poliziesco alla Maigret (che, nel ’34, Simenon – 1903-1989 – aveva temporaneamente abbandonato), col suo commissario Richard, che gira per Parigi e risolve i casi studiando gli ambienti per lo più derelitti e malinconici dove il misfatto delittuoso è maturato; e Augusto De Angelis col suo commissario De Vincenzi (magistralmente portato in TV dal grande Paolo Stoppa nel ’74 e nel ’77) che spiega i moventi meditando e studiando Freud o Franco Enna che scopre gli assassini col ripiegarsi nella propria interiorità dei suoi investigatori spesso tali a causa di improvvise circostanze e, comunque, loro malgrado. Franco Enna scrisse tra l’altro anche testi di Fantascienza.

Ma il poliziesco era sgradito al Fascismo che vedeva pretestuosamente in esso un genere che avrebbe potuto compromettere la “sanità” morale del giovane fascista. Non si dimentichi, inoltre, che la maggioranza dei giallisti era anglosassone e, in quanto tale, a quel tempo, di per sé pericolosa e nemica. A Mussolini non bastò che un fatto di cronaca, una rapina in villa nella quale erano implicati dei giovani, per confermare il timore di possibile cattivo influsso di questo tipo di storie sulla gioventù e firmare, nell’estate del ’41, un decreto che, di fatto, chiudeva la nota collana della mondadoriana . “Il Giallo Mondadori” tornerà in edicola nell’aprile del ’46. Rimasero tuttavia due case editrici, la Sonzogno e la Nerbini, ad avere delle collane in cui venivano pubblicati anche romanzi polizieschi. E si ebbero anche Autori di Regime.

Nel secondo dopoguerra, a farla da padroni furono gli Autori americani. Arrivò in Italia tutto la produzione, per forza di cose non nuovissima, la cui divulgazione il Fascismo aveva osteggiato e impedito. Gli scrittori italiani del genere non piacevano e venivano preferiti quelli statunitensi e Inglesi sia vecchio stile (poliziesco classico a enigma), sia nuovo stile (nuovo per modo di dire, per il pubblico italiano visto c’hera nato negli anni Venti), quelli dell’Hard Boiled novel. Hammet, Chandler, Cheyney e Spillane. Per aggirare l’ostacolo e seguire l’andazzo, praticamente tutti gli scrittori italiani assunsero pseudonimi stranieri e produssero romanzi con vicende e ambientazioni statunitensi: era la condicio sine qua nonper poter pubblicare.

Alcuni passarono al noir, ossia inventavano storie in cui il protagonista non era l’investigatore (privato o istituzionale) di turno, bensì colui che di quest’ultimo di solito era la preda o, comunque colui che si veniva a trovare in una situazione in cui la Giustizia (con la G maiuscola) mal si adattava al sua caso ed era, perciò, costretto ad agire altrimenti. Ai lettori questo non provocava crisi di coscienza. Specialmente per i ceti più popolari, le Forze dell’Ordine sempre avevano suscitato se non proprio odio, almeno una malcelata diffidenza e, quindi, un eroe più o meno simile a Robin Hood od Arsenio Lupin o, in ogni caso, ingiustamente braccato poteva anche andar bene. Ed entusiasmare.

E poi, nel ’66 venne Giorgio Scerbanenco. A dir la verità aveva cominciato già dal ’40 con un poliziotto dall’improbabile nome di Arturo Jelling operante in un altrettanto alquanto improbabile Boston. E aveva continuato – lo sapevate? – scrivendo romanzi “rosa”. Ma ora toccava al personaggio che gli diede la notorietà: Duca Lamberti, medico radiato dall’Albo per aver praticato l’eutanasia su di un’anziana signora ma che collabora con la Polizia. E ciò che appare maturo e indispensabile è lo sfondo urbano, la Milano nera, violenta, corrotta, ipocrita.

L’aveva capito G.K. Chesterton sin dal 1901 quando, in The Defendant fra le varie “difese”, in quella riservata alla detective story, scriveva che “A rude, popular literature of the romantic possibilities of the modern city was bound to arise. It has arisen in the popular detective stories, as rough and refreshing as the ballads of Robin Hood.” [“Una rozza letteratura popolare delle potenzialità fantastiche della città moderna era destinata a sorgere. Ed è sorta, fresca e ingenua come una ballata di Robin Hood, con la detective story.” la traduzione è tratta dall’antologia di saggi sul romanzo poliziesco La trama del delitto. Teoria e analisi del racconto poliziesco ISBN 8873800963]. Naturalmente, anche altri, come D’Errico e De Angelis, avevano compreso l’importanza della città ma rimaneva in loro un certo provincialismo più o meno palese che con Scerbanenco scompare del tutto.

Fa bene a far notare Rambelli che il romanzo poliziesco si evolve e muta contestualmente all’evolversi e al mutare della società; anche perché, come genere, molto si avvale dei reali fatti di cronaca. Non a caso, gli Autori son spesso giornalisti. Laddove succedono rapimenti, attentati, scandali politici, rivolte di piazza, c’è poco posto per il raffinato detective alla Philo Vance che – di estrazione borghese – di un mondo borghese (se non alto borghese) ricomponeva l’equilibrio infranto da un inaspettato delitto. Questa figura di poliziotto viene necessariamente meno; come meno viene anche quella del detective “duro” alla Marlowe. Anzi, il poliziotto di questi tempi può non lavorare da solo: non sempre, ma spesso deve lavorare in squadra. La sua figura viene quantomai ridimensionata e, anche di grado, da commissario passa a sergente come l’Antonio Sarti di Loriano Macchiavelli.

Grandi scrittori come Leonardo Sciascia (1921-1989) s’interessarono al dibattito mai completamente sopito fin dagli anni Trenta sul romanzo poliziesco, le sue origini (dal romanzo gotico, passando necessariamente per Poe e venendo ratificato col positivismo tardo ottocentesco) ma, soprattutto sul suo rapporto col lettore.

Sono anche interessanti gli sviluppi della politica editoriale per il “giallo” italiano. Risultava difficile che se ne potesse fare una serie con uscite a scadenza fissa (settimanale, mensile o altro); in parte perché gli editori non potevano contare su un ampio numero di scrittori seriali e. per lo più, per il fatto che gli scrittori italiani tendevano (o aspiravano) sempre al letterario che col romanzo poliziesco è raro possa convivere (Quer pasticciaccio dell’ing. Gadda – 1957 – evidentemente, è un’eccezione). Si vede che, diversamente da Simenon, gli scrittori nostrani non ebbero la fortuna di ricevere consigli dalla grande e popolarissima Colette (1873-1954) che, restituendogli alcuni racconti di genere letterario, appunto, esortò il giovane scrittore belga in questi termini: “Niente letteratura, ragazzo mio! Tolga tutta la letteratura e vedrà che funzionerà”.

Funzionò.

  • http://bosina.net Bosina

    Bentornato Sfranz!!!!
    Molto interessante. Se è del ’79 non fa in tempo a catalogare i polizieschi del capitano Flores della mia amata Mancinelli, ammesso che si possano far rientrare nel genere visto che sono molto strampalati… chissà se c’è qualcuno che leggendo la tua recensione si ispira per un’appendice a questa Storia!
    Una buona Pasqua a te e alla tua famiglia.

  • http://bosina.net Bosina

    Bentornato Sfranz!!!!
    Molto interessante. Se è del ’79 non fa in tempo a catalogare i polizieschi del capitano Flores della mia amata Mancinelli, ammesso che si possano far rientrare nel genere visto che sono molto strampalati… chissà se c’è qualcuno che leggendo la tua recensione si ispira per un’appendice a questa Storia!
    Una buona Pasqua a te e alla tua famiglia.

  • http://digilander.libero.it/SFranz/ SFranz

    Mancinelli? Se è Laura Mancinelli e non è un caso di omonimia è stata la mia prof di Filologia Germanica a Ca Foscari. Presi 30/30 se non ricordo male. Per una storia del giallo aggiornata a Camilleri si veda Luca Crovi, Tutti i colori del giallo, Venezia, Marsilio, 2002. Se non lo si trova in libreria, lo si può ordinare.

    Buona Pasqua a te alla tua numerosa famiglia e a tutti.

    Stefano

  • http://digilander.libero.it/SFranz/ SFranz

    Mancinelli? Se è Laura Mancinelli e non è un caso di omonimia è stata la mia prof di Filologia Germanica a Ca Foscari. Presi 30/30 se non ricordo male. Per una storia del giallo aggiornata a Camilleri si veda Luca Crovi, Tutti i colori del giallo, Venezia, Marsilio, 2002. Se non lo si trova in libreria, lo si può ordinare.

    Buona Pasqua a te alla tua numerosa famiglia e a tutti.

    Stefano

  • http://bosina.net Bosina

    E’ proprio lei! E’ la famosa filologa del Nibelunglied. È anche una feconda scrittrice di generi diversi, tre per la precisione: filone medievale (è la migliore nel genere che abbiamo), filone giallo-poliziesco (capitano Flores) e infine quello del fantasma di Mozart.
    Grazie della dritta e degli auguri che ricambio ancora di vero cuore.

  • http://bosina.net Bosina

    E’ proprio lei! E’ la famosa filologa del Nibelunglied. È anche una feconda scrittrice di generi diversi, tre per la precisione: filone medievale (è la migliore nel genere che abbiamo), filone giallo-poliziesco (capitano Flores) e infine quello del fantasma di Mozart.
    Grazie della dritta e degli auguri che ricambio ancora di vero cuore.

  • Sfranz

    Scusate il mio errore dovuto un po’ alla fretta (e al resto non lo so!) si cambi nel mio precedente msg da “caso di omonimità” a “caso di omonimia”: Ma dove avevo la testa quando lo scrissi?
    Ciao Vado a prender note per il prossimo post

  • Sfranz

    Scusate il mio errore dovuto un po’ alla fretta (e al resto non lo so!) si cambi nel mio precedente msg da “caso di omonimità” a “caso di omonimia”: Ma dove avevo la testa quando lo scrissi?
    Ciao Vado a prender note per il prossimo post

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