Psycho, Bloch

Scritto da: il 07.07.10
Articolo scritto da . Classe 1975, appartengo a coloro che stanno assistendo impotenti al ritorno degli anni ottanta, sapendo che prima o poi ricompariranno anche loro, le odiate spalline. Nelle mie giornate di almeno 28 ore l'una amministro un'azienda per lavoro, un forum di viaggi per passione, e una famiglia per amore, composta da un altro membro umano, mio marito, e due felini. In tutto questo leggo, sempre e dovunque perché senza libri non potrei vivere. Scrivo, perché è un puro piacere farlo. Viaggio, perché solo con la fantasia non mi basta.

Parlare di questo libro mi fa ripensare a un aneddoto che Stephen King racconta nella prefazione di un suo libro: era ancora giovane ma già discretamente famoso quando gli capitò di partecipare a una convention di scrittori dell’orrore. Tra questi c’era anche Robert Bloch che, privo di mezzi economici, era venuto all’evento con l’autobus: la cosa scioccò alquanto il giovane King, che già godeva dei frutti (monetari) del suo lavoro e che considerava Bloch uno dei suoi maggiori ispiratori.

Non so quale considerazione in patria sia toccata davvero a questo brillante autore di genere, però mi è sempre stato chiaro che in Italia non ne ha mai goduta molta. Fu (è morto ormai alcuni anni fa) uno scrittore molto prolifico eppure da noi non è arrivato quasi nulla. Nello scrivere poi questa recensione mi sono accorta che Psycho addirittura è fuori catalogo: per un’amante del genere noir come me è quasi un affronto visto che di fatto il libro fece da apripista per l’horror psicologico, e non sto parlando solo di King.

Ma torniamo a bomba, cioè alla trama, e scusatemi se di fatto essa è arcinota.

Marion Crane, una giovane impiegata di Phoenix, scappa dopo aver derubato il suo ufficio di un’ingente somma di denaro. Il suo piano è raggiungere in auto il fidanzato e insieme a lui utilizzare la somma sottratta per iniziare una nuova vita. Ma il destino ci mette lo zampino: durante la fuga la ragazza, stanca delle lunghe ore passate al volante sotto la pioggia, si fermerà al motel Bates per passarvi la notte. La decisione avrà, purtroppo per lei, esiti infausti.

Riletto oggi, a distanza di cinquant’anni dalla sua stesura (li ha compiuti giusto giusto l’anno scorso) il libro colpisce per come tutto si giochi sulla personalità controversa e schizofrenica di Norman Bates. Il vero salto di qualità, rispetto al genere così come si conosceva fino a quel momento, è che l’orrore non viene da fuori: il mostro è mentale e anche se adesso sembra che non vi sto dicendo niente di nuovo, le cose non erano proprio così mezzo secolo fa. L’azione vera e propria, condotta da una manciata di personaggi, cattura marginalmente l’attenzione: come se stessimo assistendo a una rappresentazione teatrale abbiamo davvero pochissimi cambi di scena. Il fulcro di tutto è la casa gotica dei Bates, il motel ma soprattutto le molteplici personalità che li abitano.

Non è facile, se non impossibile, affrontare la lettura senza saperne già la conclusione, perché forse più del libro furono famose le sue varie trasposizioni cinematografiche.

Non abbiatene a male, ma io personalmente preferisco ignorare quelle più recenti e spendere invece due parole sul capostipite, il bellissimo film che Hitchcock ne trasse nel 1960. Un vero capolavoro nondimeno del libro, con un Anthony Perkins talmente convincente nel ruolo che il poveretto vi rimase intrappolato tutta la vita.

Una piccola curiosità sulla pellicola: all’epoca il cui fu girato si usava già il technicolor e la decisione del bianco e nero fu per evitare che la censura americana si accanisse sulla famosa scena della doccia, considerata troppo efferata per essere girata a colori a causa della grande profusione di sangue.

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Se del film conoscete solo questo spezzone ormai negli annali della storia del cinema, vi consiglio di reperirlo al pari del libro, magari in qualche mercatino dell’usato durante questa lunga estate.

Questo libro è la lettura sotto l’ombrellone adatta per chi ama il genere horror, ma fino ad ora si è dato alle letture moderne, senza scavare nei classici. La lettura è abbastanza agghiacciante e coinvolgente da darvi un piccolo brivido, anche se siete sotto il solleone.

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  • http://xoomer.virgilio.it/franzato/ Sfranz

    Cara Only, mi è sempre piaciuto come scrivi (sono in vena di confessioni oggi!), tuttavia:

    “Il vero salto di qualità, rispetto al genere così come si conosceva fino a quel momento, è che l’orrore non viene da fuori: il mostro è mentale e anche se adesso sembra che non vi sto dicendo niente di nuovo, le cose non erano proprio così mezzo secolo fa.”

    Che mi risulti, ed è uno dei motivi per cui è entrato nella Storia della Letteratura Americana (e, per questo motivo ce lo dobbiamo studiare), il “salto di qualità” – rispetto a certi romanzi gotici che indulgevano sul mostro o l’entità venuti dall’esterno e/o dal soprannaturale (non tutti però) – non lo ha fatto R. Bloch nel ’900 bensì il caro E.A. Poe nella prima metà dell’800, un titolo esemplificativo il narratore del “Cuore rivelatore” è un pazzo (in camicia di forza se non ricordo male); altre strane e misteriose malattie (se non proprio mentali, almeno nervose), sempre se non ricordo male, le hanno i protagonisti del “Crollo della Casa Usher” e credo proprio che ad una rilettura dei racconti di Poe di personaggi a cui manca qualche venerdì ne troveremmo parecchi. Corsi e ricorsi della Storia, il mostro venuto dall’esterno tornerà nei racconti dell’Orrore un secolo dopo col caro Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), tanto da creare una vera e propria mitologia del o dei mostri venuti dall’esterno… dallo spazio e dal tempo addirittura. Di Howard, prima o poi, son sicuro avremo occasione di riparlare. Saluti

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    Cara Only, mi è sempre piaciuto come scrivi (sono in vena di confessioni oggi!), tuttavia:

    “Il vero salto di qualità, rispetto al genere così come si conosceva fino a quel momento, è che l’orrore non viene da fuori: il mostro è mentale e anche se adesso sembra che non vi sto dicendo niente di nuovo, le cose non erano proprio così mezzo secolo fa.”

    Che mi risulti, ed è uno dei motivi per cui è entrato nella Storia della Letteratura Americana (e, per questo motivo ce lo dobbiamo studiare), il “salto di qualità” – rispetto a certi romanzi gotici che indulgevano sul mostro o l’entità venuti dall’esterno e/o dal soprannaturale (non tutti però) – non lo ha fatto R. Bloch nel ’900 bensì il caro E.A. Poe nella prima metà dell’800, un titolo esemplificativo il narratore del “Cuore rivelatore” è un pazzo (in camicia di forza se non ricordo male); altre strane e misteriose malattie (se non proprio mentali, almeno nervose), sempre se non ricordo male, le hanno i protagonisti del “Crollo della Casa Usher” e credo proprio che ad una rilettura dei racconti di Poe di personaggi a cui manca qualche venerdì ne troveremmo parecchi. Corsi e ricorsi della Storia, il mostro venuto dall’esterno tornerà nei racconti dell’Orrore un secolo dopo col caro Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), tanto da creare una vera e propria mitologia del o dei mostri venuti dall’esterno… dallo spazio e dal tempo addirittura. Di Howard, prima o poi, son sicuro avremo occasione di riparlare. Saluti

  • Only

    tu sei sempre troppo gentile!
    Mi manca purtroppo tutta la tua esperienza letteraria(hai letto davvero tanto :)devo camparne ancora di anni per arrivare alla tua mole di lettura) però conosco molto bene sia POe che Lovercraft e continuo ad avere l’intima convinzione che Psycho sia un romanzo innovativo. Nei racconti di Poe (ma anche di H.P.L.) non mancano i pazzi, è vero, eppure secondo me il mostro creato da Bloch è particolare perché rimane celato all’interno di Bates. Il lettore non capisce proprio che Norman è pazzo, è lì secondo me il salto di qualità fatto da Bloch. Non è facile prendere in mano il libro senza sapere di cosa parla, però potendolo fare ci si accorge che per quasi tutto il libro Norman appare sano di mente e i dialoghi tra lui e sua madre sembrano avvenire tra due persone distinte invece che tra due sfere della stessa mente…il lettore è indotto a credere che Norman sia SANO e sia la madre la psicotica assassina. Un vero intrigo psicologico che trova eco nell’horror americano moderno ma che mi fa francamente pensare poco ai due mostri sacri (perchè tali sono!) da te citati. Ovviamente, questa è la mia personale opinione e mi rendo conto che forse nella recensione non lo espressa proprio benissimo…:)

  • Only

    tu sei sempre troppo gentile!
    Mi manca purtroppo tutta la tua esperienza letteraria(hai letto davvero tanto :)devo camparne ancora di anni per arrivare alla tua mole di lettura) però conosco molto bene sia POe che Lovercraft e continuo ad avere l’intima convinzione che Psycho sia un romanzo innovativo. Nei racconti di Poe (ma anche di H.P.L.) non mancano i pazzi, è vero, eppure secondo me il mostro creato da Bloch è particolare perché rimane celato all’interno di Bates. Il lettore non capisce proprio che Norman è pazzo, è lì secondo me il salto di qualità fatto da Bloch. Non è facile prendere in mano il libro senza sapere di cosa parla, però potendolo fare ci si accorge che per quasi tutto il libro Norman appare sano di mente e i dialoghi tra lui e sua madre sembrano avvenire tra due persone distinte invece che tra due sfere della stessa mente…il lettore è indotto a credere che Norman sia SANO e sia la madre la psicotica assassina. Un vero intrigo psicologico che trova eco nell’horror americano moderno ma che mi fa francamente pensare poco ai due mostri sacri (perchè tali sono!) da te citati. Ovviamente, questa è la mia personale opinione e mi rendo conto che forse nella recensione non lo espressa proprio benissimo…:)

  • http://digilander.libero.it/SFranz/ sfranz

    @ Only:

    Che del “il mostro che è in noi” ne abbia per la prima volta parlato Poe è evidente. Diciamo, che tra Poe e Bloch, oltre che più di un secolo di distanza, c’è anche Freud & Co. (ossia Jung, Groddeck, Adler, Rank: quest’ultimo per un ottimo saggio sul Doppio) e l’evoluzione della psichiatria che è avvenuta dopo di loro, anche se la loro era Psicanalisi. Ai tempi di Poe, appena appena si intuiva che l’uomo non era fatto di sola carne ma c’era qualcosa di indefinito, misterioso che, talvolta, lo spingeva ad atteggiamenti e comportamenti da “folle” (qui si potrebbe sottolineare le sfumature semantiche tra le parole inglesi “insane”, madman” e “fool” ma tralasciamo, limitandoci a dire che quest’ultima, a differenza delle prime due che ne sono prive, ha una connotazione anche di “sciocco”, “scemo” “matto”: “The Fool on he Hill” ,ricorderai, è una delle tante belle canzoni dei Beatles; il “fool”, “il Matto”, inteso come giullare di corte, è l’unico che può dire al suo Re, Re Lear, impazzito davvero, come stiano realmente le cose e disapprovare il suo operato di sovrano, chiamandolo pure “zietto”). Bloch scrive dopo Freud & Co , in un periodo in cui sia la Psicanalisi che la Psichiatria han fatto passi da gigante sia nel definirsi come scienze che nel circoscrivere e catalogare la sintomatologia delle malattie, una tra le più curiose e difficili da curare – e credo rientri nella tipologia delle schizofrenie – è quella della personalità multipla di cui, credo ci siano parecchi casi anche nella Psichiatria forense, non so in che anno (e sarebbe davvero curioso saperlo), ci fu un processo ad uno (o una? Non ricordo) che aveva ben sei o otto personalità: chissà quale era quella colpevole!
    Bloch, pur non scoprendo di sana pianta “il mostro che è in noi”, ha avuto la bella trovata di manipolare narrativamente e in maniera moderna (non avrebbe potuto fare altrimenti) la triste patologia della personalità multipla scaturita da un più che morboso attaccamento alla madre. Se ricordi, Only, qualcosa di simile lo troviamo anche in “La casa dalle finestre che ridono” dell’Avati. La scena finale è quasi più orrida, inquetante e sorprendente del povero Norman Bates con la voce della mamma.
    Chiudo – cercando di scusarmi se son stato noioso – rammentando una curiosità cinematografica: sembra che Hitchcock nel far costruire Casa Bates (che esiste ancora a Hollywood, non è stata abbattuta) si sia ispirato al quadro “House by the Railroad” (1925) del pittore americano Edward Hopper : dài un’occhiata qui http://www.allposters.com/gallery.asp?aid=195579&apnum=305225&TID1=18821967&LinkTypeID=1&PosterTypeID=4&DestType=7&Referrer=http://affiliates.allposters.com/PosterStore/429239_PosterStore_2.htm e dimmi se non si assomigliano come le classiche 2 gocce d’acqua.
    P.S. Non sono io che sono troppo buono nl dirtelo, sei tu che sai scrivere ed essere convincente. Non leggo molto e sono parecchio lento nella lettura. Saluti

  • http://digilander.libero.it/SFranz/ sfranz

    @ Only:

    Che del “il mostro che è in noi” ne abbia per la prima volta parlato Poe è evidente. Diciamo, che tra Poe e Bloch, oltre che più di un secolo di distanza, c’è anche Freud & Co. (ossia Jung, Groddeck, Adler, Rank: quest’ultimo per un ottimo saggio sul Doppio) e l’evoluzione della psichiatria che è avvenuta dopo di loro, anche se la loro era Psicanalisi. Ai tempi di Poe, appena appena si intuiva che l’uomo non era fatto di sola carne ma c’era qualcosa di indefinito, misterioso che, talvolta, lo spingeva ad atteggiamenti e comportamenti da “folle” (qui si potrebbe sottolineare le sfumature semantiche tra le parole inglesi “insane”, madman” e “fool” ma tralasciamo, limitandoci a dire che quest’ultima, a differenza delle prime due che ne sono prive, ha una connotazione anche di “sciocco”, “scemo” “matto”: “The Fool on he Hill” ,ricorderai, è una delle tante belle canzoni dei Beatles; il “fool”, “il Matto”, inteso come giullare di corte, è l’unico che può dire al suo Re, Re Lear, impazzito davvero, come stiano realmente le cose e disapprovare il suo operato di sovrano, chiamandolo pure “zietto”). Bloch scrive dopo Freud & Co , in un periodo in cui sia la Psicanalisi che la Psichiatria han fatto passi da gigante sia nel definirsi come scienze che nel circoscrivere e catalogare la sintomatologia delle malattie, una tra le più curiose e difficili da curare – e credo rientri nella tipologia delle schizofrenie – è quella della personalità multipla di cui, credo ci siano parecchi casi anche nella Psichiatria forense, non so in che anno (e sarebbe davvero curioso saperlo), ci fu un processo ad uno (o una? Non ricordo) che aveva ben sei o otto personalità: chissà quale era quella colpevole!
    Bloch, pur non scoprendo di sana pianta “il mostro che è in noi”, ha avuto la bella trovata di manipolare narrativamente e in maniera moderna (non avrebbe potuto fare altrimenti) la triste patologia della personalità multipla scaturita da un più che morboso attaccamento alla madre. Se ricordi, Only, qualcosa di simile lo troviamo anche in “La casa dalle finestre che ridono” dell’Avati. La scena finale è quasi più orrida, inquetante e sorprendente del povero Norman Bates con la voce della mamma.
    Chiudo – cercando di scusarmi se son stato noioso – rammentando una curiosità cinematografica: sembra che Hitchcock nel far costruire Casa Bates (che esiste ancora a Hollywood, non è stata abbattuta) si sia ispirato al quadro “House by the Railroad” (1925) del pittore americano Edward Hopper : dài un’occhiata qui http://www.allposters.com/gallery.asp?aid=195579&apnum=305225&TID1=18821967&LinkTypeID=1&PosterTypeID=4&DestType=7&Referrer=http://affiliates.allposters.com/PosterStore/429239_PosterStore_2.htm e dimmi se non si assomigliano come le classiche 2 gocce d’acqua.
    P.S. Non sono io che sono troppo buono nl dirtelo, sei tu che sai scrivere ed essere convincente. Non leggo molto e sono parecchio lento nella lettura. Saluti

  • Only

    @ sfranz:
    “La casa delle finestre che ridono” è uno dei capolavori del nostro cinema, non posso che sottoscrivere in pieno quanto dici! La scena di cui parli è un vero capolavoro e hai ragione, quasi più terrorizzante del film di Hithcock.
    Mentre non sapevo del quadro…Grazie dell’informazione.
    Visto che stiamo citando le cicche letterarie ne riporto una anche io su Psycho, un po’ curiosa. E’interessante notare come nel film, quando Bates e Marion stanno cenando la sera dell’arrivo di lei al motel essi siano circondati da uccelli impagliati. Nel suo libro Bloch non parla però di volatili, ma di tutt’altro animale. Il grande Hitch scelse di cambiare puntando su delle inquadrature davvero inquietanti dei poveri animali, in quanto lui stesso aveva una vera fobia per gli uccelli..lo terrorizzavano!
    Ecco, se abbiamo annoiato davvero, allora lo abbiamo fatto in due.:)

  • Only

    @ sfranz:
    “La casa delle finestre che ridono” è uno dei capolavori del nostro cinema, non posso che sottoscrivere in pieno quanto dici! La scena di cui parli è un vero capolavoro e hai ragione, quasi più terrorizzante del film di Hithcock.
    Mentre non sapevo del quadro…Grazie dell’informazione.
    Visto che stiamo citando le cicche letterarie ne riporto una anche io su Psycho, un po’ curiosa. E’interessante notare come nel film, quando Bates e Marion stanno cenando la sera dell’arrivo di lei al motel essi siano circondati da uccelli impagliati. Nel suo libro Bloch non parla però di volatili, ma di tutt’altro animale. Il grande Hitch scelse di cambiare puntando su delle inquadrature davvero inquietanti dei poveri animali, in quanto lui stesso aveva una vera fobia per gli uccelli..lo terrorizzavano!
    Ecco, se abbiamo annoiato davvero, allora lo abbiamo fatto in due.:)

  • http://xoomer.virgilio.it/franzato/copertine/Ostenda.jpg Sfranz

    @ Only:
    Annoiato? Macché Abbiamo condito e speziato la tua bella recensione!

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    Annoiato? Macché Abbiamo condito e speziato la tua bella recensione!

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