Parlando di libri da ristampare, si sa, mi si invita a nozze. Stavo per postare a commento e invece ne approfitto per tornare a proporre un autore di cui ho già avuto modo di parlare qui, con la riedizione del suo romanzo forse più popolare, quella Principessa sposa rimasta, come ho constatato con piacere, nella memoria di molti.
Torno cioè a parlare di William Goldman, con questo romanzo del 1976, portato sul grande schermo da Richard Attenborough nell’interpretazione del giovane Anthony Hopkins e nella sceneggiatura dello stesso Goldman. Che a Hollywood è una specie di mostro sacro e che all’epoca era appena reduce dal grande successo commerciale del Maratoneta (romanzo e film con Dustin Hoffman e Laurence Olivier).
Viveva insomma forse il suo momento creativo migliore quando scrisse questo Magic, eccellente thriller che racconta di un illusionista-ventriloquo, Corky Withers, e della sua storia di ossessione, morte e… magia.
Ma se la magia, come ci ricorda l’autore in apertura, è illusione, frutto di sapiente preparazione ed esercizio, questo è esattamente ciò che è questo romanzo. Come in un gioco di prestidigitazione Goldman prepara il suo mazzo di carte, proponendoci un pugno di personaggi come sempre ben caratterizzati, una situazione di disagio psicologico e alienazione e una struttura narrativa solidissima; e giocando di destrezza e un po’ di ambiguità ci porta alla risoluzione finale in maniera ancora più soddisfacente che nel film, grazie, manco a dirlo, alla magia della narrazione e a qualche trucco piazzato con maestria.
L’ambiguità del rapporto pupazzo-ventriloquo, oltre ad essere una variazione del tema del doppio e di tutte le tematiche legate alla schizofrenia è svelata lungo il racconto con eleganza ed efficacia che a Goldman, esperto manipolatore di schemi narrativi, non sfuggono mai di mano.
C’è spazio perfino per una storia d’amore e per un filo rosso di malinconia che si snoda per tutto il racconto fino all’ineluttabile e tragico finale. Finale cui s’arriva d’un fiato, ma non prima di essersi affezionati ai personaggi e alle loro storie, ingrediente principe e imprescindibile di ogni trucco letterario ben riuscito.
In altre parole, una magia.
Da assaporare con un vino rosso, di cui Goldman so essere appassionato… io dico un Barolo.