A chiunque voi chiediate di suggerirvi un libro che tratti di utopia, nove volte su dieci avrete in risposta La città del sole, di Tommaso Campanella, benché sia un libro scritto nell’era della controriforma (intorno al 1600) da un ergastolano.
Campanella infatti era un “rivoluzionario”; prima, per i suoi scritti, fu processato dall’inquisizione. Poi, per essere passato dalle parole ai fatti, cospirando contro il governo spagnolo perseguendo gli ideali di abolizione della proprietà e di creazione di una democrazia, fu incarcerato a vita.
E, nonostante l’ingiustizia che potremmo percepire, questa carcerazione ci ha regalato i suoi scritti migliori, in più di un campo, come appunto questa utopia politica ancora piacevole e interessante da leggere.
Come molti trattati dell’epoca si svolge in forma di dialogo, i cui personaggi sono un Cavaliere dell’ordine degli Ospitalieri e Genovese, un semplice nocchiero. Beh, poi, dialogo è una definizione un po’ troppo rosea, diciamo che è un lungo monologo con una “spalla”, l’Ospitaliere, che mi ricorda la passività degli interlocutori socratici (dici bene, o Socrate).
In ogni caso per l’epoca il luogo immaginato da Campanella aveva una portata eversiva: beni in comune, studio diffuso delle arti e delle scienze, meritocrazia, abolizione del concetto di possesso, anche tra persone (fra’ Tommaso infatti si addentra persino nelle questioni sessuali della città-stato che descrive).
Ovviamente l’impianto filosofico è molto distante dalla sensibilità contemporanea, oscillando tra una forma di democrazia e la tirannide illuminata; ma stupisce quanta modernità riesca a inserirvi contestando gli usi del suo governo e della sua religione, esprimendo dubbi sull’aldilà e sul peccato originale, o in ultimo abbozzando una forma di parità tra sessi e dignità femminile.
La città del Sole (che non è qui l’astro ma un appellativo del governante) si basa sulla conoscenza unita alla teologia, all’astrologia declinata come scienza, al rispetto ottenuto senza coercizione, al sacrificio umano volontario. Non del tutto ideale, quindi, anche per non scontentare completamente i cattolici, colpiti con la critica all’avidità della Chiesa, ma indicati come detentori della vera fede.
Alla conclusione, forse per non inimicarsi troppo i suoi coevi, inserisce per dimostrarlo un breve intervento dell’Ospitaliere, un sofisma che non trova appoggio nel resto del trattato e che sembra inserito quasi di forza per contrastare molte parti dall’aspetto “pagano”.
Il libro è piccino, si legge velocemente e si rimugina a lungo, a volte seri, a volte sorridendo. Una nota di merito all’editore: le note sono a piè di pagina, esattamente dove dovrebbero essere per una rapida e precisa consultazione, e contrariamente all’uso invalso di metterle a fine capitolo o a fine libro addirittura, rendendo poco agevole la consultazione.
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