Il “nostro” compagno segreto: il compagno segreto, Conrad

Scritto da: il 22.10.09
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

compagno segretoEcco cosa capita a chi ha in casa tanti libri: credendo di non averlo, ho comprato Il compagno segreto (The Secret Sharer) di Joseph Conrad (1857-1924; scritto nel 1909, pubblicato nell’Harper’s Magazine l’anno successivo e poi in volume nel ’12 assieme ad altri due racconti A Smile of FortuneUn briciolo di fortuna – e Freya of the Seven Isles, Freya delle sette isole) e, dopo poco, mi sono accorto di averlo già – assieme ai citati scritti, ovviamente – in un vecchio Oscar Mondadori, uscito nel ’71, Racconti di mare e di costa con la prefazione e traduzione di Piero Jahier (1884-1966), noto autore del ’900 italiano. È quest’edizione che ho voluto leggere.

Un giovane capitano al suo primo comando una notte, solo sul ponte del proprio bastimento, si trova a tu per tu con Leggatt, ufficiale in seconda di un’altra nave che gli confessa di essere fuggito perché, in circostanze difficili durante una tempesta, ha ucciso un marinaio (pure mascalzone) ma di esser stato – si comprenderà dal suo racconto – anche la causa che ha reso possibile la salvezza dell’imbarcazione nella quale svolgeva appunto le sue mansioni di ufficiale in seconda.

Fosse questo episodio successo in mari e in coste appartenenti a terre “civilizzate” il destino di Leggatt sarebbe stato senz’altro quello di venir denunciato e sbarcato. Ma qui, a quell’epoca, per di più, ci troviamo in isole lontane, vicino a Java. Leggatt non ha la faccia dell’assassino e del criminale cosi il giovane capitano (i due son pressoché coetanei) comprende la condizione e l’errore dell’uomo e decide di tenerlo nascosto nella propria cabina.

Stringato e simbolico, a Conrad non interessano le vicende, i fatti ma le situazioni, quelle ambigue che fan riflettere e possono creare e creano dilemmi morali. Leggatt per sua stessa ammissione è colpevole di un assassinio ma non è un malvagio; è anzi di buona famiglia e, non si dimentichi, quell’uccisione è stata frutto di un infelice momento di rabbia che – a quanto sembra – se da un lato ha eliminato un cattivo marinaio, dall’altro ha contribuito altresì a salvare la nave, il suo capitano e, quindi, le vite di molti.

La Giustizia ordinaria lo porterebbe alla forca, ma un errore grave ma provvidenziale può rovinare il resto della vita di un giovane ufficiale che sino a quel momento era stata irreprensibile? Questo è il quesito che Conrad ci pone. Non vi è perdono di qualsiasi natura, laica e/o religiosa, non è questo il problema. È l’impossibilità di formulare un giudizio morale netto, tale da dare rassicuranti certezze; Leggatt si porterà nell’intimo il pensiero, il rimorso forse, del misfatto commesso cercando un riscatto, probabilmente, anche se la sua azione gli ha dato la consapevolezza del male interiore, indissolubilmemte legato alla natura umana.

Di questo ne è conscio anche il giovane capitano che l’ha salvato che sente e parla dell’”inquilino” della propria cabina come il proprio “duplicato” (questo nella traduzione di Jahier). Si riaffaccia qui il tema del doppio che tanto era caro agli scrittori dell’800. Un’altra prova dell’interesse dell’autore per la situazione, per il dramma, piuttosto che per la sequenza di episodi concreti, può forse trovarsi nel fatto che Leggatt è il solo personaggio con un nome, tutti gli altri sono indicati con la loro generica funzione o per una particolarità fisica che li distinguono: il capitano in seconda, il cambusiere, un marinaio e così via.

Queste situazioni, così insolite e difficili da risolvere moralmente son praticamente l’oggetto della narrativa di Conrad che adopera le “terre lontane”, “esotiche”, come teatro ottimale dove costruirle e ambientarle. Sovente, per non dire sempre, vi è anche una colpa che scaturisce per aver dato adito – in un momento di debolezza o esitazione – all’agire del male che è in noi, svelandocelo irrimediabilmente. Svelandoci, al contempo, la nostra impossibilità ad evitarlo, suscitando in noi (e nell’autore) un inestinguibile pessimismo sia individuale che, a conti fatti, anche sociale; la società civile che ha prodotto un Leggatt non sarebbe in grado di giudicarlo in maniera completa e appropriata, “giusta”.

Si comprenderà, ora, quanto sarebbe superficiale considerare Joseph Conrad uno scrittore “di avventure” come molto spesso si sente. È vero, parla e descrive di paesi lontani, e, quasi sempre, tutte le vicende narrate si svolgono nel ristretto e circoscritto ambito di una nave ma, a ben pensarci, i dilemmi morali che lì prendono corpo, soltanto lì potrebbero farlo. Non altrove. È possibile anzi individuare una certa specularità tra il paesaggio e l’interiorità del o dei protagonisti.

Questo è, più esattamente “l’esotismo” di Conrad, è la nostra interiorità lacerata dalla consapevolezza del Male da cui difficilmente possiamo redimerci.

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