I primi casi di Poirot – Christie

Scritto da: il 30.03.09
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

I primi casi di Poirot - Agatha ChristieUno dei tanti miei libri usurati, a costo di apparire “maniaca”, è I primi casi di Poirot: la Christie, infatti, è stata una buona, ottima compagna per tutta la mia adolescenza, e i suoi libri ne risentono un po’, quelle vecchie edizioni Oscar gialli della Mondadori, che ho letto e riletto fino allo sfinimento.

Il motivo è semplice: le trame sono avvincenti sia alla prima lettura sia alla centesima, non sono libri consumabili bensì godibili. Non è infatti il mero desiderio di scoprire l’assassino a voltare la pagina, ma la voglia di seguire i percorsi mentali dei suoi detective, personaggi imperfetti quando non dichiaratamente antipatici, come Hercule Poirot.

In questo volumetto di racconti, diciotto in tutto, sia in compagnia del fido Hastings sia da solo Poirot continua col suo quasi infallibile lavorìo di cellule grigie a scovare assassini, prevenire delitti, sventare furti e piani spionistici. Quasi infallibile, però. Perché è qui che per la prima volta la Christie porta il suo investigatore a sbagliare un’indagine.

Nella Scatola di cioccolatini, infatti, è la confessione dell’omicida, come un’epifania, a rivelare sia il movente sia la dinamica del delitto, nemmeno avvicinata dal nostro buffo eroe. Ma le atipicità non si fermano a questo: anche Nido di vespe è fuori dalla norma, basandosi un’inconsueta analisi psicologica prima ancora che investigativa; e infine Peccato in doppia copia che è fondato sull’equivoco volontario.

È come se l’autrice, attraverso la forma breve dei racconti, volesse esplorare le varie possibilità narrative e strade da far percorrere al suo amato, odiato Poirot; supposizione avallata dal periodo in cui li scrisse, tra il 1922 e il 1924, ancora all’alba della lunga carriera del nostro belga preferito. Inoltre, come fa notare Marco Polillo nella postfazione, è ancora ben vivo l’imprinting di Doyle nella scrittura.

Non che la Christie copi, beninteso; solo, in questi racconti l’influenza del buon Sherlock e delle sue dinamiche relazionali, sia con la polizia sia col suo assistente, si fanno notare prepotentemente. In seguito Hastings e Poirot troveranno una loro forma di intesa diversa ma ugualmente funzionale alla narrazione, con un ruolo per il narratore leggermente meno servile di quello del suo corrispondente in Doyle, il povero Watson.

Stilisticamente sono racconti perfetti, raccontati con quella semplicità e quel vago humour inglese che rendono la lettura piacevole ogni singola volta. La prosa non è ancora quella perfetta e misurata della maturità, ma già si riconosce il tocco da maestro che identifica il grande scrittore, e già l’autrice riesce a infrangere il limite del genere per ampliarne l’orizzonte e studiarne le infinite potenzialità.

Da leggere, specialmente per imparare gli strumenti del giallista.

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    Anche io adoro Agatha Christie e condivido praticamente tutto quello che hai scritto! Le mie edizioni oscar Le ho lette, rilette, stralette, da quando mia madre mi regalò, lo ricordo ancora, “Il mistero del treno azzurro” che avevo 14 anni. Ho iniziato 20 anni fa e non ho mai smesso…:)

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