Intervista (semi)seria a Kai Zen

Scritto da: il 05.05.08
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Kai Zen, come già detto, nasce sulla scia di altri pseudonimi collettivi; oltre alle differenze evidenti sull’anonimato, quali sono i punti di raccordo e di distanza, nei fini e nel manifesto?

A noi i manifesti non piacciono, fatta eccezione per quelli con le donne nude.

Perché privilegiare una scrittura a più mani piuttosto che una scrittura individuale?

Be’ a dire il vero non privilegiamo, alcuni di noi scrivono anche individualmente. Un po’ come Veltroni, siamo propugnatori del sì ma anche. Speriamo di fare una fine migliore. La risposta ha a che fare con il tempo. Il tempo speso a lavorare sul romanzo (più di tre anni), la pazienza da artigiano nel rileggere, riscrivere, modificare, adattare. Questo aspetto è quello che forse ci ha più sorpresi dopo i primi anni di lavoro insieme: l’importanza dell’editing, della riscrittura. E’ uno dei perni della narrazione a più mani, il fatto che si debba trovare l’amalgama giusta, il ‘quinto stile’, quello di Kai Zen.

Nella pratica, crediamo di essere innanzitutto amici, quasi una famiglia, e questo costituisce la base di fiducia reciproca e accettazione delle opinioni differenti. E poi negli anni abbiamo imparato a conoscerci, sappiamo chi sa fare meglio una cosa e chi un’altra, e in automatico facciamo sì che i differenti apporti convergano nel risultato finale. Nulla di semplice e scontato, anzi. Siamo pieni di problemi, così come qualsiasi entità vivente di questo pianeta. Per farti un esempio concreto sul metodo usato per SDA: abbiamo lavorato alla trama, in prima battuta abbiamo delineato gli eventi principali e i nodi di raccordo. Ognuno di noi ne ha preso un pezzo e lo ha portato avanti, intessendo con una certa libertà alcune sottotrame.

Ogni capitolo veniva editato a turno da ognuno di noi. Una volta stese le parti principali le abbiamo scambiate e anche in questo caso ognuno ha riscritto ed editato ogni singola parte, tenendo ben presente gli indizi e i dettagli disseminati in precedenza… Alla fine abbiamo scritto qualche capitolo di raccordo, tagliato e aggiunto. Insomma a turno abbiamo fatto da registi e da troupe. Un romanzo del genere non sarebbe stato possibile scriverlo in solitaria, per mole della trama, per intreccio, per sensibilità individuale e per cura del dettaglio.

Il risultato, è chiaro, è giudicabile solo da lettore, noi possiamo solo sottolineare la fatica e la passione che abbiamo impiegato nella costruzione del testo e quanto questo lavoro ci abbia fatto incontrare, conoscere e, in qualche strano modo, far diventare amici per la pelle.

Avevamo in mente un primo montaggio che a mente fredda si è rivelato eccessivamente caotico e concitato. Abbiamo provato diverse combinazioni fino ad arrivare a quella definitiva che ci è sembrata la più soddisfacente e soprattutto la più fruibile dal lettore.

Come è motivata la scelta di un argomento e di un genere (se vogliamo fanta-storico) per certi versi impervi?

Non crediamo esistano generi o argomenti più impervi di altri. Semplicemente, almeno per La strategia dell’ariete, il fantastorico, ammesso vada definito così, rappresentava un ottimo contenitore di storie, buono per utilizzare eventi realmente accaduti a fini narrativi, come anche i coni d’ombra fra un evento storico e un altro per inserire le manipolazioni o le invenzioni di sana pianta. Sempre però partendo da un rigoroso approfondimento storico di base, necessario per creare un’illusione che stesse in piedi senza forzare troppo la credulità del lettore e per non rinunciare a un approccio consapevole ed etico al nostro lavoro. Il che non significa che non ci piaccia spararle grosse.

La SDA è nato quasi per gioco da un “guazzabuglio” di fascinazioni del momento. Le ambientazioni, i personaggi, le epoche storiche sono frutto della pura e semplice voglia di raccontare e di osare. La storia è venuta da sé. Cercavamo un filo d’Arianna che mettesse assieme l’impossibile, come accade più o meno in ogni libro. Nel dipanarsi della storia poi ci siamo accorti che in qualche modo tutte le epoche che abbiamo preso in considerazione sono epoche di decadenza, di confine, di passaggio. La contiguità, la promiscuità della società e dello spirito di quelle epoche fatte di crolli si sono rivelate essenziali per esplorare i personaggi che abbiamo messo in scena. Animi in frantumi. Inoltre, andando avanti con le ricerche per la documentazione preliminare alla scrittura, ci siamo resi conto di molte notevoli occasioni narrative che non ci erano note. Il tuo esempio relativo alla contiguità tra maoisti e mafia cinese, per esempio.

In realtà la cosa è più complessa, non si trattava di mafia, ma di società segrete, società di mutuo soccorso poi tramutatesi in gang criminali, e uno degli intenti dello stesso Mao Tse Tung era quello di avvalersene per portare a compimento il suo progetto rivoluzionario. Vero è anche l’episodio descritto nel libro, quando il Kuomintang nel 1927 usa proprio una di queste società, quella del Cerchio Verde, per fare piazza pulita dei comunisti nel giro di una notte.

La guerra del Chaco invece l’abbiamo (ri)scoperta facendo le ricerche per la parte sudamericana. È una guerra del tutto, o quasi, sconosciuta ma in realtà è il primo conflitto inteso in senso contemporaneo in cui implicazioni economiche estranee ai reali interessi dei paesi coinvolti sono il motore della macchina bellica. In fondo al libro abbiamo dato spazio all’approfondimento di questa e di altre questioni e sul sito l’intera guerra viene raccontata da uno dei personaggi della SDA, Arthur Fillmore, che vi ha preso parte in gioventù…

La decisione di pubblicare in copyleft ha influito sul successo del romanzo?

Non possiamo dirlo con certezza. Di sicuro male non ha fatto, ma non usiamo il copyleft per vendere di più, quanto per forzare un sistema di proprietà intellettuale vecchio e inadeguato, prima ancora che ingiusto ed elitario.

So che state lavorando ad un romanzo totale ed altre iniziative legate alla scrittura, potete offrirci uno scorcio dei vostri prossimi impegni?

Un romanzo del quale è ancora troppo presto per parlare, di cui possiamo dire solo che sarà diverso per struttura e tematica dalla SDA e un nuovo esperimento di scrittura collettiva on line, un Romanzo Totale, che sarà lanciato nei prossimi mesi e la cui preparazione sta richiedendo più tempo di quanto avevamo previsto. Preferiamo essere un po’ in ritardo che produrre qualcosa di affrettato.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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