Di recente molti libri rivisitano l’olocausto, da quello della Nothomb fino al tuo: per quale motivo generazioni che non hanno avuto un contatto diretto con quell’epoca sono così attratte dal narrarla, e quale ha spinto te?
Uh, la Nothomb. Immagino tu faccia riferimento ad “Acido solforico”. Ignoro cosa abbia spinto lei (che come scrittrice è molto più furba di me) a intraprendere quel cammino, ma per quel che mi riguarda posso dirti questo: la generazione che ha avuto un contatto diretto con la realtà concentrazionaria ha potuto far leva sulla vicinanza storica degli eventi, su ricordi vividi ed esperienze scioccanti vissute direttamente (a volte più, a volte meno) e non in prospettiva.
Quella seguente ha potuto contare sulle testimonianze di chi ha vissuto e narrato.
Ma gli anni passano e molte voci autorevoli si spengono o si affievoliscono. Senza di loro è tutto più complicato, il messaggio perde forza e chiede di riconquistare vigore attraverso l’operato delle nuove generazioni, che hanno il dovere di portare avanti la memoria degli eventi. Compito che diverrà viepiù pressante quando non ci saranno più testimoni diretti della follia nazista. Quando tutto potrà essere non interpretato (come accade già oggi) alla stregua di una banale distorsione della realtà storica, ma imposto come leggenda, come fatto mai accaduto.
Purtroppo molta gente crede che un solo giorno, il 27 gennaio, sia più che sufficiente per commemorare. E che commemorare un giorno all’anno sia più che sufficiente per impedire il ritorno di certe nefandezze ideologiche. Ecco perché il negazionismo ha sollevato la testa: perché qualcuno gliel’ha permesso, con la sua superficialità. Si ritiene erroneamente che una maglietta col faccione di Che Guevara sia la migliore argomentazione contro il nazifascismo, e che a un soggetto engagè basti seguire l’iter della commemorazione comandata. Un contentino che ha trasformato il 27 gennaio in una barzelletta, né migliore né peggiore dell’8 marzo. Io penso che ci voglia ben altro, e che il ricordo sia un continuum, non un atto a sé stante. Per questo, e per molti altri motivi, ho scritto “Hitler era innocente”.
Non so la Nothomb, ma per me questa non è “attrazione del narrare”, è “necessità del narrare”.
In questo caso hai assunto il doppio ruolo di editore e scrittore, scelta che solleva molti dubbi: quali sono le difficoltà di una decisione del genere?
Dubbi? Difficoltà?
Bah. In tre anni gli unici ad avere avuto qualcosa da ridire sul doppio ruolo del sottoscritto sono stati alcuni scrittori frustrati ai quali – guarda un po’ – non avevo pubblicato il manoscritto. Tutto qui. I lettori veri hanno acquistato, letto e poi giudicato (in positivo e in negativo) senza farsi problemi al riguardo. D’altronde non ho tempo per i frustrati, e nemmeno per chi giudica le persone sulla scorta di preconcetti.
Quanto alle difficoltà, ne ho già incontrate troppe durante la stesura del testo per preoccuparmi di ciò che avrebbero pensato i “dubbiosi” (sono un editore e uno scrittore, non una balia). Difficoltà nel reperire le corrette informazioni sul piano documentativo, difficoltà nel far parlare personaggi di fantasia all’interno di un contesto storico tristemente veritiero, difficoltà nel rendere accessibili a tutti – nonché scorrevoli nella loro fruizione – concetti piuttosto complessi di filosofia, sociologia, psicologia, religione, politica e storia. Per non parlare delle difficoltà emotive, quelle che spesso mi hanno obbligato a interrompere la genesi di “Hitler era innocente” e a suggerirmi di lasciar perdere, ché tanto non sarei mai stato capace di dare vita a un romanzo in grado di scuotere le coscienze, e stimolare la riflessione.
Soprattutto, nei sei anni passati a scrivere “Hitler era innocente”, il mio pensiero correva alle vittime dimenticate dell’Olocausto, non certo a chi – senza nemmeno sfogliare l’opera – l’avrebbe giudicata sulla base di congetture.
I personaggi principali rappresentano di fatto quasi tutti i tipi umani possibili: qual è quello che più corrisponde alle tue idee?
C’è qualcosa di me in molti personaggi. L’amore per i libri di Felicien, il disprezzo per ogni regime di Herschell, il fatalismo di Kubik, il cinismo di Oskar, la rabbia di Tamara, i dubbi di padre Biazzi… persino nell’assassino silenzioso riesco a scorgere una parte della mia personalità.
Solitamente gli scrittori, quando vogliono darsi un tono, cominciano a parlare di “astrazione” o peggio ancora “dissociazione”. Mah. Io dico che ho affidato alla voce narrante (quella di Felicien Delacroix) il compito di mettere le cose in chiaro fin da subito, con una frase presente nel prologo: “Ci conosciamo tutti, fra noi. Perché c’è stato un periodo in cui il dolore ci ha annullato e dato forma. Tanti corpi, ma un solo spirito”.
Mi limiterò a dire che questa frase non si riferisce tanto alla storia dei personaggi, quanto alla nascita (creativamente intesa) dei personaggi stessi…
So che è una domanda ambiziosa, ma devo portela: qual è il ruolo dello scrittore rispetto alla Storia?
Lo scrittore di romanzi, rispetto allo storiografo, ha una meravigliosa libertà: quella di metterci del suo creando personaggi mai esistiti, inventando parole che nessuno ha mai pronunciato e descrivendo gesti che nessuno ha mai compiuto, se non per pura casualità. Deve puntare all’attinenza, non all’adesione completa. Non obbligatoriamente, s’intende, e con tutte le cautele del caso.
Tuttavia lo scrittore – se desidera plasmare un plot legato a fatti realmente accaduti – deve conoscere alla perfezione quel che si appresta a narrare, perché soltanto così può forzare consapevolmente (a fini narrativi) gli eventi storici. Soltanto così può mediare i due aspetti attraverso il filtro della creatività letteraria. Ma un conto è immagazzinare un certo quantitativo di nozioni, un conto è creare dal nulla personaggi, dialoghi e gesti.
Personalmente ti rispondo che in “Hitler era innocente” il ruolo dello scrittore è decisamente preponderante rispetto alla Storia.
In linea generale ti rispondo che in tanti conoscono la Storia, ma non tutti possono scrivere romanzi come “Furore”, “1984” o “Mattatoio numero 5”.
Ora, vorrei capovolgerla: quanto la ricerca storica è stata importante e presente sia nella fase di scrittura che nella fase di ideazione del testo?
Questa è facile, perché ne ho abbondantemente parlato coi miei lettori.
Allora: in verità non ho avuto bisogno di documentarmi appositamente, un po’ tutto quello che c’era da scrivere era già dentro di me, sotto forma di cultura personale. Di solito i lettori sono portati a credere che uno scrittore debba per forza di cose ricorrere all’approccio manzoniano (cioè raccogliere una serie spaventosa di libri altrui, leggerli e poi utilizzare parte delle informazioni recepite ex novo), quando invece – a volte – un autore si limita a mettere per iscritto cose che già conosce. Sul piano documentativo ho perso una quantità enorme di tempo esclusivamente per i dettagli. Ad esempio, a un certo punto vengono citati i ghiaccioli… e così mi sono ritrovato a svolgere indagini sui ghiaccioli, per appurare la loro diffusione negli anni Quaranta. Tempo dopo ho letto “L’amante di Lady Chatterley”, che è ambientato negli anni Venti, e anche lì vengono citati i ghiaccioli. Ecco, se avessi letto il romanzo di Lawrence prima, non avrei avuto bisogno di perdere tutto quel tempo! Ma tant’è. Paradossi del mestiere. Poi… non so, mi serviva il nome di un autore pacifista pre-gandhiano, e per giorni mi sono arrovellato il cervello. Avevo pensato a Tolstoj e ad altri, ma non volevo citare i soliti noti. Ho svolto qualche ricerca ed è saltato fuori il “Disobbedienza civile” di Thoreau, l’ho letto e ho pensato che ci stava bene.
In “Hitler era innocente” è possibile appurare cosa mangiavano giorno per giorno i deportati, o conoscere nel dettaglio di cosa era composto il loro vestiario al momento dell’entrata ufficiale nel block assegnato, e molto altro ancora. Non credo di aver commesso errori, se si eccettua quel che consapevolmente ho voluto forzare. Ma per un’adesione certosina alla verità storica, di sicuro è preferibile leggere un saggio, o il tragico resoconto di qualche sopravvissuto. A me interessava anche e soprattutto inventare luoghi, personaggi, azioni e parole, per poter esprimere i miei ideali e lanciare il mio messaggio.
È una questione di equilibrio. Anzi, di tanti piccoli equilibri. Da questo punto di vista è vero che lo scrittore deve essere a suo modo un funambolo.
In un saggio è giusto che la Storia ricopra il ruolo di protagonista. In un romanzo, invece, la Storia deve porsi come base per la creazione di tante storie, attraverso le quali originare una riflessione profonda sui temi narrati. La creatività dell’autore deve svolgere – utilizzo un parolone – una funzione maieutica, altrimenti risulta sterile o fine a se stessa.
Indurre i lettori a interrogarsi sul perché delle cose, lasciando al contempo ch’essi s’affezionassero ai miei personaggi e alle loro storie (appunto), era il risultato principale che desideravo raggiungere attraverso “Hitler era innocente”.
Spero di esserci riuscito.