Quest’intervista è atipica: non ho ancora letto il libro di cui parla. Ma a Roma ho avuto l’occasione di incontrare Pino Cabras, autore di Strategie per una guerra mondiale e direttore di Megachip e non me la potevo certo lasciare sfuggire! Così con molta gentilezza e pazienza ha accettato di chiacchierare con me, benché io non avessi certo domande troppo pertinenti.
Direi di sì: basti pensare che l’antrace – la grande paura che terrorizzò l’America nelll’autunno 2001, subito dopo l’11 settembre – fu una strategia terroristica di sicura provenienza statale; ebbene, in quei giorni si chiuse il Congresso e fu deliberato il Patriot Act, una legge composta da migliaia di articoli, che ri-legalizzava la tortura e l’arresto arbitrario, quasi una forma di rapimento, senza controlli da parte dei giudici. Scompariva per molti reati il principio dell’habeas corpus. Uno degli aspetti più terrificanti furono le fortissime argomentazioni per cambiare l’assetto statale degli USA. Si cambiava l’equilibrio dei poteri a favore dell’Esecutivo.
La cosa ha avuto imitatori europei. Sia Tony Blair sia Gordon Brown hanno fatto enormi pressioni sul parlamento per estendere a 90 giorni il tempo in cui un sospetto di terrorismo possa essere tenuto in stato di fermo, senza il vaglio di un giudice. Son riusciti comunque ad arrivare a 28 giorni, con molte meno garanzie che nell’Italia degli anni di piombo.
In realtà, come dicevo, la situazione ha analogie con quella dell’Italia negli anni ‘70 e ‘80, il periodo dello stragismo, delle deviazioni dei servizi segreti compiute per scopi paragonabili a quelli recenti. È un fenomeno che in un certo senso per noi è più riconoscibile. In quei decenni si è destabilizzato per stabilizzare, per impedire che i comunisti italiani ottenessero il potere; in questa stagione l’obiettivo è sempre destabilizzare per stabilizzare, ma più in grande, e con enormi spese militari. Stiglitz stima in tre trilioni di dollari il costo della attuale guerra in Iraq. Inoltre la mobilitazione della società contro un nemico immaginario distoglie da altri obiettivi. Nel libro smonto anche alcune cose dette su Al Qaida: persino coloro che concordano sull’esistenza di una rete estesa e pervasiva ammettono che è un’organizzazione influenzata da strategie occulte di apparati statali.
Intendiamoci su cos’è una teoria del complotto, che è composta da più elementi, alcuni più attendibili altri meno. Io cerco l’attendibilità, cerco di distinguere le cose probabili e le cose possibili. Alla fine le teorie ufficiali hanno difetti straordinari e dimostrabili: la Commissione d’inchiesta sull’11 settembre ad esempio non ha mai menzionato l’Edificio 7, di ben 47 piani (che in America in trentasette stati sarebbe stato il più alto), composto d’acciaio e crollato in sette secondi. La teoria ufficiale postula che sia successo a causa delle macerie e fiamme diramatesi dagli altri edifici, ma gli stessi esperti del NIST, un’agenzia governativa, dicono che un fenomeno simile non è mai, storicamente, successo con edifici con struttura in acciaio: tra i dubbi per le torri questa notizia è inquietante e costituisce un unicum.
Come se non bastasse quel giorno furono effettuate moltissime esercitazioni militari, incluse quelle dei pompieri. La stessa cosa avvenne anche durante l’attentato di Londra del 7 luglio 2005, in occasione del quale le società di sicurezza avevano organizzato esercitazioni negli stessi luoghi e alla stessa ora in cui avvennero gli attentati. Così si è avuto un disorientamento in grado di inquinare i fatti.
Dobbiamo approssimarci alla verità per contrastare gli alibi usati per una guerra di grandi proporzioni. Questa ricostruzione in particolare denuncia l’uso che è stato fatto dello spauracchio terroristico per organizzare un nuovo tipo di «colpo di stato» nell’amministrazione americana. Del resto lo strumento dell’errata paternità attribuita a un attacco era stato già usato da McNamara in Vietnam, con l’invenzione dell’incidente nel golfo del Tonkino. Lo ha ammesso quasi quaranta anni dopo. Non vorrei che si aspettasse così tanto anche ora.
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Molto interessante questa intervista.