Intervista a Mario Favini – Centro commerciale

Scritto da: il 27.08.08
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Quattro chiacchiere con Mario Favini, autore di Centro commerciale.

Centro commerciale ha una scrittura particolare: si tratta di un esperimento letterario isolato o è il tuo stile abituale?

Si tratta di un esperimento, anche se molto spesso contamino stili diversi e più convenzionali con una scrittura scarna e scelte linguistiche estreme, scardinando le gerarchie degli elementi sintattici e utilizzando un linguaggio non referenziale o metasemantico.

Ci puoi parlare del gruppo di artisti di cui fai parte, i Menestrelli di Jorvik?

I Menestrelli di Jorvik sono nati nel 2006, e si sono costituiti come Associazione Culturale l’anno seguente. È un gruppo piuttosto eterogeneo di artisti, soprattutto scrittori e disegnatori.
Da poco più di un anno gestiamo un piccolo mensile letterario, scRibellarsi, edito da XY.IT Editore e distribuito nella zona del Lago Maggiore. Finora abbiamo pubblicato soprattutto racconti e poesie, ma dal 2009 amplieremo la rivista, con sezioni dedicate a recensioni ed interviste.
L’idea di fondo del nostro gruppo è quella di anteporre la conoscenza all’espressione. Troppo spesso, in quella che qualcuno ha definito società della comunicazione, ci si dimentica che, per poter comunicare, bisogna avere qualcosa da dire.
Cerchiamo, in poche parole, di approcciarci alla cultura e all’arte in maniera non superficiale, perché di superficialità ce ne propinano abbastanza i reality shows e le soap opera, gli opinionisti e le vallette.

Tornando al libro, se è chiara la scelta del mutismo è di più difficile interpretazione la balbuzie, puoi approfondirla?

Mutismo e balbuzie sono il risultato di un identico processo di inaridimento mentale, logico e linguistico. Nel Centro Commerciale si può trovare tutto e il contrario di tutto, l’umanità è incapace di vagliare razionalmente ciò che si trova di fronte (si tratti di arruffosti o di scimmie alla gogna), perché ha perso le categorie mentali basilari in grado di dare un fondamento a qualsiasi ragionamento.
Il mutismo, oltre che simbolo un po’ abusato di incomunicabilità, è il risultato di un non-ragionamento, di una mancanza di senso critico e di una sovraesposizione all’inquietante e all’angosciante che finisce per isterilire istinti e sentimenti. Niki, ad esempio non è in grado di provare pena di fronte ad un bambino in vendita, o disgusto di fronte ad una zuppa di capelli bolliti.
La balbuzie della protagonista, come il mutismo dell’amica, è anch’essa risultato di una mente messa in scacco dalla realtà sovvertita che si trova di fronte, ma l’esigenza di provare a parlare nasce dalla resistenza, almeno parziale, di sentimenti ed istinti. La protagonista, insomma, è ancora in grado di percepire che nel Centro Commerciale qualcosa non va.

Qual è l’esigenza narrativa che ti ha spinto a scegliere un’estetica del deforme e del disgusto?

Centro Commerciale è prima di tutto il simbolo del ‘900, un secolo contraddittorio che ha demolito le certezze acquisite in millenni di storia. Nel ‘900 si è detto tutto e il contrario di tutto, sono state create e distrutte decine di teorie scientifiche, si è arrivati a dire che il mondo è inconoscibile e si è sostenuto persino che la realtà non esista.
In poco più di un sessantennio l’umanità ha toccato le più alte vette della civilizzazione (dal trapianto di cuore all’ADSL) e i baratri della più terribile barbarie (con i totalitarismi e i campi di concentramento). Così oggi la nostra forma mentis non può più nemmeno essere definita forma mentis, perché ha perso i pilastri logici fondamentali in grado di farci conoscere quella realtà che siamo arrivati addirittura a negare.
Allo stesso tempo il ‘900, come già il Barocco, è il secolo dello stupore e della meraviglia, dell’intrattenimento e degli effetti speciali, per usare termini più mediatici e moderni.
Deforme e disgustoso sono proprio il risultato di un’esasperata ricerca del nuovo e dello stravagante, ricerca condotta al solo fine di vendere il maggior numero di merci inusuali e sorprendenti.
Allo stesso tempo, l’accostare ad oggetti sovvertiti, inquietanti e ributtanti l’impassibilità dei clienti del Centro Commerciale, quel loro sguardo fisso e privo di emozioni, vorrebbe far risaltare proprio l’impossibilità di ragionare, il blocco mentale, logico linguistico della forma mentis contemporanea.

Domanda classica e banalmente prosaica: altri progetti, scritture, eventi?

Al momento sto continuando a promuovere Centro Commerciale con eventi e presentazioni, e a collaborare a scRibellarsi. Sto scrivendo alcuni racconti e un nuovo romanzo, di genere cross-over ricco di contaminazioni surreali, che riprende anche alcuni passi di un blog che curo da qualche mese.
Mi piacerebbe molto, in futuro, dedicarmi alla saggistica, ma è un genere che non ho mai sperimentato. Oltre alla scrittura l’altra mia priorità è lo studio, perché c’è davvero tanto da leggere e imparare.

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