Intervista a Jasmina Tesanovic – Processo agli Scorpioni

Scritto da: il 20.04.09
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Processo agli Scorpioni - Jasmina Tesanovic

In occasione della riedizione per Stampa alternativa del Processo agli Scorpioni della Tesanovic, ho posto qualche domanda direttamente all’autrice, per ricordare e capire meglio.

Cosa vuol dire, effettivamente, essere una Donna in nero?

Vuol dire essere parte di un gruppo pacifista femminista internazionale fondato nel 1988 in Israele, dalle donne israeliane e palestinesi contro la guerra fra i loro paesi. Poi è nato il secondo gruppo in Italia, contro la guerra nel Golfo, e il terzo gruppo in Serbia. Di recente i gruppi israeliano e serbo sono stati proposti per il premio pace Nobel per il lavoro pacifista che hanno svolto. Vi dico il principio originale pacifista attivista del nostro gruppo, che parte da Antigone: noi Donne in Nero siamo contro i militaristi in primo luogo, cioè i nostri governi, uomini… Quelli che in nome nostro e con i nostri mezzi attuano politiche aggressive militariste. Solo in secondo luogo siamo contro il militarismo dell’Altro. Il principio che dovrebbe funzionare dalla base è: se in ogni paese ci fossero delle forze attiviste che possono fermare il militarismo del proprio governo, le guerre sarebbero più difficili da gestire nel mondo.
Essere parte delle Donne in nero mi ha salvato moralmente e, perché no, materialmente (anche se spesso e volentieri era pericoloso), dalla decadenza storica in cui è caduto il mio paese.

Pensi che i crimini compiuti nell’ex Jugoslavia si possano ripetere ancora, altrove?

Certo, si stanno ripetendo proprio mentre stiamo parlando. Quello invece che è diventato più difficile da fare è commettere atrocità senza essere scoperti e giudicati: ormai esiste Internet, esistono i tribunali di guerra internazionali, c’è un precedente che codifica la banalità del male, come dice Hannah Arendt, il modello e le maniere dei genocidi, omicidi, ecc. La semplicità e non originalità dei meccanismi è sconvolgente. Oramai i crimini di guerra si potrebbero processare via Internet con i computer.

Quanto è stato difficile essere presenti in aula, durante il processo?

All’inizio emotivamente era molto difficile. Quasi non capivo cosa stesse succedendo dalle lacrime. Ma poi, man mano che andavamo avanti, non solo capivo tutto ma ero anche fiera di esserci, come testimone di una banalità del male “alla serba”. Lo rifarei in ogni momento ovunque. Infatti mi sto preparando a seguire il processo a Torino degli operai morti nelle fabbriche di asbesto. Le madri e i parenti testimoniano. L’assassino è assente, invisibile, il Gran capitale.

Può esserci giustizia in questi casi, nei casi in cui si compiano crimini contro l’umanità?

Non esiste una giustizia oggettiva in casi del genere. Ma esiste un senso di giustizia che dà molta soddisfazione, una volta che viene soddisfatto. Una volta che un crimine è commesso, il silenzio e la menzogna che lo coprono fanno male per tutta la vita. Invece, se questo non succede, se la verità viene fuori, i sopravvissuti hanno una ragione ad andare avanti con la loro vita. Vorrei credere che noi sopravvissuti siamo un numero più grande di quei morti e che siamo più forti degli assassini e dei criminali che li hanno commessi.

Cosa è possibile fare per evitare che questa sia una delle tante tragedie rimosse dalla Storia?

Possiamo fare tanto, ognuno nel proprio piccolo. Scrivere, parlarne, fare memoriali, fare delle leggi nuove, fare attivismo politico. Il genocidio di Bosnia non è stato ancora trattato bene, d altronde come altri genocidi al mondo. Ma questo è il mio, quindi me ne occupo di più. I sopravvissuti vivono ancora sul territorio e sotto il commando di coloro che hanno commesso il delitto. A volte vengono anche minacciati. Il nuovo governo cosiddetto democratico di Serbia non ammette il genocidio, né vuol dare un taglio netto con il passato. A volte mi sento impotente e disperata, ma poi, guardando in retrospettiva, non è vero che niente cambia: lentamente le istituzioni, le corti, la gente pian piano si accorgono del lavoro che piccoli gruppi ed individui fanno, e ne prendono atto facendo il loro dovere a proseguire il nostro lavoro. Io non desidero altro se non smettere di scrivere di genocidi e scrivere ad esempio sull’amore.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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