Intervista a Fabrizio Bianchini

Scritto da: il 17.11.08
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

fabio bianchiniUn po’ di chiacchiere con il gentilissimo e simpatico Fabrizio Bianchini erano d’obbligo, dopo aver letto i primi due libri della sua trilogia, La banda del grano e Fuochi a mezzanotte.

  • L’ambientazione anni settanta dei due romanzi è accuratissima: come hai fatto a ricostruire così bene persino il vestiario ed i tic linguistici?

Grazie ai ricordi e a numerose ricerche, fatte attraverso vecchie foto dei miei genitori e via internet. Per esempio, la classifica dei primi dieci 45 giri che Andrea ascolta alla radio in “Fuochi a mezzanotte”, era esattamente quella della settimana di giugno 1976 in cui il nostro protagonista agisce.

Poi, per calarmi nell’atmosfera di quegli anni, durante la stesura dei due romanzi ho sempre ascoltato musica anni ’70; infine c’è da dire che, malgrado gli ‘anta sul groppone, dentro sono rimasto un eterno adolescente, e questo ha facilitato il tutto.

  • L’elemento di mistero e quello mistico si vanno sempre più intrecciando nella finzione narrativa: quanto spazio è concesso al mistero ed al mistico nella tua realtà?

Nessuno. Può sembrare un paradosso, ma nella vita di tutti i giorni sono del tutto razionale. Però ho sempre amato cinema e narrativa del fantastico, e qui ritorna l’eterno adolescente di cui sopra che ama rifugiarsi in mondi di fantasia creati da altri e inventarne a sua volta. Per quanto riguarda il cinema, ora che i figli sono cresciuti e non si fanno più accompagnare, quando ci sono film che mia moglie non apprezza, tipo Harry Potter, vado da solo armato di popcorn e patatine, in mezzo a tutti ragazzini.
Credo, in definitiva, che al rifugiarsi in un certo tipo di svago e di scrittura si adattino bene le parole del grande Stephen King: “forse il tema della letteratura dell’orrore sta tutto nel cercare di accettare il pensiero dell’inevitabilità della nostra morte e di coloro che amiamo”.

  • Tra le righe si legge una sorta di nostalgia per un tempo più a misura di ragazzo, è un effettivo rimpianto?

Oggi la vita non è più a misura d’uomo. Siamo tutti stressati, ci affanniamo a correre verso il nulla, non c’è più tempo per fermarsi a riflettere. Allora c’è un pizzico di rimpianto per un’epoca in cui tutto era diverso, più facile. Soprattutto mi dispiace che i miei figli non siano potuti crescere in un mondo in cui ci si divertiva costruendo una piattaforma su un albero e una bottiglia di Coca Cola rappresentava un evento quasi memorabile.

  • I rapporti interpersonali dei protagonisti sembrano immutabili, eppure ogni tanto sorprendono, quasi rompessero una maschera; ritieni che sia così anche nel concreto?

Guarda, quello che ti posso dire è che nel tratteggiare questi rapporti ho attinto a piene mani dal mio vissuto. All’epoca, almeno nell’ambiente in cui vivevo, la figura del padre-padrone con tanto di moglie (quasi) sempre sottomessa era la norma.

  • Dato che è una trilogia in compimento, ci daresti qualche piccola anticipazione, senza guastarci la sorpresa?

Il terzo episodio è scritto. Sto correggendolo, ma a grandi linee ci siamo. Si intitolerà “In fondo al nero”, e riparte da dove finisce “La banda del grano”, con Andrea adulto alla soglia dei cinquant’anni.
A pelle (anche se l’opinione dell’autore conta meno di zero), mi sento di affermare che è la cosa migliore che io abbia mai scritto, e non so se riuscirò più anche solo a sfiorare l’intensità di questo registro narrativo. Più ci penso e più sono convinto di avere creato qualcosa di fondamentale (almeno per me, ovvio), di essere giunto a una sorta di capolinea. Sarà difficile trovare idee e stimoli per andare oltre.

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