Intervista a Claudio Vergnani – Il 18° vampiro

Scritto da: il 14.04.09
Articolo scritto da . Non c'è Compagnia senza un elfo, perciò - aderendo al contratto nazionale delle Orecchie a Punta - eccomi qua. Ho anche un nome normale, Alessandra, ma quelli che mi chiamano così si contano sulla punta delle dita. Voglio salutare papà, mamma, e tutti quelli che mi hanno permesso di arrivare fin qui...cosa? Non è il Festival di Sanremo? E va be', dai, siate buoni!!! ;)

Claudio VergnaniQuando si parla di vampiri, tutto sembra irrimediabilmente già visto. Cosa ti ha convinto a raccontare ugualmente questa storia?

Proprio la tua considerazione. Se è vero che tutto va a gusti, personalmente ero stanco e anche dispiaciuto di vedere la figura del vampiro ingentilirsi e infiacchirsi sempre più, fino a snaturare le sue caratteristiche naturali. Quelle, per intenderci, che ne hanno fatto uno degli spauracchi più vivi, duraturi e terribili della storia del mondo, letteraria e non. Oggigiorno lo si vede impegnato in stucchevoli baciamano con leggiadre liceali o anche nel farsi mettere docilmente nel sacco da ragazzine acerbe e impertinenti. C’era di che preoccuparsi. E intristirsi. Ancora un po’ e ce lo saremmo trovato in qualche casa del Grande Fratello a tentare di sedurre la burina di turno, o – peggio – da Gigi Marzullo a piagnucolare inconsolabile per la decadenza del teatro italiano.
Quindi, ho recuperato alcune delle sue irrinunciabili caratteristiche e ho raccontato una storia diversa.

Uno dei punti di forza del 18° vampiro è senza dubbio l’ambientazione. Hai mai avuto dubbi sul fatto che l’idea dei vampiri a Modena potesse non funzionare?

Non mi sono mai posto il problema. Ho descritto ciò che vedevo e conoscevo. Il problema era raccontare una storia accattivante, per gli appassionati del genere e non. Se la storia è valida la puoi ambientare dove vuoi, a Modena, come in Transilvania, come a Zanzibar. Quindi il dubbio non era dove ambientarla, ma se la storia sarebbe stata valida e piacevole.

Nel libro citi molti riferimenti alla cultura vampiresca attuale, da Buffy ad Underworld e Blade. Cosa pensi delle varie sfaccettature che i nostri tempi hanno dato alla figura del vampiro?

Le trovo inevitabili. La figura del vampiro ci tiene compagnia da secoli – passando da autentico e tragico spauracchio più o meno legato ad eventi storici a intrattenimento letterario/cinematografico. Chi sopravvive (o, come nel suo caso, soprammuore) per secoli, volente o nolente, subirà qualche cambiamento. È un ciclo naturale. Non si può evitare. Poi ci sono le mode del momento. Oggigiorno il buonismo di maniera ha colpito persino lo sdegnoso dandy dagli aguzzi canini: se non è un santerellino tout court allora è un incipriato filosofo vagamente demodé che non stonerebbe in qualche studio televisivo a scambiare trite facezie di fronte a Fabio Fazio. Tuttavia le apparenze ingannano. Come diceva mia nonna: “Gratta un giapponese e ci troverai un samurai, gratta un russo e ci troverai un tartaro”. Quindi, gratta un vampiro e – sotto la brillantina e lo sguardo vacuo-adolescenziale – troverai di sicuro un mostro succhia sangue.

Parlando in termini di rapporti con la casa editrice, come hai vissuto la lavorazione del 18° Vampiro?

A costo di sottolineare l’ovvio, direi che è stata un’esperienza arricchente. Ho potuto lavorare insieme a professionisti seri, capaci, accoglienti e di parola. Con una profonda esperienza sia nel campo dell’editoria che dell’horror letterario in sé. Ma lo sapevo. Diciamo che ne ho avuta la conferma.

Il tuo scalcinato gruppo di cacciatori ha riferimenti reali come accade per l’ambientazione o sono tutti frutto della tua fantasia?

Ho descritto persone che conosco – o conoscevo – compreso il sottoscritto, calandole in un contesto tremendo che ne ha inevitabilmente messo a nudo da un lato le debolezze e le inadeguatezze, e dall’altro le risorse alle quali a volte un essere umano attinge per tentare di non affondare. Raramente ho dovuto chiedermi due volte come qualcuno si sarebbe comportato. Tutto si svolgeva lì, davanti ai miei occhi, chiarissimo. In certi momenti è stato quasi preoccupante: immaginando, ho anche scoperto cose – di me e dei compagni – non sempre positive. E nel romanzo ci sono. In quanto all’essere un gruppo “scalcinato”, be’… il punto è proprio questo… sfido chiunque a non perdere la testa e ad essere sempre razionale e lucido di fronte all’orrore più profondo, combattendo una battaglia sotterranea dove non vincerà mai nessuno…

Che cosa diresti ad un lettore indeciso che deve acquistare il tuo libro?

Che nel bene e nel male è veramente un romanzo innovativo. Innovativo e divertente; che è quel che più importa. A costo di apparire sopra le righe direi che vi è ampia materia di riflessione. Ho cercato di raccontare un orrore radicale e il modo in cui questo costringe chi lo affronta a misurarsi con il proprio coraggio, la propria motivazione, le proprie paure e le conseguenti umane debolezze. E ho calato il tutto nella cronaca attuale, senza risparmiare ironia e lunghi momenti di divertimento; senza eccessi ma anche senza censure. Raramente la nostra vita è logica, e lo stesso vale per quella dei protagonisti.
In ogni caso, Il 18° Vampiro è uno di quei romanzi dinanzi ai quali si può storcere il naso (i miei personaggi non brillano per correttezza, né umana né politica, e spesso il loro linguaggio è discutibile) ma dai quali ci si stacca solo dopo averli terminati. Dopo di che, se ne vorrebbe leggere ancora.

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