Chiacchierando con Francesco Dimitri

Scritto da: il 14.05.10
Articolo scritto da . Non c'è Compagnia senza un elfo, perciò - aderendo al contratto nazionale delle Orecchie a Punta - eccomi qua. Ho anche un nome normale, Alessandra, ma quelli che mi chiamano così si contano sulla punta delle dita. Voglio salutare papà, mamma, e tutti quelli che mi hanno permesso di arrivare fin qui...cosa? Non è il Festival di Sanremo? E va be', dai, siate buoni!!! ;)

In occasione dell’uscita del suo Alice nel paese della Vaporità abbiamo fatto qualche domanda a uno dei nostri italiani preferiti: Francesco Dimitri.

  • Domanda di partenza, per coloro che non ti hanno mai sentito nominare: ci fai un breve riassunto della tua “carriera” fino a questo momento? Quando hai cominciato?

Ho cominciato professionalmente nel 2004, quando ho pubblicato Comunismo Magico: un libro di nonfiction sui rapporti storici tra comunismo e mondo magico (niente di complottista: niente Segrete Occulte Verità Rivelate). Poi ho scritto altri tre saggi prima di passare alla narrativa. Alice nel Paese della Vaporità è il mio terzo romanzo.

  • Nelle brevi note biografiche che si trovano su di te è quasi sempre segnalata la tua predilezione per l’esoterismo. Nei tuoi libri ce n’è parecchio. Per te è una effettiva religione o solo un interesse?

Più che di esoterismo, parlo di magia (le note biografiche no, perchè ‘esoterismo’ suona più rispettabile). E la magia è un punto di vista sul mondo – anzi, su parecchi mondi diversi.

  • Perché hai scelto il genere fantastico, quando tutti sappiamo che in Italia si tratta di un genere bistrattato? Non sarebbe stato più facile puntare al mainstream?

Perchè io non vedo il mondo in modo mainstream. Non credo nella cosiddetta ‘realtà’: credo sia soltanto la forma di mito dominante. E quindi mi interessa cercare miti alternativi. E poi il fantastico mi diverte – e un libro che non diverte è un libro disonesto. A fare prediche sociali sono bravi tutti, a parlare dei drammi dell’adolescenza anche. Raccontare storie è un’altra cosa.

  • Parliamo di “Alice”. Dopo PAN, un’altra “rilettura”. So che, esattamente come per il precedente, i tuoi romanzi hanno ben poco in comune con i classici a cui fai riferimento, tuttavia non hai mai avuto paura di essere etichettato come “poco originale”?

Peter Pan e Alice erano due mie vecchie ossessioni, che ho usato come ‘muro’ per due partite di pelota mentale. Il risultato sono questi due libri. Possono piacere o no, ma dipende da loro, non dai loro antenati. Poi, gente che ti vuole etichettare ce n’è sempre, ma questo è vero qualsiasi cosa uno scriva, su qualsiasi argomento, in qualsiasi formato. Fa parte del gioco.

  • Hai uno stile incisivo e visionario. Hai dei modelli di riferimento? Se sì, quali?

Innanzitutto, grazie! Poi, modelli: molti. C’è Clive Barker, c’è John Fante, c’è l’immenso Joss Whedon (uno dei più grandi narratori viventi), c’è Bill Watterson, e sono solo i primi quattro che mi vengono, a bruciapelo. Il libro della mia vita è Il Signore degli Anelli, ma Tolkien non è neanche un modello, è… altro. Ho già detto Heinlein? Fammelo dire: Heinlein.

  • Uno dei punti di forza di “Alice” è la Vaporità e le percezioni mescolate che essa genera. Facciamo un giochino? Mi descrivi Francesco Dimitri attraverso la Vaporità? Quali suoni, immagini, sensazioni scatenerebbe in Alice?

Verrebbe colpita dalle note iniziali di Anarchy in the UK, che diventerebbero subito quelle di Che cossè l’amor. E le note danzerebbero con Alice, in mezzo all’odore di incenso e di un bosco quando ha piovuto. A quel punto lei capirebbe chi sono e avrebbe paura – perchè dal suo punto di vista io sono una creatura estranea, un mostro che arriva da un altro mondo, e che ha contribuito a darle vita. Non so come reagirebbe: spero niente di violento.

  • Qual è il personaggio di “Alice” a cui sei più affezionato? E perché?

Miyamoto. Perché credo che nessuno gli si affezionerà particolarmente, e questo me lo fa amare.

  • Londra è la città che ti ha adottato. Quella di andartene dall’Italia è stata una scelta obbligata (magari da questioni di studio o lavoro) o consapevole, date le prospettive non proprio soddisfacenti per noi giovani?

Del tutto consapevole. Non ne avevo bisogno, ne avevo voglia. Non fraintendermi, amo l’Italia, ma è diventata una gabbia. Un mondo volgare in cui in editoria si sbraita quanto nella TV del pomeriggio, e che ancora vive sotto l’ombra oscura di una cultura repressiva. Si respira brutta aria e, potendo, non c’è motivo per continuare a respirarla. Torno in Italia spesso e mi piace ogni volta, ho amici, e conosco professionisti seri. Ma sono molto contento di vivere altrove.

  • Parlando di personaggi, ce n’è uno che è entrato nel cuore dei lettori in modo particolare e costui è Dagon, lo sciamano-punk che abbiamo conosciuto in “La ragazza dei miei sogni” e ritrovato in “Pan”. Ci sarà mai una storia che o vedrà protagonista assoluto? Ma, soprattutto, Dagon ha un riferimento reale?

Certo che sì. Nella vita reale Dagon si fa chiamare… Azrael. È un mio vecchio amico, un musicista/mago molto famoso nel ‘giro’ che risponde al nome di Marco Visconti. La persona ‘reale’ è un modello per il personaggio ‘immaginario’, ma come ho già detto, non credo che tra la cosiddetta ‘realtà’ e il resto ci siano troppe differenze. E Dagon tornerà. In Alice c’è solo un cenno, ma tornerà eccome. C’è una storia molto più grande che poco a poco si sta intessendo…

  • So che sono trascorsi diversi anni dal “concepimento” di Alice nel paese della Vaporità. Immagino molte cose siano cambiate rispetto all’idea originale. Com’è cambiato nel frattempo il tuo modo di scrivere e di concepire questo mestiere?

Intanto è diventato un mestiere: quando ho finito la prima stesura di Alice non avevo ancora pubblicato niente. E poi ho acquisito una tecnica che ai tempi di quella stesura non avevo. Adesso sono più preparato, ma altrettanto appassionato. Il che è un punto di forza? Non per forza. Conciliare visioni e tecnica è uno degli aspetti più difficili, nel lavoro di uno scrittore.

  • Ti piace la forma del racconto breve? Quale pensi sia la “dimensione” ideale per i tuoi scritti?

Il racconto breve mi piace moltissimo e ogni tanto ne scrivo. Al momento mi sento più a mio agio con il romanzo: ho bisogno di far crescere i personaggi, di dare loro una sorta di serialità interna. Ma, in generale, credo che il punto sia trovare il giusto ritmo e il giusto formato per la storia che hai in testa. Dev’essere la storia a dirti ‘fai un racconto’, non tu a dire alla storia ‘adesso ti trasformo in un racconto’. Scrivere è un esercizio medianico.

  • Qualche saggio consiglio per un aspirante scrittore?

Diffidare dai saggi consigli: molto meglio i cattivi esempi. Non c’è altro modo per scrivere che scrivere. Manuali, corsi, tutto può aiutare, ma la scrittura è artigianato, è una roba che devi sapere fare, non di cui devi saper parlare. Una settimana di chiappe sulla sedia vale un anno intero di corsi Holden, e costa meno. E poi, la scrittura è come il sesso: un gentiluomo ne fa più che può, e ne parla meno che può.

  • http://vogliosoloscrivere.wordpress.com Elfo

    Quanto mi piace quest’uomo! :D

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  • http://vogliosoloscrivere.wordpress.com Elfo

    PS: In senso letterario eh? Non andiamo subito a fare facili battute! XD

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  • Mestesso

    Dagon? nella realtà è una persona scorbutica che augura alla gente di morire di cancro, di aids, e di altri mali. E’ un arrogante e un saccente. Quindi il tuo Dagon “letterario” è un personaggio non verosimile, ma ci sta tutto, nei libri di favole si possono raccontare le favole che si desiderano. 

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