Tutti gli articoli di noemi

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I ragazzi di Anansi, Gaiman

Scritto da: il 05.06.09 — 17 CommentiAbbonati (RSS)
***ATTENZIONE il recensore non ha mai bevuto un bicchiere di nessun alcolico, ma sembra riesca a provvedere con ormoni naturali ad essere costantemente sbronzo; il senso del romanzo potrebbe leggermente deviare*** Tutti quando siamo ubriachi compiamo azioni insensate come, che so io, parlare con un ragno. Solo che di solito questo non ha effetti collaterali come ritrovarsi in casa un fratello sconosciuto, perfettissimo, che ti vuole rubare la vita; né ha effetti come ritrovarsi coinvolti nell’omicidio compiuto dal tuo capo (e va bene delegare il lavoro ai sottoposti, ma non esageriamo), o dover cantare in pubblico facendo una terribile malacumparsa (o no?). Ah, I ragazzi di Anansi andrebbe letto solo per il soprannome del protagonista, Ciccio Charlie, che lo perseguita tutta la vita solo perché a dieci anni era un po’ “morbido”, e perseguita anche me che non riesco a togliermelo dalla testa. Certo, quando uno indaga poi un minimo sul suo passato e scopre, improvvisamente, che suo padre è un dio, l’etiologia della sbronza risulta chiara e si passa al resto del libro senza interrogarsi troppo sul vizio del bere e anche con un po’ di indulgenza riguardo agli incontri ravvicinati del ragno tipo. Anche perché, mica è un dio buono tipo quello a cui ci hanno abituati al catechismo. Anansi è l’individuo allo stesso tempo più affascinante e più imbarazzante che Ciccio Charlie possa concepire, sembra sia morto e, sebbene ci siano centomila modi rispettabili di morire, lui ha deciso di farlo beccandosi un infarto durante un karaoke, piombando con tutto il microfono tra le tette di una biondona in ascolto. Insomma, se in realtà Neil Gaiman è uno degli pseudonimi del papa ed era un modo per dire che ubriacarsi e frequentare locali pieni di donne e malcostume porta a mala strada, l’intento è abbastanza riuscito; ma tutto questo succede solo nelle prime ...

Twilight, Meyer

Scritto da: il 17.04.09 — 20 CommentiAbbonati (RSS)
***ATTENZIONE RECENSORE SINGLE CRONICAMENTE INVAGHITO DELLE PERSONE SBAGLIATE, la recensione potrebbe esulare leggermente dal contenuto del romanzo*** Carissima Stephanie Meyer, Babbo Natale, il comitato delle femministe 2009 e l’AGADDADF (Associazione Genitori Angustiati Dalle Delusioni Amorose Delle Figlie) ti ringraziano, dove ringraziano è un cortese eufemismo per “Vorrebbero investirti con una slitta/autobus da corteo/furgoncino familiare”. Infatti, quando l’anno prossimo la casella della Posta Polare sarà intasata da mille varianti della letterina: “Caro BB quest’anno sono stata molto buona mettimi sotto l’albero un fidanzato come Edward”; quando molte femministe deporranno il mestolo di guerra dichiarando di voler sposare assolutamente un vampiro perfetto, che le fissi per tutta la notte mentre russano e sia tanto forte da poterle portare sulle spalle, risparmiando sulla benzina; quando, infine, tanti genitori dovranno portare in analisi le proprie “bambine” che si scontrano con la dura realtà, scoprendo che i vampiri non esistono e a noi donne toccano solo gli uomini comuni (dove uomini comuni sta per maschi comuni, che sta a sua volta per… beh, guardatevi un po’ intorno), dovrai per forza porti la fatidica domanda: come ho potuto condannare alla delusione perenne un’intera generazione di donzelle? Avevamo appena superato il plagio Disney (“So chi sei, in cima al mio cuor, ognor sei tuuu…”= alla terza telefonata ti penso e spengo il cellulare), avevamo superato anche Romeo e Giulietta (anche se non si uccide per noi, gli vogliamo bene) ed eravamo vicine anche ad uscire dal baratro di Dawson’s Creek (anche se non ha una barca con cui portarci in vacanza e un’amaca su cui leggere insieme, gli diamo una chance). E adesso? Gli uomini non saranno felici di dover competere con un modello: bellissimo (come è accuratamente puntualizzato due o tre volte per pagina), ricchissimo ma generoso, vampirissimo ma vegetariano, presentissimo di giorno e anche di notte (del resto i vampiri non dormono, ...

78 ragioni per cui il vostro libro non verrà mai pubblicato (ispirato al libro omonimo)

Scritto da: il 24.03.09 — 13 CommentiAbbonati (RSS)
Riprendendo un vecchio elenco fatto in occasione dell'uscita di 78 ragioni per cui il vostro libro non verrà mai pubblicato, ecco la mia personalissima classifica: Non l'ho mai scritto. Non ho un nome d'arte abbastanza valido. Avevo pensato "Noemi T", ma poi è uscito "Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire", e mi accusano di plagio. Avevo pensato Noemi Carroll, ma stessa storia. Non avrà un titolo abbastanza valido. Volevo chiamarlo "Un libro che pubblicherebbero nonostante ci siano settantotto ragioni per non pubblicarlo". Ma è troppo lungo. Provo con l'acrostico? Non sono più abbastanza giovane, perché possano pubblicizzarlo come l'opera prima di una bambina prodigio. Non sono ancora abbastanza vecchia, perché possano pubblicizzarlo come l'opera di una saggia donna del ventunesimo secolo che scruta con lucida saggezza il decadere del suo tempo. Non sono abbastanza inserita nella politica moderna, perché qualcuno sia disposto a pagare per leggere le stupidaggini che sono capace di scrivere. (anche detto corollario del 6). Sono abbastanza inserita nella politica moderna e non scrivo idiozie. Ho pagato qualcuno perché dicesse per me qualcosa di sensato; ma non sarebbe il mio libro ad essere pubblicato, in questo caso. La mia Musa ispiratrice è molto cara a Zeus. - ehi, psssst...siamo in uno Stato Cattolico. Non farti raccomandare da una divinità pagana, per di più estinta! -. L'ha già scritto qualcun altro. Solo che l'ha fatto molto meglio. Le ragioni per non pubblicarlo dalla decima alla trentesima sono state inghiottite da una falla spaziotemporale. Ma erano delle ragioni validissime e non credete che il libro verrà pubblicato solo perché mancano delle ragioni per non pubblicarlo! Era un romanzo dell'orrore, ma verso metà mi sono spaventata e non sapremo mai come finisce. Era un giallo così complicato che ho dimenticato chi era l'assassino! Ne ho scelto uno a caso ...

Tobia – Un millimetro e mezzo di coraggio, de Fombelle

Scritto da: il 18.03.09 — 6 CommentiAbbonati (RSS)
***ATTENZIONE RECENSORE INCAVOLATERRIMO, la recensione potrebbe esulare leggermente dal contenuto del romanzo*** Allora, ti ritrovi davanti questo libro, con la copertina che sembra un’insalata, e già ti spaventi, che sono le edizioni del papa e magari se ti comporti male mentre ce l’hai in casa ti scomunicano. Così leggi il titolo: Tobia. Trattieni il respiro, sperando che non siano pagine e pagine sul cane di Hamtaro, il criceto più famoso della tv. Sottotitolo: “Un millimetro e mezzo di coraggio”, e qui ti fermi. Andiamo, pensi, io con il mio metro di gamba arrivo a stento al frigorifero, uno con le gambe meno di un millimetro, dove diamine potrà andare? E poi te lo ritrovi che gira in lungo e in largo per la corteccia di un albero, che rischia la vita ogni trenta secondi e si salva sempre; e allora, pensi, avrà anche un millimetro e mezzo di altezza, questo tipo, ma ha anche un culo grande quanto la Germania! Apri il libro su una pagina a caso. “Spelati?” Grandioso, un libro di cucina con evidenti errori di ortografia. Dai un’altra possibilità, ad un’altra pagina. “Spelati?”. Di nuovo. O la tua sorte è molto monotona, o l’autore ha poca fantasia e un pessimo editor. Alla fine, convinto che ci debbano essere almeno due o tre parole scelte con criterio, la prendi come una sfida: lo leggi. E come ogni storia scritta per ragazzi e quindi semplice da assimilare, ti riporta a quando avevi pochi anni e non te ne stacchi più, neanche del più piccolo sottomultiplo di un millimetro, del quale ora mi sfugge il nome. Tra ragni giganti (dal punto di vista adottato), allevamenti di cocciniglie e corse a perdifiato da un ramo all’altro, il mondo dell’albero diventa il tuo, il microscopico diventa il normale e il “tuo” macroscopico non riesci quasi più a ricordarlo. L’autore, ovviamente, com’è buona norma, mette ...

Nel mondo di Lythande, Bradley

Scritto da: il 11.03.09 — 8 CommentiAbbonati (RSS)
***ATTENZIONE: RECENSORE PSICOPATICO, la recensione potrebbe deviare leggermente dal contenuto dei racconti*** Visto che Marion Zimmer Bradley ha avuto il pessimo gusto di morire prima che io potessi, nell’ordine: imparare la sua lingua, avere uno stipendio per acquistare il biglietto, volare sotto casa sua e riempirla di mille regali e di tutta la mia gratitudine per i bei momenti regalatimi, l’unica cosa che posso fare è recensire una delle sue opere più belle, la raccolta di racconti fantasy Nel mondo di Lythande. Dopo una serie di protagonisti ultrafighi che utilizzano i loro poteri e il loro coraggio per motivazioni futili quali la salvezza del mondo, il destino o il dovere, ecco che arriva un eroe capace di mettere a frutto la sua magia e i suoi due pugnali (uno per combattere i pericoli materiali, l’altro contro i sortilegi nemici) per una ragione veramente nobile e ammirevole: soldi, soldi, soldi! Del resto, in attesa della guerra contro il Caos, in cui dovrà schierarsi contro le forze del male, in qualche modo deve portare a casa la pagnotta; e pur essendo una donna emancipata, non può prostituirsi (ok, questo nucleo narrativo forse manca nella raccolta), perché è costretta a presentarsi con le sembianze di un uomo, pena l’esclusione dall’Ordine della Stella Azzurra e la perdita di ogni potere. Nel corso di sei racconti e attraverso le malfamate strade di Sanctuary e Old Gandrin, Lythande e il suo segreto verranno messi a dura prova da fanciulle innamorate di lui (ehm, lei, ehm, del mago mercenario, insomma), ometti balbuzienti m-molto im-im-imbarazzati, spade incantate, sirene che la chiameranno con pathos sorella, liuti erranti e varia altra roba fantasy. Can che abbaia non morde, un Ordine magico a cui hai rotto le uova nel paniere un poco sì. E così Lythande, entrata a sgamo in una setta aperta solo agli uomini, ...

Molto forte, incredibilmente vicino, Foer

Scritto da: il 25.02.09 — 6 CommentiAbbonati (RSS)
Ci sono libri che, più degli altri, sono un piacere sia da leggere sia semplicemente da osservare, e Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer è tra questi. È un romanzo non facile, specialmente dal punto di vista emotivo, che affronta da una angolazione particolare il disastro delle Twin Towers. Ma accanto alla storia vera e propria ruota un corollario di "oggetti testuali". L'autore gioca davvero con tutto: immagini e collocazioni delle stesse in relazione al testo, ripetizioni delle immagini, talora solamente una somiglianza. Ma anche variazioni nella dimensione del testo, disposizione delle parole nella pagina, parole o frasi evidenziate, con cui crea un bellissimo gioco visivo. L'ho divorato in breve tempo, ma prima o poi dovrò rileggerlo per cogliere tutti quegli indizi/dettagli che solo chi ha già letto un libro ben strutturato può davvero apprezzare. Vorrei poter analizzare ogni personaggio, ogni angolatura della trama e dello svolgimento dei fatti, ma non rovinerei mai a qualcuno la possibilità di questa lettura così affascinante e piena di percorsi. Dico solo che tutta la prima metà, e anche di più, del libro è una continua sorpresa, un continuo avvicinarsi alla verità da diverse prospettive, un continuo capire, fare connessioni, dare un nome e un ruolo a personaggi che avevano solo una trama abbozzata e sconnessa dal resto. Ti spiazza di continuo, ti costringe a tornare indietro: alla frase prima, alla pagine prima, ad un'illustrazione precedente, a un capitolo già letto, a un nome dimenticato, a una data prima ignorata ed ora indispensabile. Si legge in pochissimo tempo, lo stile è scorrevole, la trama interessante, a tratti divertente e a tratti commovente: in certe parti la tristezza prende davvero allo stomaco e capita, per qualche secondo, che sia necessario interrompere. Gradevole da sfogliare, per soffermarsi sulle illustrazioni (alcune fotografie sono davvero notevoli) o apprezzare meglio singole ...

Bambini del silenzio, Hayden

Scritto da: il 25.10.08 — Comments OffAbbonati (RSS)
Bambini del silenzio è un libro delicato, che tratta di temi molto complessi. Da un lato l'infanzia, dall'altro le difficoltà psicologiche ed il tentativo di riscatto, il percorso compiuto per tentare di capire. Capace di commuovere, l'autrice non abusa di questa sua capacità, né della tragicità delle cose narrate, per creare un polpettone strappalacrime da propinare alle masse. Il suo rispetto per la complessità delle cose narrate, unito al giusto equilibrio con cui le affronta, riesce a trasmetterti l'orrore e le problematiche senza tartassarti emotivamente o cercare di inculcarti precetti morali su come le cose dovrebbero andare, o regalarti un mondo bello e pulito dove il lieto fine è scontato ed è un lieto fine al 100%, come tu lo vorresti. La sua esperienza nel campo della psicologia infantile traspare sia nel modo in cui ha affrontato i casi, sia nel modo di parlarne. Sa spiegarti le cose con semplicità, in modo che pur non essendo un esperto del settore tu capisca di che ti sta parlando. Sa raccontarti quelle storie alternandole, senza lasciarti mai completamente soggiogare da una, tenendo sempre viva la tua attenzione, rendendo giustizia ad ogni personaggio senza renderlo migliore di quello che è, e neanche peggiore. Ti fa vedere le cose che ha visto e te le spiega, lasciando però che sia tu a fartene un'idea. Ecco, forse lo stile è molto da "psicologa". La Hayden ti mostra le cose, quasi te le registrasse con una telecamera, e ti lascia libero di decidere come e in che misura lasciartene coinvolgere. Lo stile e la struttura, pur non registrando particolari tratti di originalità, sono sobri e scorrevoli e si addicono alla "realtà" della trama, che racconta di storie realmente accadute. Veramente un bel libro, non sono riuscita a scollarmene finché non l'ho finito, mi ci sono addormentata accanto e mi sono svegliata riprendendolo in ...

Moccia, 3MSC

Scritto da: il 03.05.08 — Comments OffAbbonati (RSS)
Mentirei spudoratamente, se scrivessi che non mi è piaciuto. E, sapete, un naso troppo lungo non è comodo, se ti piace leggere; certo si possono allevare pappagalli, con un naso della giusta lunghezza, ma leggere, beh, capirete che diventa un problema. Del resto, tutti i miei gusti sono abbastanza discutibili, non vedo perché giusto con la letteratura mi dovrei smentire. Fatte queste premesse, l'ho trovato molto immediato, rapido, romantico, ingenuo. Ecco, forse è proprio l'ingenuità - della trama e dei personaggi e dello stile - la cosa che mi ha affascinata di più. E' un romanzo che fa tenerezza. Mi dispiace per la fine, in tutta sincerità, penso che il lieto fine ci dovesse stare, ma è anche vero che in questo sono decisamente influenzata dalle storie d'amore a lieto fine che hanno costellato la mia infanzia, e dalla mia naturale tendenza al lieto fine. Me ne avevano parlato come di una specie di mostro, un incidente della letteratura, un libro corruttore di giovani menti non ancora adatte a vagare indipendenti nel mondo del libro. Non so se Federico Moccia sarebbe capace di scrivere un romanzo di altro genere, non so se sa scrivere in generale. Posso dire che lo stile è compatibile con gli argomenti che tratta, che la struttura ha un suo senso, e che alcune trovate mi sono piaciute. Non so se quando sarò uscita dalla mia adolescenza infinita lo troverò ancora così bello; al momento so che l'ho letto tutto d'un fiato, che avevo voglia di riprenderlo ogni volta che lo lasciavo, e che alla fine mi ha commossa. Forse però dovrei precisare che al momento ogni storia che comporta una separazione mi commuove.
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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