Tutti gli articoli di marzia

Marzia, vent'anni, studentessa di Letterature europee moderne. Ha acquisito il senso dell'orientamento contemporaneamente a quello critico grazie all'Università La Sapienza. Londinese in una presunta vita precedente. Lettrice, scribacchina e blogger. Se credesse nel Paradiso, lo vorrebbe come quello dei sogni di Virginia Wolf..

Incontri: Las Vegas

Scritto da: il 30.03.10 — 6 CommentiAbbonati (RSS)
Las Vegas: un mondo di possibilità. Contano sulla freschezza, sull’originalità e sullo stile. Sperano di rivoluzionare qualcosa, loro così giovani, dando spazio ai giovani. Dal 2007 ad oggi di passi ne hanno fatti, piccoli o grandi, e sempre poggiando il piede in maniera sicura. Li ho rivisti a Roma e ho rubato loro un po’ di tempo, per lasciarsi raccontare a noi di Liblog. [youtube]http://www.youtube.com/watch?v=i5XsYLP2nFk[/youtube]

Incontri: Round Robin

Scritto da: il 12.03.10 — 5 CommentiAbbonati (RSS)
La Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria si è svolta, come ogni anno, a Roma. Uno sopra l'altro, a farsi largo tra la gente e gli stand al Palazzo dei Congressi, all'EUR. Lì c'ero anch'io. Con delle superga gialle impossibili da ignorare se guardi per terra, un po' sporche in punte perché, nel caos, qualcuno prima o poi ti calpesta. Sì, c'ero anche io e sono andata a conoscere e rubare del tempo ad alcuni editori, piccoli e medi per eccellenza. Sono editori con cui Liblog ha collaborato in passato, o per i quali abbiamo avuto come gruppo un occhio di riguardo, perché a noi piacciono le cose belle, e le cose belle bisogna farle conoscere. Quello che ho cercato di fare, con questi brevi incontri, è un tentativo di presentarveli discretamente, e lasciare che siate voi a capire perché li amiamo tanto. Ed ecco a voi il primo. [youtube]http://www.youtube.com/watch?v=PqlbVYJ0fCs[/youtube]

500 temporali, de Caldas Brito

Scritto da: il 12.03.10 — 1 CommentoAbbonati (RSS)
Non basta una bella storia per fare un bel libro, bisogna saperla raccontare. In 500 temporali Christiana de Caldas Brito non aveva soltanto qualcosa da raccontare che le premeva come un’urgenza, ma soprattutto belle parole – le parole giuste – per farlo. La storia si annuncia di altalenanti sentimenti già dalle prime pagine, che chiudono un cerchio appena accennato. Il Brasile festeggia i 500 anni da quando venne scoperto e le donne indossano gonne di festa che insegnano al prossimo cos’è la gioia, ma un colpo viene sparato, c’è chi piange e anche il cielo non è da meno. Il tracciato degli eventi non è mai un solco unico, netto, dove l'acqua può scivolare via, ma è di quelli che è l'acqua stessa a creare in terra quando piove, e c'è un temporale, e si spacca il fango sotto i piedi in forme e ramificazioni originali. Così i personaggi dell'autrice si muovono allo sbando, tra la sopravvivenza e l'aspirazione, raccontando gli angoli, comodi o spigolosi, di uno stesso mondo. Un mondo brasiliano dove la favela ti inghiotte se non impari a tenere alta la faccia e cercare dove respirare aria buona, e dove la classe alta è così alta che non incontra mai il mondo vero, quasi lo scorda e ci si accomoda, come un vecchio in poltrona. A scandire il tempo non è il ticchettare di orologi, quanto quello della pioggia sui tetti delle case in rovina, come quella dove Jussara - costretta a letto da un incidente in tenera età - guarda la televisione e lì trova un po' di speranza nell’attesa del miracolo (e “il miracolo lo fai tu!”), un po' di voglia di dare amore. Amore che nega alla madre, che offre a Pedro, giovane e sciocco e pieno di buona volontà, ma capace, tutto solo, di gestirsi fin ...

Il silenzio perfetto, Mazzeo

Scritto da: il 12.01.10 — 2 CommentiAbbonati (RSS)
È una fortuna che Ilaria Mazzeo sappia essere così delicata, perché la storia che ha scelto di raccontare sarebbe capace di stringere il cuore a chiunque. Ho voluto che ad accennarmi la trama fosse la stessa autrice, prima ancora di affidarmi alla quarta di copertina, e mi ha convinta, subito. Sono appena un centinaio di pagine, ci si districa facilmente di momento narrativo in nuovo capitolo. Il silenzio perfetto aleggia durante tutta la narrazione, come un’incombenza e anche come unica scappatoia. Ginevra, protagonista e narratrice, è ordinata, corretta, volenterosa. Ma si sa, è alle brave persone che di solito crolla il mondo addosso. La scomparsa del fratello è un gradino troppo alto da riuscire a salire sola, un nuovo amore si offre come appoggio per superare l’ostacolo ma non basta, e non è mai sicuro. Non c’è niente di sicuro all’infuori di noi stessi, quando dobbiamo sciogliere nodi così grandi. Ginevra ha solo Ginevra, e un grande lavoro da fare su sé stessa per sopravvivere, prima, e tornare a vivere come possibile. Ilaria Mazzeo è di Pistoia ma Roma oramai la conosce, quanto basta da fare in modo che la sua Ginevra ci si muova con discrezione, semplicità, e quella camminata di chi – e cito – sembra sapere sempre dove sta andando. La struttura è semplice, consente di lasciare il libro e riprenderlo in mano quand’è il momento (la storia richiede una certa attenzione al dettaglio, la lettura ho preferita relegarla a un momento di quiete e consiglio vivamente il prossimo di fare altrettanto) e il linguaggio scivola di parola in parola come in una lunga discesa innevata. L’autrice è capace di rendere tangibili i personaggi che ci presenta, attraverso descrizioni più o meno dettagliate, ma soprattutto sfruttando un effetto immediato di slittamento del lettore nei panni della protagonista della storia, o quantomeno ...

Miss Galassia, Benni e Gutierrez

Scritto da: il 01.12.09 — 1 CommentoAbbonati (RSS)
È andata all’incirca così: io giravo tra gli stand in cerca di libri e facce nuove, quando mi trovo in coda per qualcosa – o qualcuno. Entrambi. Insomma, d’angolo c’era Orecchio Acerbo, e nell’angolo dello stand d’angolo c’era Stefano Benni, e nell’angolo di stand accanto a dov’era appoggiato Stefano Benni, c’era Miss Galassia. E allora ho fatto la fila come alle poste, ma più contenta, e ho comprato Miss Galassia. Un libro, mi dicono, per bambini dall’età di otto anni. Forse è un mio problema, ma il rapporto che ho con i libri detti “per bambini” è morboso. Forse sono scema, o forse una bambina. Oppure sento che alle volte, certe cose, vadano dette in maniera semplice, perché possano essere davvero recepite da chiunque. Grandi e piccini, ma soprattutto grandi. La copertina rigida, in nero opaco, già promette bene. Il titolo è al mezzo, in un carattere originale che, come tutte le illustrazioni, esce come un coniglio dal cappello dalla mente di Luci Gutiérrez . Il connubio tra le parole di Stefano Benni e l’operato di questa giovane artista spagnola è esatto, nel senso più proprio del termine. Nessuno ruba e nessuno e entrambi danno qualcosa al lettore. Non c’è lotta tra l’immagine e la parola, e se i colori si vivacizzano in maniera quasi fastidiosa, le parole subito ci costruiscono un castello sopra e tutto si bilancia. Ogni pagina del libro è, quindi, soddisfacente. Tutto si svolge e stravolge nel paese di Vanesium, che dal centro della Via Lattea gestisce la bellezza interstellare. È lì che la gente più che in ogni altro luogo è ossessionata dalla bellezza, ed è lì che doverosamente si svolge il concorso per l’elezione di Miss Galassia. Così la storia ci racconta dei sei concorrenti al titolo, che si mostrano ai loro giudici cosmici in tutta la loro ...

Le parole segrete di Jin-Shei, Alexander

Scritto da: il 10.11.09 — 5 CommentiAbbonati (RSS)
Alma Alexander ha fatto un lavorone sotto molti punti di vista: la mole del libro di cui vi parlo non è modica, il mondo di cui tratta lontano, la storia è ricca di personaggi e intrecci. Ma il tutto è stato evidente gestito al meglio, perché la lettura scorre piacevole in ogni punto, soprattutto in quelli di tensione, ed ogni soggetto viene ricordato chiaramente per tutte le 500 pagine, e le sue azioni e i suoi legami, indissolubili, si caricano pagine su pagina ma non passano di mente. È un libro che si presta a un’amica cara, che si regala a Natale. Fa sempre fare bella figura. Le parole segrete di Jin-Shei racconta più storie, tutte le storie che sono necessarie per descrivere al meglio la Cina nell'Impero del Syai. È soprattutto presso la Corte Imperiale di Linh-an che è ambientata la narrazione, perché le piccole protagoniste è lì (o da lì) che danno vita all’infinito ricamo di segreti, confidenze, parole in una lingua privata – la lingua del cuore, il cuore di donna che riconosce subito chi sarà in grado di gestirlo. Di madre in figlia, e così per generazioni, il jin-shei è la lingua che unisce le donne di ogni età e di ogni status sociale, è la lingua che si sceglie di usare quando un’amica diventa una sorella. Una sorella per la vita, una sorella a cui non si può mentire o negare alcuna cosa. Quando una sorella si sceglie, poi non si può tornare indietro e fingere che il patto d’amore, l’amore più vero, non sia mai esistito: così una futura Imperatrice potrebbe trovarsi ad amare più di chi il sangue le impone, la figlia di una ricamatrice dalla spiccata vena poetica. “Come mi devo rivolgere ad Antian? Come devo chiamarla?” – la piccola Tai è preoccupata, perché quest’unione ti pone ...

Recensione 2.0

Scritto da: il 03.11.09 — 2 CommentiAbbonati (RSS)
A questo punto gli parlai della guerra. Gli dissi le solite cose che la gente dice quando parla contro la guerra. Dissi che la guerra era ingiusta. Che i grandi paesi non dovrebbero distruggere i paesi piccoli. Dissi che il governo aveva fatto una serie di errori. Gli dissi anche che tali errori, in un primo tempo piccoli e perdonabili, erano ormai divenuti immensi e imperdonabili. Dissi che il governo stava tentando di nascondere i suoi errori iniziali sotto nuovi cumuli di errori più recenti. Gli dissi che il governo era ormai in preda a un’ubriacatura di errore, del tutto stordito dagli errori. Gli dissi che già diecimila nostri soldati erano morti a causa degli errori del governo. Gli dissi che decine di migliaia di soldati erano morti a causa di vari errori del governo. Gli dissi che decine di migliaia di soldati e civili nemici erano morti a causa di vari errori commessi in nostro nome. Gli dissi che non si sarebbe dovuto consentire al governo di commettere altri errori. “Sì, sì” disse il tecnico-capo, “senza dubbio c’è una certa dose di verità in quello che lei dice, ma noi non possiamo proprio permetterci di perdere la guerra, no? E fermarsi equivale a perdere, no? Se si considera la guerra alla stregua di un processo di gestazione, l’arrestarlo equivale a un aborto, no? Noi non la sappiamo perdere, la guerra. Ciò non rientra tra le nostre capacità. Il nostro schieramento di forze sbaraglierà il loro schieramento di forze, questo è quanto sappiamo. Questo è il reale processo. Questo è quanto. D.B. Certe volte prima di recensire è giusto riflettere. Ho tentato di recensire in tempo, ma avrei bisogno di più riflessioni. A volte una mente sola non basta. Accenno un pensiero, uno stile e le iniziali. Liberi dal vincolo della copertina, dell’odore del libro, ...

Se hai bisogno chiama, Carver

Scritto da: il 27.10.09 — 1 CommentoAbbonati (RSS)
Raymond Carver aveva una penna discreta e sottile, come quelle siringhe tanto fini da non fare male in mano a un chirurgo zen. Molta gente della mia età avrà dimestichezza con Murakami Haruki (quello di Norwegian Wood per intenderci, o se preferite del recentissimo semi-bestseller Kafka sulla spiaggia), e qualcuno un po’ più grande avrà ben presente Cechov, che un tempo girava parecchio nei teatri (oggi un po’ meno, almeno a Roma). Ecco, considerate che Murakami è un po’il Carver giapponese e che di Carver si dice sia il Cechov americano, e potrete tranquillamente prendere in mano i racconti raccolti da Minimum Fax in Se hai bisogno, chiama senza preoccuparvi di leggere prima qualcos’altro dello stesso autore. Mi direte: che problema c’è a cominciare con questo libro qui? In fondo è uscito da relativamente poco tempo, si presenta bene e non è molto lungo. Quale preoccupazione dovrei avere? Ebbene, un problema c’è: quelli raccolti nel volumetto sono scritti postumi. La storia è carina, e sta nella prefazione. In sostanza l’editor-confidente-amica di Carver, dopo la sua morte, dice di aver discusso molto con gente varia (tra cui Murakami tra l’altro) sulla sofferenza che provoca la fine di un’esistenza poetica. Quanto può pesare sapere di non poter leggere più niente del nostro scrittore preferito? Certo, si può ri-leggere, ma non è la stessa cosa. È un po’ come se ti morisse un amico, e nel caso suo è effettivamente così. Perciò pare che, nell’estremo tentativo che certa gente fa chiamando medium e ragazzini del sesto senso vari, si sia invasa la scrivania di Carver in cerca di lui, della sua voce, di quella penna discreta, per non rassegnarsi all’idea che fosse finita così. Quello che ne è stato cavato è uscito nel volumetto di cui parliamo. Ora, non so se la storia sia vera o ...

Patty Diphusa, Almodovar

Scritto da: il 14.10.09 — 2 CommentiAbbonati (RSS)
Warhol prese Edie Sedgwick e ne fece quel che voleva, fino allo sfinimento pur di renderla perfetta per sé. Pedro Almodovar le sue donne perfette ha cominciato a trovarle prima nella testa, poi nelle attrici con cui ha collaborato. Dalla sua testa nasce Patty Diphusa, simbolo e sintomo di un momento artistico mondiale che quasi soffoca sotto la valanga innovativa delle idee e le perversioni di Andrew Warhola. Pedro Almodovar le sue le incarna in una bassa e tonica protagonista di film porno, scrittrice a tempo perso per riviste e soprattutto insonne. È fondamentale, dice Almodovar a Patty quando si lascia intervistare da lei (oh sì, maniacale), che la sua Diphusa non dorma mai, perché è alla continua ricerca. Di un senso, dell’amore, della soddisfazione a tutto tondo. D’altronde parliamo degli anni 80, dove la movida spagnola ti trascina e basta. Se non brilli, non ci sei. Non vali niente. Patty incontra chiunque e racconta ogni cosa, è la diva del momento (un momento lungo la sua vita) e la reginetta delle sveltine nei bagni dei locali. È in continuo movimento e continua elaborazione cerebrale. Parla solo di quello che è superficiale come lei, eppure la somma di tutte le banalità di chi ha intorno, dei desideri comuni a tutta una generazione di wannabe, dei vizi segreti e invece raccontati in maniera così plateale scavano a fondo in un personaggio, nel suo autore, nel mondo che racconta. La superficialità diventa cosa dimenticata, e ci si ingroviglia in storie d’amore e scampi. Così la protagonista si dimostra per quella che è, pagina dopo pagina: sicura di dove vuole arrivare, confusa su come farlo, disinibita, implacabile, inafferrabile. Come Madrid, la Madrid che si risveglia dopo Franco e mette da parte tutto per ballare in strada. Senza dimenticare, ma mettendo da parte come in un archivio ...

Il mondo di Banana Yoshimoto, Amitrano

Scritto da: il 06.10.09 — 2 CommentiAbbonati (RSS)
Leggere Banana Yoshimoto lascia sempre un’incognita profonda terminato il libro. Cosa ho letto? Non perché non consideri il genere umano in grado di districare le intricate trame – ma diciamocelo, spesso e volentieri un po’ trite e ritrite – quanto piuttosto perché: mi piace Banana Yoshimoto o Giorgio Amitrano? La questione della traduzione è una strada senza uscita. Quando leggiamo opere provenienti dall’estero compiamo un atto di fede nei confronti di chi, per noi, compie un lavoro di traduzione e selezione. Questa fiducia non è sempre incondizionata, spesso le nostre conoscenze di lingue straniere ci permettono di giudicare il testo per quello che è nella sua lingua e per quello che diventa nella nostra. Nel caso del giapponese, però, c’è poco da intuire per gran parte della popolazione italiana. Qualche tempo fa allora ho comprato un libro che è in realtà un libricino, e s’intitola “Il mondo di Banana Yoshimoto”. Firmato proprio Giorgio Amitrano. In questo collage di interviste, riflessioni e immagini scopriamo qualcosa di più della nota autrice, e soprattutto dell’abilità di narratore – o in questo caso di cronista, forse – del più noto traduttore di letteratura “leggera” giapponese. Giorgio Amitrano ci racconta nel dettaglio i sorrisi e le mosse che contraddistinguono la “piccola” scrittrice, che dalla traduzione di Kitchen dei primi anni 90 si è riconfermata un fenomeno editoriale di anno in anno. Perché è di almeno un libro all’anno, dice la stessa Yoshimoto, che si deve parlare per essere considerati qualcuno nel campo editoriale giapponese. Questa è solo una delle osservazioni che Giorgio Amitrano riporta fedelmente, e intono alla quale costruisce una cornice di parole che allettano e soddisfano l’orizzonte d’attesa del lettore. Oltre ad analizzare le opinioni di Banana Yoshimoto sul mondo, Amitrano ci introduce nel mondo della scrittrice che non sempre rispecchia quello in cui viviamo. Se il ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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