Tutti gli articoli di hermansji.:.

Leggo troppo, scrivo poco e mi rimproverano di scrivere tanto. Adoro i libri ingialliti dal tempo, dimenticati ma con dentro la passione per tenerti sveglio nel cuore della notte. Sto dalla parte delle ferite di carta perché un libro vissuto è quello letto, magari in un momento difficile della vita, tanto da portarne i segni come fosse amore. Adoro anche la musica perché a volte annulla la relatività d’ogni pensiero imprigionato nella vita. Come Avvocato trovo la soluzione al problema degli altri e come Conciliatore facilito le parti in conflitto a trovare l’intesa. Ho almeno un centinaio di difetti, qualcuno sostiene che sono molto meno, così provate voi a buttare l’occhio dentro ai miei pensieri.:..

Sufism and Jihad in Modern Senegal – The Murid Order, Glover

Scritto da: il 25.01.10 — Comments OffAbbonati (RSS)
Nel volume Sufism and Jihad in Modern Senegal (ISBN: 9781580462686), il Professor Glover offre un interessante spaccato della storia del Senegal dal periodo pre-coloniale, all’amministrazione francese fino al raggiungimento di una maturità nazionale. L’attenzione dello studioso è, principalmente, focalizzata ad individuare i modi in cui si siano sedimentate tra loro le influenze date dall’islam, dalle dottrine del sufismo, dai moti di jihad armata in rivolta contro lo strapotere delle autorità coloniali e contro quella visione distruttiva della conquista propria dell’Europa. Elementi, questi, che hanno costituito, via via, i principali punti di forza per l’espansione della Murīdiyya non soltanto perché principale ordine sufi del Senegal ma anche per la capacità di farsi gruppo promotore e facilitatore di un vero è proprio processo di transizione verso lo stato “moderno”. Lo stesso autore conia l’espressione “an indigenous form of modernity” per definire il ruolo attivo dell’ordine Murid del Senegal nella costituzione di un’ identità e nel farsi portavoce di una ideologia di riforma e rinascita della storia nazionale. Glover chiarisce anche come il concetto di “modernità”, applicato alle culture non occidentali, soffra di una sorta di offuscamento e ideologizzazione persino tra gli studiosi, per cui vi è una tendenza a voler per forza leggere la cultura islamica solo attraverso i tratti negativi. Volendo approcciare l’islam in maniera più “aperta”, è doveroso “correggere” la visione orientalista secondo cui il mondo islamico è stato da sempre refrattario alle innovazioni non partecipando a quella che consideriamo l’età moderna. All’opposto, secondo Glover, l’esperienza del Senegal dimostrerebbe come l’ordine Murid abbia favorito proprio il cambiamento economico, sociale ed anche il quadro politico nazionale tanto che l’islam, attraverso il sufismo, ha fatto da collante per le radici di un’ intera collettività e da fattore di emancipazione dall’oppressione dell’epoca coloniale. .:.

Della letteratura sperimentale e della fine

Scritto da: il 04.01.10 — Comments OffAbbonati (RSS)
Leggendo il post di Livia, mi son venute in mente tutta una serie di riflessioni sul perché secondo me la letteratura sperimentale sia necessaria. Solo che dopo le ho appallottolate e “buttate” per davvero ma nel cestino più a tiro, perché? La verità è che ho preso una cattiva abitudine. Quando varco l'ingresso d'una libreria è come se andassi alla prima di uno spettacolo meraviglioso ma con la sensazione che la commedia sia già finita e da troppo tempo. Osservo gli scaffali e cerco. Vado a caccia di parole come farebbe uno in attesa di qualche cosa d'importante, forse d'un miracolo abbordabile da tenere in tasca e leggere alla bisogna. Invece vedo solo una lunga fila di gente che si aggira tra “lapidi” di carta. Il libro è morto, tra sintomi e diagnosi ci ha lasciato pure troppi indizi sulla natura del suo malessere. È morto perché alla prima avevano già rimosso il sentiero tra le ombre, avevano tolto il mistero della luna per una più comoda abat-jour. Il libro si è messo da parte quando è stato incoronato duce il medio lettore. Forse già prevedeva che il pargolo venisse su smidollato e poco collaborativo. Avvolto del suo mantello di pigrizia, ha passato i giorni adolescenti ad imbottirsi di tutto come una medicina per non pensare. Ma il nostro adulto non è nemmeno più capace di procacciarsi il cibo intellettuale, divorato dalle lancette che corrono sul quadrante del quotidiano, preferisce restare inerte e lasciarsi andare, respirare l'inferno della decadenza che ci ostiniamo a chiamare civiltà. Allora, portiamo dei fiori in libreria, deponiamoli sotto le pile accatastate ed in bella mostra, sotto quei libri che ossessivamente minacciano di colpirci con le loro parole. Portiamo dei fiori agli scrittori che provano ad illuderci, come fantasmi ingenui, della loro vitalità. Anche i morti devono raggiungere una cognizione del sé. Portiamo ...

I 100 cani e i 100 gatti che hanno cambiato la storia

Scritto da: il 24.12.09 — 1 CommentoAbbonati (RSS)
Messe ocus Pangur Bán, cechtar nathar fria saindan: bíth a menmasam fri seilgg, mu memna céin im saincheirdd. (Monaco benedettino anonimo, gaelico, 9° o 8° secolo) Eccolo, è giunto a bussare lo spirito del Natale. Forse con meno umorismo nelle tasche rispetto agli anni passati, sarà per quella barba incolta, per il rosso sbiadito o per le renne più silenziose del solito, ma tra i suoi doni ha portato della nostalgia. Così, mentre cercavo una lettura da consigliarvi, perso tra i dorsi sonnecchianti nella libreria e con le dita infreddolite alla ricerca del calore che sanno trasmetterti i libri amati, ho cominciato a sentire dei piccoli rumori. Eh? Sembrava come se tante zampette si muovessero all'unisono, per scalpitare o artigliare tutte quelle parole di carta. Incuriosito, ho preso a togliere i volumi per raggiungere la fonte di quei guaiti e miagolii. I rumori si facevano insistenti, come se mi stessero guidando. Mentre osservavo le copertine dei libri, tornavano alla mente i momenti in cui li avevo tra le dita, le occasioni in cui mi ero ritrovato a leggerli. Come accade con le fotografie, la memoria di ciò che ci ha colpiti era ancora lì, pigra e sonnecchiante ma non era andata via. Quando ho finalmente raggiunto la fonte delle misteriose manifestazioni sonore, quasi tutti gli scaffali della libreria erano vuoti tranne uno. Il pavimento non si vedeva più, ricoperto com'era dai volumi. Su quell'unico scaffale, guaivano e miagolavano, due libretti stringendosi tra loro per il freddo. Con tenerezza li ho presi in braccio, quasi volessi coccolarli da tanta agitazione. E pian piano, vuoi per il caldo della stufa o perché li sfogliavo senza fretta, avevano preso a calmarsi e raccontarmi di loro, di come lo vedevano il corso della storia. Consapevoli o inconsapevoli, forse proprio come noi, circa la direzione del destino, tutte queste zampette, più e più ...

Sclero d’autore

Scritto da: il 27.11.09 — 1 CommentoAbbonati (RSS)
[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=TVNAdwFFWjI[/youtube] E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara. Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio? Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine. Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena. Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato. Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine. E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può. Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere ...

Impaginazione: riflessioni sulla forma di un libro

Scritto da: il 23.10.09 — 4 CommentiAbbonati (RSS)
A me le librerie fanno un effetto bizzarro. È un po’ di giorni che vi entro, mi innamoro ed adotto un libro che non conoscevo e, prima di ributtarmi nella routine,  perdo del tempo nel settore “proibito” agli adulti. Resto incuriosito dalle ultime fiabe peluche o libri musicali, poi esco col peso della cultura nel solito sacchetto “brandizzato” e, nel tragitto di ritorno a casa, mi capita di farmi grasse domande sui massimi sistemi e sul tempo delle memorie. Una di quelle, che condivido ora con voi, riguarda la forma. Perché è importante la forma in un libro? Me lo sono chiesto e, nel cercare di trovare una risposta o almeno un appiglio, sono inciampato in quella che considero una banale ovvietà. Mi riferisco al concetto di utilità, perché l’esigenza del libro, secondo me, nasce prima di tutto nel trovare la risposta ad un altro bisogno quello di conoscere, di apprendere in modo pratico ma anche di ricevere stimoli alle nostre riflessioni attraverso una discreta “compagnia” di viaggio. Così, in prima approssimazione, sono portato a pensare che il libro torni doppiamente utile all’uomo. Da una parte attraverso il nutrimento sostanziale fornito dal suo contenuto, poi anche grazie alla sua forma. Senza annoiarvi troppo con infarinature di antropologia e digressioni sull’evoluzione dei supporti alla scrittura, vi invito a considerare come, effettivamente, essa via via si sia liberata dell’ingombro/peso, penso alla scomodità di portarsi in tasca una tavoletta d’argilla o un rotolo di pelle di capra, ma anche di altri dati fisici come il tempo e lo spazio. Se prima la scrittura e l’apprendimento erano necessariamente legate ad un luogo ben preciso, magari dove era collocata la pietra incisa con la legge del luogo o il testo della propaganda del sovrano di turno, la “praticità” della forma ha spinto l’uomo a cercare di condividere il ...

Il Font: quale usare per inviare a un editore?

Scritto da: il 18.09.09 — 665 CommentiAbbonati (RSS)
Eccolo lì, proprio davanti ai nostri occhi, il momento atteso è giunto. Abbiamo messo la parola fine al nostro libro e le ultime righe ci osservano dallo schermo coll’espressione dell’ "ora che si fa?”. E già, bisogna inviarlo per una valutazione e magari chissà che non venga “adottato”. Alcuni Editori accettano i file *.pdf via mail, altri non si dispiacciono di averci la scrivania invasa dal cartaceo (forse per accendere la stufetta d’inverno?). Ma sorge un altro dubbio, oh cavalo lo mandiamo così con il font di default con cui lo abbiamo scritto oppure cambiamo? Che font sarà indicato per finalizzarlo? Inizia la fase del terrore psicologico e noi, nostri consiglieri di fiducia, cominciamo già a spararle sempre più grosse: vedi mai che per qualche strana legge scientifica se è vero che la scrittura e la personalità sono legate, allora forse il font ha le sue colpe? Forse, per le stesse regole, è possibile che nel carattere tipografico si manifesti la nostra creatività? Ehm, direi che è il caso di scendere un attimo coi piedi per terra e riflettere. Quale sarà mai l’utilità pratica del font? Ma certo la lettura, trasportarci sopra, come una imbarcazione, il fiume della narrazione. Torniamo lettori un attimo, una delle cose più fastidiose per chi legge è quel qualcosa che distrae, magari proprio il carattere del testo che affatica a tal punto da far smettere la lettura, nonostante le buone intenzioni. Certo, anche l’occhio vuole la sua parte ed un bel carattere sembra già un bel biglietto da visita, rispetto ad uno più da fumetto o da magazine. Io, ad esempio, ho un debole per i font con le grazie, ossia quelli della famiglia Serif, che si completano, alle estremità,  con delle belle terminazioni, o gambette, a punta. Su tutti però, i miei preferiti sono il Georgia [immagine ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
Design & GUI by Mushin | Many Thanks to FamFamFam (icons) & Komodomedia (icons) & chrfb (icons) | WebStrategist (area test) | Hosted by MediaTemple