Tutti gli articoli di Bosina

Sono una mamma bionica e sono sposata con il marito platonicamente perfetto. Ho una casa senza isolamento acustico e cinque bambini molto rumorosi. Porto i capelli lunghi perché ho solo due mani. Sono nata per scrivere: me lo ripeto soprattutto mentre sconto il sacrificio di montagne di panni da stirare. Cucino discretamente e preparo dosi da battaglione. Ho un sogno nel cassetto: il Varese in serie A. Naturalmente i giocatori saranno tutti figli miei!.

Tino il cioccolatino e il chicco d’oro, Patarino Marsotto Guicciardini

Scritto da: il 29.04.09 — 2 CommentiAbbonati (RSS)
Nella collana Il battello a vapore di Piemme Junior la Serie Bianca raccoglie i libri adatti ai lettori in erba. I caratteri ingranditi in stampatello minuscolo – che mia figlia chiama impropriamente stampatino, con quel gusto tutto infantile e un po’ decadente per le forme diminutive – facilitano l’approccio alla pagina scritta; se si considera che viviamo in un’epoca iconica in cui l’impatto visivo ha un’importanza fondamentale per la ricezione del messaggio, verrà da sé che al giorno d’oggi non è poi così facile stimolare un bambino di cinque o sei anni alla lettura. Tino il cioccolatino e il chicco d’oro fa parte di questa sottocollana ed è il terzo volumetto di una trilogia dedicata al goloso e simpatico cioccolatino animato noto per essere stato per anni sponsorizzato nientemeno che della Ferrero. Sono svariate le case editrici che, occupandosi di letteratura infantile, hanno legato la loro fortuna ai libri mirati ai lettori di prima elementare. Un target di pubblico a quanto pare gettonatissimo dall’editoria e molto più esigente di quanto lo fosse solamente una trentina di anni fa: la mia generazione, tanto per intenderci. Mi vengono in mente, solo per citare alcune collane che ravvivano disordinatamente gli scaffali della libreria dei miei bambini, le Prime letture della Emme, anche queste in stampatello minuscolo fortemente ingrandito, oppure – sempre del gruppo Einaudi – le Fiabe in tasca in caratteri corsivi delle edizioni EL, o ancora le Bollicine della Giunti Kids. Libri nei quali la dimensione visiva è fondamentale e le cui illustrazioni non sono semplici didascalie colorate ma forniscono un corredo indispensabile e stimolante al messaggio puramente verbale, che ne viene così impreziosito. Per questo trovo che sia un’ingiustizia l’omissione in copertina del nome dell’illustratore fra gli autori da parte non solo del Battello a vapore, ma anche della stragrande maggioranza delle case ...

Le parole sognate dai pesci, Van de Sfroos

Scritto da: il 22.04.09 — 5 CommentiAbbonati (RSS)
Cos’hanno in comune Lancillotto del Lago, una Magatiroide dagli occhi che paiono schizzarti addosso, un Legionario del sottotetto e tanti altri strampalati personaggi usciti dalla bizzarra penna di Davide Van De Sfroos, al secolo Davide Bernasconi? A parte il fatto di essere stati immortalati in un libricino tascabile della Bompiani che pare uscito da un uovo di Pasqua, Le parole sognate dai pesci, sono tutte figure enigmatiche che in comune hanno il lago – di Como, beninteso – ma non solo: sanno infatti, a modo loro, interpretare il pensiero dei pesci, fino un po’ ad assomigliare a queste strane creature facendo propria la loro… filosofia di vita. Sembra piuttosto a suo agio il menestrello *laghée nell’insolita veste linguistica manzoniana: in quella della sciacquatura in Arno, s’intende. E può sfoggiare anche una padronanza non comune delle tecniche narrative, anche se è laborioso, a volte, seguire il filo del discorso. Bisogna entrare infatti in quel particolare meccanismo per cui il racconto – spesso e volentieri dominato dal ricordo, ossia dalle ritenzioni – procede per immagini fluide che, come le onde, si generano le une dalle altre, si incrociano e si moltiplicano a non finire. I pensieri si specchiano nell’acqua, si inseguono come flutti, si disegnano come arabeschi e si avvicendano senza tregua con l’espediente della metafora moltiplicata; il che rende estremamente suggestive e dense di eco le pagine, ma anche di tanto in tanto dispersivo – volutamente, ironicamente e di un’ironia ariostesca – il recupero della trama. Ogni racconto è un ritratto di una vita vissuta con il lago in sottofondo, che ne è l’origine, il passaggio oppure la meta. Il lago assorbe un destino e lo serba indelebile nei pensieri dei suoi pesci: questi, però, non ne tradiscono il segreto, perché non sanno parlare, ma solo ascoltare ed immagazzinare, come un ...

La vita di Gesù raccontata ai più piccoli, Martelli – Wolf

Scritto da: il 09.04.09 — Comments OffAbbonati (RSS)
Ve lo devo confessare: per questa pagina, complice la grande tristezza per il terremoto d’Abruzzo, ero proprio a corto di idee. Ho iniziato almeno tre file diversi, senza mai portare a termine ogni nuova recensione, senza mai trovarla appropriata al momento per il quale era destinata: la settimana santa. Quando stavo per gettare definitivamente la spugna, pardon la tastiera, mi è caduto l’occhio su un libro da poco sistemato nella biblioteca dei miei bambini: La Vita di Gesù raccontata ai più piccoli, per le edizioni della Dami, casa specializzata nella letteratura per ragazzi. Una classica intuizione felice dell’ultim’ora, nata dal dono per l’ottavo compleanno del mio primogenito, Enrico. Si tratta di un libro datato, pubblicato nel 1987, quindi giunto – per usare una metafora cara al mondo delle degustazioni – ad un giusto invecchiamento. Come a volte accade per i libri dall’intenzione scarsamente commerciale, oggi è fuori catalogo; anzi, per meglio descrivere la sua fortuna attuale, giace come fondo di magazzino presso la Giunti, che sta smaltendolo via Webster ma che lo concede col contagocce presso i propri circuiti di negozio. È successo, così, che mio marito, avendolo adocchiato su internet come naturale proseguimento di una Bibbia raccontata ai bambini già in nostro possesso, lo ordinasse presso la libreria Giunti a noi più vicina, salvo poi imbattersi in una serie di peripezie che ce lo hanno fatto alquanto desiderare. Per farla breve, è stato un susseguirsi di telefonate, di disguidi – esiste in commercio, oggi, un libro molto simile ai due di cui sopra, e che ne è la sintesi (Vecchio e Nuovo Testamento in un sol colpo tanto per intenderci) e che ci volevano affibbiare a tutti i costi; di date previste per l’arrivo confermate e poi smentite all’ultimo momento; di gite in libreria e di ritorni a mani vuote a ...

Lo stralisco, Piumini

Scritto da: il 01.04.09 — 18 CommentiAbbonati (RSS)
Come mamma di prole numerosa conosco a menadito gli autori per l’infanzia, e non vi nascondo che il mio sogno segreto sia quello di entrare a far parte di questa olimpica categoria. Una delle mie, anzi della nostre, firme preferite è senz’altro quella di Roberto Piumini, varesino di adozione e per questo per me ancora più caro. Di questa deliziosa penna notissima a bambini e ragazzi oggi vi presento un libro un po’ datato, pubblicato nel 1987, e che ha fatto sognare già un paio di generazioni di giovani lettori: Lo Stralisco. Non è propriamente un libro per l’infanzia. È piuttosto un romanzo breve, o meglio ancora un ampio racconto destinato agli adolescenti, pubblico al quale Piumini, vincitore di una delle prime edizioni del premio Chiara nel 1991, ha indirizzato parecchia della sua vasta produzione. La vicenda narrata ha come protagonista un pittore paesaggista, Sakumat, a cui un burban – una figura di governatore importante – affida un compito molto delicato: affrescare gli interni delle tre stanze del palazzo dove alloggia suo figlio. Fra il bambino Madurer, affetto da una malattia incurabile per cui gli è vietato esporsi alla luce del sole e il pittore si instaurerà un’amicizia intensa nella quale si affiancherà, gentilmente, il padre. Il bambino, la cui fantasia fervida suggerisce i soggetti della raffigurazione, si fa dipingere dall’amico pittore il mondo che ha conosciuto solamente nelle pagine dei suoi libri: pascoli, prati, mari, montagne, pianure, boschi di cedri, farfalle, uccelli variopinti e ancora mille animali diversi. Madurer vive questo suo mondo per la prima volta attraverso i colori della pittura e sceglie da sé, in un sommo impeto di ispirazione, le tinte del prato che sarà per lui il luogo del dolce, definitivo riposo. È un libro struggente, Lo Stralisco, dove un’amicizia singolare illumina una piccola vita larvale e le suggerisce il ...

La spartizione, Chiara

Scritto da: il 25.03.09 — 4 CommentiAbbonati (RSS)
Non è facile recensire un libro che ha fatto molto parlare di sé a cominciare dalla trasposizione cinematografica: si rischia di scrivere delle ovvietà. La spartizione è il gioiello di Piero Chiara, anche se non fu certo per questo che Lattuada decise di cavarne l’ispirazione per il fortunatissimo Venga a prendere un caffè da noi, con mattatore nientemeno che Tognazzi. Il primo dei luoghi comuni su Chiara, infatti, era che di lui non si buttava via niente; ed era stato lo stesso romanziere luinese ad alimentarlo, consentendo che i suoi lavori divenissero ripetutamente soggetti cinematografici per il piccolo ed il grande schermo. E così, inevitabilmente, si scrisse in vita l’epitaffio da solo. La trama del libro che esaminiamo oggi è davvero molto nota, proprio grazie alla fortuna della pellicola. La spartizione del titolo allude ad un goloso bottino, tre sorelle zitelle bruttacchione ma con dote cospicua, obiettivo di un passacarte di mezz’età, Emerenziano Paronzini, dalle oscure origini campagnole. Il ribaltamento dei ruoli, ossia il fatto che la materia da dividere diventerà in poco tempo il Paronzini, costituisce il clou della vicenda, l’evento straordinario su cui si magnetizza l’attenzione del lettore e si dipana il racconto. L’argomento di per sé scabroso è trattato in chiave spassosissima. Da carnefice a vittima, sposando la più orrida delle tre sorelle Tettamanzi, il grigio e calcolatore funzionario non si aspetta di dover far la parte del marito di tutte e tre; di fatto rimane intrappolato nel gioco delle aspettative non solo delle coltissime sorelle ma anche e soprattutto in quello, molto più sottile e perfido, delle chiacchiere di paese, che gestiscono gli eventi in maniera subdola e decisiva. Il mondo narrato nei romanzi di Chiara ben si presta ad essere messo in scena e La spartizione ne è un esempio fulgido. Sullo sfondo di una cittadina varesotta ...

Si mangia! Metodo Estivill per insegnare a mangiare, Estivill – Domènech

Scritto da: il 19.03.09 — 1 CommentoAbbonati (RSS)
Quando ero una mamma alla seconda esperienza, e disperata perché mia figlia Teresa, che allora aveva all’incirca sei mesi, non voleva saperne di mangiare, mi capitò sottomano un manualetto composto a quattro mani da due medici spagnoli: il dottor Eduard Estivill e la psicologa infantile Montse Domenèch. Portava un titolo affascinante, dalle suadenti note militaresche: Si mangia! Metodo Estivill per insegnare a mangiare (¡A comer! nell’edizione spagnola). Allora non avevo la prole numerosa che vanto oggi, e quindi facevo fatica a calarmi nei panni dello stile da caserma – tanto per intenderci quello in voga ai tempi delle nostre nonne alle prese con parecchi pargoli da accudire –: incuriosita e speranzosa divorai con appetito, è proprio il caso di dirlo, i capitoli di questo libricino uno dopo l’altro proprio come le ciliegie. Ne uscii con la grinta del condottiero che si appresta ad affrontare una battaglia importante: battaglia che vinsi con soddisfazione e che ricordo ancor oggi come una delle sfide più impegnative della mia vita di mamma. Questo famigerato metodo Estivill, che tanto ha fatto parlare di sé per la rigidità dell’intenzione, è rivolto a coloro che si fanno carico del delicato momento della pappa: genitori, ma anche nonni, o educatori. Semplice ed efficace, è indirizzato all’età cosiddetta infantile, ossia da quando il bambino assume le prime pappe sino all’ingresso alla scuola elementare. Attenzione, però: se cercate un galateo per i più piccoli state sbagliando acquisto. Quella del metodo Estivill è piuttosto una strategia che insegna “una corretta abitudine a mangiare bene e di tutto (…), senza traumi, senza conflitti né tensioni”: perché se la fame è un bisogno istintivo, a mangiare correttamente bisogna proprio imparare. Se seguirete questo metodo, è la promessa del libro, in meno di una settimana dovreste fare centro: senza pretendere di trasformare il vostro piccolo inappetente ...

I mezzi di trasporto nei francobolli d’Italia, Ogliari

Scritto da: il 12.03.09 — Comments OffAbbonati (RSS)
È mancato da pochi giorni un grande personaggio della cultura varesina, Francesco Ogliari. Era un avvocato di Cassazione, ma la sua fama era legata alle ricerche che aveva condotto sulla storia dei trasporti, su cui aveva scritto fittissime pagine e opere a dir poco monumentali: per queste era candidato al Nobel per la letteratura. C’è però un Ogliari meno noto che vorrei presentare in queste righe, e cioè lo studioso dagli interessi letterari, filologici, religiosi ed anche, nella fattispecie, filatelici. I mezzi di trasporto nei francobolli d’Italia è un volume edito dalla Selecta, casa editrice a cui spesso il Nostro affidò i suoi lavori, un saggio della cultura enciclopedica e tuttavia molto rigorosa dello storico varesino. Pubblicato nel 2003, così come L’altra faccia di Leonardo – un interessante studio che attribuisce al genio da Vinci la paternità della favolistica moderna –, anche questo lavoro di Ogliari sottintende l’amore per la ricerca sulle fonti documentarie e quindi una passione, prima ancora che una formazione, filologica nel senso letterale del termine. Il documento da indagare è quello filatelico: attraverso le emissioni del francobollo italiano dalle origini al terzo millennio l’Autore traccia, da un punto di vista estremamente originale, la storia dei trasporti nazionali, “siano essi privati o pubblici, individuali o collettivi, antichi o moderni”. Una passione giovanile, quella filatelica, che al di là del dichiarato scopo disimpegnato della nota introduttiva, rimane uno studio dalla prospettiva molto affascinante. Esulando da alcune caratteristiche quali il valore commerciale e la rarità dei pezzi, il francobollo interessa allo storico come fonte iconografica relativa al mondo dei trasporti: come tali, tuttavia, le emissioni dello stato italiano si rendono utili solo a partire dal Novecento. Infatti, non solo in territorio italiano ma ovunque nel mondo, dal suo esordio nel 1840 (con il penny black del Regno Unito) il francobollo si ...

A-ulì-ulé, Orengo

Scritto da: il 04.03.09 — Comments OffAbbonati (RSS)
Un buon scrittore solitamente si cimenta in diversi generi e non è raro che affronti anche la materia infantile. È questo il caso di Nico Orengo, apprezzato tanto per i suoi romanzi dalla raffinata estrosità quanto per le svariate pagine che sin dagli esordi ha dedicato ai più piccoli. La raccolta A-ulì-ulé è una delle sue prime e più celebri prove in questo campo, anche se oggi pare sostanzialmente accantonata dagli addetti ai lavori: non solo mamme, papà e nonni ma anche e soprattutto gli insegnanti della scuola dell’infanzia. Pubblicata nel 1972 da Einaudi, ha conosciuto diverse ristampe fino alla fine degli anni Novanta, dopodiché, con l’esaurirsi delle copie in commercio non risulta più reperibile se non nelle biblioteche. È un vero peccato, perché si tratta di un volume sul quale è cresciuta un’intera generazione –la mia- e che ha fatto trascorrere ore piacevoli con le sue filastrocche, conte e ninnenanne ariose. Orengo raccoglie, trasportandole in veste italiana, cento e quarantotto poesiole regionali fuggendo programmaticamente il fine documentario o filologico: semplicemente, l’intento è quello di offrire ai genitori un materiale per “intrattenere, recitare, giocare ed improvvisare”. Un canovaccio, insomma, di testi tratti dal repertorio popolare “per recuperare le possibilità della fantasia e dell’avventura”. Una materia variegata in cui le rime, sovente, richiamano immediatamente una melodia nota, fanno riaffiorare un canto familiare. Nella prefazione l’Autore racconta la genesi di questo libro: “Certe sere, Simone non vuole dormire. Dice: “Mi racconti”. Dice: "Ho male ai denti. Dice: "Ho visto i lupi, tutti quanti. Me li conti?” E io seduto sul letto dico quanti lupi, cerco di fargli passare il mal di denti. E gli racconto”. Un padre che si accoccola al figlio e cerca di farlo addormentare con una cantilena, perché le fiabe a lui “vengono un poco a metà”. Il mezzo più antico per cullare ...

Le straordinarie avventure di Caterina, Morante

Scritto da: il 27.02.09 — Comments OffAbbonati (RSS)
Non è semplice inquadrare le Straordinarie avventure di Caterina in un genere letterario definito. Elsa Morante, si legge nella prefazione ai “carissimi lettori”, scrisse le storie di questo libro a soli tredici anni, quando “non aveva nessun Editore” e poteva contare su di un pubblico assai ristretto e quanto mai singolare: due gatti e i suoi numerosi fratelli e sorelle minori. Le biografie confermano il dato poetico: l’Autrice, nella sua adolescenza, aveva accumulato parecchi scritti, fra cui anche una fiaba originariamente intitolata “Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina”, pubblicata da Einaudi nel 1942, quando la Morante aveva già trent’anni e diversi lavori all’attivo. La scrittrice in erba si misurò anche con l’illustrazione del libricino: e i simpatici disegni di ragazzina, “in nero e a colori”, forniscono con agile tratto un indispensabile corredo alla storia. Una bambina dalla lunga treccia, Caterina, parte, con l’amico-eroe Tit e la sua trombetta d’argento che non suona più, alla ricerca della bambola Bellissima, che ritroverà dopo svariate avventure in mezzo ad animali parlanti, fate, nani e strani abitanti del bosco. Gli elementi del meraviglioso e della materia favolosa, quegli stessi che daranno un’impronta indelebile ai grandi romanzi della Morante, sono già tutti presenti in nuce; originale poi è l’andamento della narrazione, semplice ma mai sciatto, anzi piuttosto curato nel lessico e vivacizzato da brevi dialoghi icastici e vivide descrizioni di personaggi stravaganti, pietanze prelibate, luoghi fantastici. Sarebbe però troppo riduttivo etichettare questa materia come narrativa per l’infanzia. In questa, infatti, solitamente, si distinguono nettamente due piani: da una parte troviamo l’Autore, un adulto che scrive un libro indirizzato ad un pubblico infantile, e dall’altra il lettore, il ragazzino. Un ulteriore elemento importante che funge da intermediario fra l’Autore e il piccolo destinatario dell’opera è un secondo tipo di lettore, al quale sovente viene affidato il compito, ...

Il miracolo di Santa Odilia, Mancinelli

Scritto da: il 18.02.09 — 5 CommentiAbbonati (RSS)
Non posso negarlo: Laura Mancinelli è una delle mie scrittrici preferite, e Il miracolo di Santa Odilia il libro che mi è rimasto nel cuore. Sono letture, le sue, caratterizzate da uno stile pacato, cifra inconfondibile della sua scrittura; uno stile che si è plasmato sugli autori mediolatini, e che crea pagine dal sapore antico con la perizia di chi ha fatto del Medioevo la sua seconda casa, e non solo il suo mestiere. Un monastero nel Monferrato, la sua badessa nel fiore degli anni, un crociato che torna dalla guerra nelle vesti del pellegrino: pochi elementi essenziali che vengono nobilitati in una storia d’amore pura, finalizzata alla vita. Odilia e il cavaliere, armati di forza d’animo, di una maturità sgorgata dalla sofferenza fanno della loro piccola comunità monastica una casa ed una scuola per i bambini poveri del contado: loro, a cui le sfide della vita hanno impedito di sublimare il loro amore con figli propri, dimostrano che l’esser genitori è un fatto che esula dal mero dato biologico. La gioia di vivere si esprime così, coralmente, in un autunno della vita temprato ancora dal sole, e che riscopre il piacere di fare di poca farina e miele una focaccia dolce, di scaldarsi il cuore con un bicchiere di vino che modifica il proprio sapore all’assaggio di un’erba, di cucire vestiti caldi per i bambini; ma anche di curare il giardino, di giocare sulla neve con la slitta, di lavorare la terra e di terrazzare un vigneto. Tutte cose che Odilia e il cavaliere fanno con un intento superiore e nobilissimo: l’amore per la loro grande, splendida famiglia. Il miracolo del titolo potrebbe alludere in generale alla rinascita di un monastero all’insegna di una missione d’amore: ma sono ben due gli eventi straordinari che prendono concretamente vita dalle pagine del romanzo e ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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