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	<title>Liblog &#187; Vita da autore</title>
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	<description>Libri grandi e piccoli letti da chi li ama</description>
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		<title>Caro EAP</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 16:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elfo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da autore]]></category>
		<category><![CDATA[aspiranti scrittori]]></category>
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		<description><![CDATA[Caro Editore a Pagamento, chi ti scrive è una ragazza che, come la maggioranza degli italiani, ha un manoscritto nel cassetto ed il sogno di vederlo un giorno pubblicato. Dopo questa mia affermazione, ti immagino nell’atto di sfregarti le mani, ma ti invito a non farlo: mi sono informata su di te. Per esempio so [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Caro Editore a Pagamento,</p>
<p style="text-align: justify">chi ti scrive è una ragazza che, come la maggioranza degli italiani, ha un manoscritto nel cassetto ed il sogno di vederlo un giorno pubblicato. Dopo questa mia affermazione, ti immagino nell’atto di sfregarti le mani, ma ti invito a non farlo: mi sono informata su di te.</p>
<p style="text-align: justify">Per esempio so che, se ti inviassi il frutto delle mie fatiche, tu non ti prenderesti la briga di leggere nemmeno l’inizio. Non lo valuteresti affatto. Riceverei però una mail dai toni entusiastici in cui il mio testo verrebbe lodato ai quattro venti come opera di sicuro interesse per i posteri. E non importerebbe se si trattasse di una storia senza  capo né coda, zeppa di errori sia di lessico che di grammatica. Per te rappresenterebbe solo un modo per attirarmi, tanto è vero che nella lettera  non faresti alcun cenno specifico a quanto ho scritto.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-11767"></span>Già questo, per me, rappresenterebbe un valido argomento per non fidarmi di te.</p>
<p style="text-align: justify">Ma c’è dell’altro: se accettassi di incontrarti, o di telefonarti, cercheresti di riempirmi la testa con motivazioni del tipo: “in Italia si legge poco, non si vende, anche i grandi hanno iniziato così, credimi che tu contribuisca alle spese è l’unico modo per iniziare”. Se posso accettare per vere le prime due affermazioni, le ultime due non mi vanno proprio giù. Basta con questi nomi illustri utilizzati come specchietti per le allodole: erano altri tempi. Ed inoltre so per certo che quella di autofinanziarsi la pubblicazione NON E’ L’UNICA VIA. Ci sono centinaia di piccole case editrici in Italia che, pur non navigando nell’oro, tentano di investire negli autori che pubblicano. Certo, questo implica una rigida selezione.</p>
<p style="text-align: justify">Adesso mi dirai che pubblicare è un mio diritto. Falso. Scrivere, è un mio diritto. Stampare, se voglio, è un mio diritto. Ed è questo quello che tu fai: stampi. Perciò non infrangi la legge, sei solo MOLTO PIU’ COSTOSO di qualsiasi stamperia. Ma per favore, non prendermi in giro promettendomi mari e monti, quando entrambi sappiamo che il mio testo da te stampato non arriverà mai in libreria. E, soprattutto, non venire a dirmi che il tuo è un metodo democratico. Laddove un editore “regolare” premia la meritocrazia, tu premi il denaro. Sei proprio lo specchio dell’Italia di oggi, un Italia che in gran parte delle occasioni non mi piace.</p>
<p style="text-align: justify">So che contavi sulla mia vanità, so che a volte il desiderio di vedere il proprio nome su un libro stampato annebbia la mia capacità di giudizio, perché è ovvio che io tengo molto a ciò che ho scritto, dopo tutto il tempo e la fatica spesi! Mi spiace di deluderti, ma io continuerò ad aspettare e ignorerò qualsiasi richiesta di pagamento tu possa farmi. Se nessuno pensa che io sia abbastanza brava da investire su ciò che scrivo, forse faccio bene a tenermi il mio lavoretto d’ufficio. Chissà, prima o poi anch’io avrò la mia occasione, perché credo in me stessa e penso di poter raccontare storie senza dover pagare te. In alternativa resta sempre internet e il mio piccolo blog: qui le mie parole possono avere eco senza le tue bugie.</p>
<p style="text-align: justify">In poche parole, caro editore a pagamento, comincerei a pensare di modificare il tuo comportamento. Perché? Perché non siamo tutti uguali, noi aspiranti, e perché bene o male l’affermazione secondo cui tu sei l’unica via per arrivare alla pubblicazione verrà sbugiardata. Come? Grazie alla libera informazione che spero proprio si diffonda sempre più, grazie anche ad una semplice lettera come la mia.</p>
<p style="text-align: justify">Distinti saluti, a (NON) risentirci.</p>
<p style="text-align: justify">Alessandra</p>
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		<title>OMMWriter</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 12:40:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per tutti gli scrittori che tendono a distrarsi (e che possiedono un mac) esiste un piccolo programma, OMMWriter, di grande aiuto: un editor testuale che elimina tutte le notifiche automatiche, i trilli, i rumori, le finestre lampeggianti che compaiono mentre si lavora davanti allo schermo, permettendo di restare concentrati su quello che si fa. Non [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify"><a href="http://liblog.blogdo.net/files/2010/04/OMMwriter.jpg"><img class="alignleft" style="float: left" title="OMMwriter" src="http://liblog.blogdo.net/files/2010/04/OMMwriter.jpg" alt="OMMwriter" width="161" height="131" /></a>Per tutti gli scrittori che tendono a distrarsi (e che possiedono un mac) esiste un piccolo programma, <a href="http://www.ommwriter.com/en/" target="_blank">OMMWriter</a>, di grande aiuto: un editor testuale che elimina tutte le notifiche automatiche, i trilli, i rumori, le finestre lampeggianti che compaiono mentre si lavora davanti allo schermo, permettendo di restare concentrati su quello che si fa.</p>
<p style="text-align: justify">Non sono ancora previste versioni per pc, anche se i creatori del programma, <a title="Herraiz Soto &amp; Co" rel="external" href="http://www.herraizsoto.com/">Herraiz Soto &amp; Co</a> , confermano che se avrà buon riscontro ne vedremo anche una versione non-mac. Per ora non è possibile stampare direttamente, ma in realtà il OMMWriter è come un grande blocco per gli appunti, in cui buttare giù le prime stesure, quelle che vengono di getto e hanno bisogno di non essere interrotte, per poi passare alla revisione su altri software.</p>
<div class="shr-publisher-11054"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Roberto Bolaño, Advice on the Art of Writing Short Stories</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 12:40:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da autore]]></category>
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		<description><![CDATA[Riprendo da Anarchaia i consigli di Roberto Bolaño per chiunque abbia voglia di scrivere racconti brevi:]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>Riprendo da <a href="http://anarchaia.tumblr.com/post/384057371/roberto-bolano-advice-on-the-art-of-writing-short" target="_blank">Anarchaia</a> i consigli di Roberto Bolaño per chiunque abbia voglia di scrivere racconti brevi:</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://liblog.blogdo.net/files/2010/04/Bolano-art-writing-.gif"><img class="alignnone size-medium wp-image-11522" title="Bolano art writing" src="http://liblog.blogdo.net/files/2010/04/Bolano-art-writing--391x500.gif" alt="" width="391" height="500" /></a><a href="http://liblog.blogdo.net/files/2010/04/Bolano-art-writing-2.gif"><img class="alignnone size-medium wp-image-11523" title="Bolano art writing 2" src="http://liblog.blogdo.net/files/2010/04/Bolano-art-writing-2-391x500.gif" alt="" width="391" height="500" /></a></p>
<div class="shr-publisher-11314"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Della letteratura sperimentale e della fine</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 13:40:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hermansji</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leggendo il post di Livia, mi son venute in mente tutta una serie di riflessioni sul perché secondo me la letteratura sperimentale sia necessaria. Solo che dopo le ho appallottolate e “buttate” per davvero ma nel cestino più a tiro, perché? La verità è che ho preso una cattiva abitudine. Quando varco l&#8217;ingresso d&#8217;una libreria [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">Leggendo il <a href="http://liblog.blogdo.net/narrativa/tecniche-di-basso-livello-bortolotti/">post di Livia</a>, mi son venute in mente tutta una serie di riflessioni sul perché secondo me la letteratura sperimentale sia necessaria. Solo che dopo le ho appallottolate e “buttate” per davvero ma nel cestino più a tiro, perché?</p>
<p style="text-align: justify">La verità è che ho preso una cattiva abitudine. Quando varco l&#8217;ingresso d&#8217;una libreria è come se andassi alla prima di uno spettacolo meraviglioso ma con la sensazione che la commedia sia già finita e da troppo tempo.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-10948"></span>Osservo gli scaffali e cerco. Vado a caccia di parole come farebbe uno in attesa di qualche cosa d&#8217;importante, forse d&#8217;un miracolo abbordabile da tenere in tasca e leggere alla bisogna. Invece vedo  solo una lunga fila di gente che si aggira tra “lapidi” di carta.</p>
<p style="text-align: justify">Il libro è morto, tra sintomi e diagnosi ci ha lasciato pure troppi indizi sulla natura del suo malessere.</p>
<p style="text-align: justify">È morto perché alla prima avevano già rimosso il sentiero tra le ombre, avevano tolto il mistero della luna per una più comoda abat-jour.</p>
<p style="text-align: justify">Il libro si è messo da parte quando è stato incoronato duce il medio lettore. Forse già prevedeva che il pargolo venisse su smidollato e poco collaborativo. Avvolto del suo mantello di pigrizia, ha passato i giorni adolescenti ad imbottirsi di tutto come una medicina per non pensare.</p>
<p style="text-align: justify">Ma il nostro adulto non è nemmeno più capace di procacciarsi il cibo intellettuale, divorato dalle lancette che corrono sul quadrante del quotidiano, preferisce restare inerte e lasciarsi andare, respirare l&#8217;inferno della decadenza che ci ostiniamo a chiamare civiltà.</p>
<p style="text-align: justify">Allora, portiamo dei fiori in libreria, deponiamoli sotto le pile accatastate ed in bella mostra, sotto quei libri che ossessivamente minacciano di colpirci con le loro parole.</p>
<p style="text-align: justify">Portiamo dei fiori agli scrittori che provano ad illuderci, come fantasmi ingenui, della loro vitalità.  Anche i morti devono raggiungere una cognizione del sé.</p>
<p style="text-align: justify">Portiamo dei fiori ai lettori abbandonati, cresciuti ascoltando solo l&#8217;eco dei propri capricci ma incapaci di leggere ad alta voce per partecipare a quella magia che hanno le parole quando evocano la vita.</p>
<p style="text-align: justify">Portiamo dei fiori anche all&#8217;editoria illusa di stare dalla parte migliore della barricata, ma incapace di dar sberle ai propri scrittori ed ai propri lettori.</p>
<p style="text-align: justify">Già, portiamo dei fiori nelle librerie e restiamo in silenzio mentre levano la scenografia. Osserviamoli  scrittori, editori e lettori, finalmente senza parole, accompagnare la letteratura a morire. Osserviamoli spegnere l&#8217;abat-jour.</p>
<p style="text-align: justify">Tornerà la luna? Si forse tornerà. E qualche volta giurerei d&#8217;averla intravista mentre vagabondo di libro in libro, quando trasformo la libreria in un territorio di caccia, quando ho tanta di quella fame e di quella sete da seguire la preda, spinto dalla sola necessità di nutrire la mente.</p>
<p style="text-align: justify">Poi viene lo sconforto, quello di chi si è armato di pregiudizi, che passa ore in libreria per scegliere il suo libro. Nomi diversi ma libri tutti uguali? Possibile? Scrittori replicanti che scrivono, scrivono ma tutti allo stesso modo? E gli altri? Lettori che frignano, che impuntano i piedi perché gli editori devono assecondarli, così gli scrittori devono pensare a loro mentre scrivono. Devono costruire personaggi che rimbocchino anche le coperte a tutti questi loro infantili lettori.</p>
<p style="text-align: justify">Ma è così, da uno scaffale all&#8217;altro, che mi aspetto, prima o poi, di sentire l&#8217;esplosione di quell&#8217;ultimo colpo in canna. Attendo il momento con la paura di voltarmi in direzione del misfatto per osservare con raccapriccio l&#8217;indegno suicidio della letteratura.</p>
<p style="text-align: justify">A questo penso, quando rifletto che il libro sperimentale sia necessario, forse perché  non ha quel senso di rispetto nei confronti del suo incoronato lettore. È necessario perché non offre un appiglio su cui continuare a sonnecchiare ma uno spigolo, una strada incerta e misteriosa.</p>
<p style="text-align: justify">Il libro sperimentale, nell&#8217;ora della notte più ostile, ha il coraggio di togliere la coperta di dosso al pigro lettore e di offrirgli un risveglio sotto lo sguardo lunare.</p>
<p style="text-align: justify">Di questo mi sono convinto, che i libri, attraverso le loro pagine, devono dirci cose scomode, devono condurci al pianto o farci sorridere. Devono regalarci lo stupore inaspettato ed insegnarci a cosa serva la fatica, altrimenti restino nel silenzio delle loro tombe.<br />
.:.</p>
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		<title>Sclero d’autore</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 05:50:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hermansji</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita da autore]]></category>
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		<description><![CDATA[E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara. Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio? Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: center"><p><a href="http://liblog.blogdo.net/vita-da-autore/sclero-d%e2%80%99autore/"><em>Click here to view the embedded video.</em></a></p></p>
<p style="text-align: justify">E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara.</p>
<p style="text-align: justify">Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio?</p>
<p style="text-align: justify">Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine.</p>
<p style="text-align: justify">Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-10634"></span>Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato.</p>
<p style="text-align: justify">Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine.</p>
<p style="text-align: justify">E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può.</p>
<p style="text-align: justify">Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere di raccontarci il dolore, la gioia, non possono.</p>
<p style="text-align: justify">Devono reggere il peso della vita, devono restare calmi qualunque sia la diagnosi, qualunque sia quella violenza che tengono dentro.</p>
<p style="text-align: justify">Gli scrittori non possono perdere la speranza come noi.</p>
<p style="text-align: justify">.:.</p>
<div class="shr-publisher-10634"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Impaginazione: riflessioni sulla forma di un libro</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 12:40:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hermansji</dc:creator>
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		<category><![CDATA[tempo]]></category>

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		<description><![CDATA[A me le librerie fanno un effetto bizzarro. È un po’ di giorni che vi entro, mi innamoro ed adotto un libro che non conoscevo e, prima di ributtarmi nella routine,  perdo del tempo nel settore “proibito” agli adulti. Resto incuriosito dalle ultime fiabe peluche o libri musicali, poi esco col peso della cultura nel [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify">A me le librerie fanno un effetto bizzarro. È un po’ di giorni che vi entro, mi innamoro ed adotto un libro che non conoscevo e, prima di ributtarmi nella routine,  perdo del tempo nel settore “proibito” agli adulti. Resto incuriosito dalle ultime fiabe peluche o libri musicali, poi esco col peso della cultura nel solito sacchetto “brandizzato” e, nel tragitto di ritorno a casa, mi capita di farmi grasse domande sui massimi sistemi e sul tempo delle memorie.</p>
<p style="text-align: justify">Una di quelle, che condivido ora con voi, riguarda la forma. Perché è importante la forma in un libro? Me lo sono chiesto e, nel cercare di trovare una risposta o almeno un appiglio, sono inciampato in quella che considero una banale ovvietà. Mi riferisco al concetto di utilità, perché l’esigenza del libro, secondo me, nasce prima di tutto nel trovare la risposta ad un altro bisogno quello di conoscere, di apprendere in modo pratico ma anche di ricevere stimoli alle nostre riflessioni attraverso una discreta “compagnia” di viaggio.</p>
<p><span id="more-10424"></span></p>
<p style="text-align: justify">Così, in prima approssimazione, sono portato a pensare che il libro torni doppiamente utile all’uomo. Da una parte attraverso il nutrimento sostanziale fornito dal suo contenuto, poi anche grazie alla sua forma. Senza annoiarvi troppo con infarinature di antropologia e digressioni sull’evoluzione dei supporti alla scrittura, vi invito a considerare come, effettivamente, essa via via si sia liberata dell’ingombro/peso, penso alla scomodità di portarsi in tasca una tavoletta d’argilla o un rotolo di pelle di capra, ma anche di altri dati fisici come il tempo e lo spazio.</p>
<p style="text-align: justify">Se prima la scrittura e l’apprendimento erano necessariamente legate ad un luogo ben preciso, magari dove era collocata la pietra incisa con la legge del luogo o il testo della propaganda del sovrano di turno, la “praticità” della forma ha spinto l’uomo a cercare di condividere il sapere in forme sempre più “comode”. Da ultimo l’e-book, in senso ampio, fornisce numerosi spunti di riflessione su questo cammino della scrittura e della lettura verso “l’usabilità”.</p>
<p style="text-align: justify">Questa qualità, o maneggevolezza della lettura, fruibile anche in posti quotidiani, nella fretta degli itinerari per recarsi a scuola o a lavoro, può avere anche il significato di consentire che la forma, indipendentemente dal contenuto, entri in quella scala di valori propri delle cose utili all’uomo.</p>
<p style="text-align: justify">Il libro, in un certo senso, diventa alla portata di tutti ma non per il suo contenuto bensì per via della “comodità” dettata dal suo aspetto.</p>
<p style="text-align: justify">Ragionando così mi è venuto in mente che guardando i libri in termini di dimensioni, avventurandomi tra altezze, larghezze, margini, intestazioni, piè di pagina, rilegature forse anche il contenuto, nel tempo si è adattato al supporto diventando pratico, comodo. E mi è sorto il dubbio se nello scrivere un libro si è condizionati dall’idea e dallo sviluppo del suo argomento o dalla forma finale che esso assumerà?</p>
<p style="text-align: justify">Non avendo una risposta adatta a queste riflessioni, mi sono messo a soppesare i volumi che ho in casa e osservare le varie forme tra loro. Libri grandi ed austeri  come i volumi della Cedam, dell’UTET, della Giappicchielli, della Hoepli. Libri piccoli, stretti e lunghi come gli Iperborea o più ampi ma “classici” come quelli dell’Einaudi (tra l’altro i miei preferiti), della Zandonai o della Corbaccio, quasi quadrati come quelli editi da Nuovi Mondi. E tanti altri libri con forme variabili.</p>
<p style="text-align: justify">E visto che ogni riflessione porta con sé altre domande, ma la pigrizia non mette mai le risposte, ho cominciato a guardare al contenuto con la stessa variabilità ed immaginare la scrittura senza forma alcuna, costante ed ordinata ma esteticamente disordinata, una battaglia tra pratico e antiestetico.</p>
<p style="text-align: justify">Mi è sembrato così che la forma oltre che utile sia anche logica. In altezze diverse e in impressioni diverse, nella complessità del concetto di unità propria dell’impaginazione di un libro, ho intravisto quella che mi è apparsa come l’intensità grafica del segno e al tempo stesso delle situazioni espresse nella scrittura. I colori della scrittura, o meglio gli umori, senza cadere nell’eccesso della instabilità, in quella crisi del mondo, che ogni scrittore proietta attraverso le parole, mi sono sembrati legati anche alla forma dei libri.</p>
<p style="text-align: justify">Se è possibile definire l’impaginazione di un volume come l’attuazione di tecniche necessarie ad ottenere il prodotto editoriale, forse è possibile supporre che in qualche modo la scrittura e la lettura di oggi siano condizionate dalla forma. Non dico  semplicemente dal poter determinare l’ideale tipo di libro che sarà inviato alla stampa o salvato in un file. Ma mi riferisco a quello che il libro sollecita, ossia alla creatività, a quel vedere-sentire-sperimentare attraverso la lettura della scrittura.</p>
<p style="text-align: justify">Il libro, sebbene “formalizzato”,  non è allora statico ma sempre variabile, dove la scrittura diventa fluida, scorrevole e la lettura semplice, agevole è già in atto una stimolazione delle proprietà creative del lettore, così che le sue capacità possano sviluppare idee nuove e riflessioni personali.</p>
<p style="text-align: justify">Il libro è quindi sempre più utile ed anche la sua forma lo è. Consente di creare e creare ancora, ma anche di ricordare. In un volume il tempo non evolve come nella realtà, si ripete divaricato tra le pagine, consente al lettore di classificare, conservare e ricordare anche fatti ad esso estranei e personali, come periodi dell’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify">E così, inciampando anche nel tempo, mi sono reso conto che questo spilluzzicare una riflessione dietro l’altra ha innescato un canone di domande senza fine attorno all’utilità della forma.</p>
<p style="text-align: justify">.:.</p>
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		<title>Il Font: quale usare per inviare a un editore?</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2009 12:40:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hermansji</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eccolo lì, proprio davanti ai nostri occhi, il momento atteso è giunto. Abbiamo messo la parola fine al nostro libro e le ultime righe ci osservano dallo schermo coll’espressione dell’ &#8220;ora che si fa?”. E già, bisogna inviarlo per una valutazione e magari chissà che non venga “adottato”. Alcuni Editori accettano i file *.pdf via [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify"><a href="http://liblog.blogdo.net/files/2009/09/Georgia.png"><img class="alignleft" style="float: left" src="http://liblog.blogdo.net/files/2009/09/Georgia.png" alt="Immagine di Jim Hood (CC- by-sa)" width="100" height="118" /></a>Eccolo lì, proprio davanti ai nostri occhi, il momento atteso è giunto. Abbiamo messo la parola fine al nostro libro e le ultime righe ci osservano dallo schermo coll’espressione dell’ &#8220;ora che si fa?”. E già, bisogna inviarlo per una valutazione e magari chissà che non venga “adottato”. Alcuni Editori accettano i file *.pdf via mail, altri non si dispiacciono di averci la scrivania invasa dal cartaceo (forse per accendere la stufetta d’inverno?).</p>
<p style="text-align: justify">Ma sorge un altro dubbio, oh cavalo lo mandiamo così con il font di default con cui lo abbiamo scritto oppure cambiamo? Che font sarà indicato per finalizzarlo? Inizia la fase del terrore psicologico e noi, nostri consiglieri di fiducia, cominciamo già a spararle sempre più grosse: vedi mai che per qualche strana legge scientifica se è vero che la scrittura e la personalità sono legate, allora forse il font ha le sue colpe? Forse, per le stesse regole, è possibile che nel carattere tipografico si manifesti la nostra creatività?</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-10119"></span>Ehm, direi che è il caso di scendere un attimo coi piedi per terra e riflettere. Quale sarà mai l’utilità pratica del font? Ma certo la lettura, trasportarci sopra, come una imbarcazione, il fiume della narrazione. Torniamo lettori un attimo, una delle cose più fastidiose per chi legge è quel qualcosa che distrae, magari proprio il carattere del testo che affatica a tal punto da far smettere la lettura, nonostante le buone intenzioni.</p>
<p style="text-align: justify">Certo, anche l’occhio vuole la sua parte ed un bel carattere sembra già un bel biglietto da visita, rispetto ad uno più da fumetto o da magazine. Io, ad esempio, ho un debole per i font con le grazie, ossia quelli della <strong>famiglia Serif</strong>, che si completano, alle estremità,  con delle belle terminazioni, o gambette, a punta. Su tutti però, i miei preferiti sono il <strong>Georgia</strong> [<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/File:GeorgiaSpecimenAIB.svg" target="_blank">immagine di Jim Hood</a>, CC by sa] ed il <strong>Goudy (Old Style)</strong>, creato appunto dal prolifico Frederic W. Goudy.</p>
<p style="text-align: justify">Si, casualmente, entrambi iniziano per “g” ma differiscono molto tra loro anche se ad accomunarli v’è la loro alta leggibilità. Il Georgia è imparentato con il classicissimo  <strong>Times New Roman</strong>,  se ne differenzia principalmente per una accentuata rotondità e maggiore ampiezza, caratteristica che lo rende adatto sia per la stampa su carta che per l’uso a video. Il Goudy, nato nel 1916, ha una maggiore anzianità di servizio, se così si può dire, ed eleganza grafica ma  in proporzione al Georgia è più piccolo. Per capirci <strong>un</strong> <strong>corpo 11  del Georgia</strong> corrisponde per ampiezza ad <strong>un 14 del Goudy</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Tornando al nostro libro, conviene usare più font? Io, personalmente, direi di no. È vero che la scrittura è un fatto personale, anche quando si cristallizza nell’oggetto dell’altrui lettura, ma quella ribellione al modello di uniformità espressiva, che esiste in ogni autore, non deve far dimenticare che il libro non potrà mai essere un mezzo tutto privato, con un alfabeto nuovo ed incomprensibile. Così, anche per i suoi elementi esteriori, un libro dovrà conservare i suoi fattori di comunicazione senza che costituiscano distrazione per quanti sono chiamati a giudicare il nostro lavoro, così, se siamo partiti con il Georgia, continueremo ad utilizzarlo fino in fondo.</p>
<p style="text-align: justify">Ma c’è davvero il fondo di un libro? Uhm, per questa volta vi risparmio altre sciocchezze e, se sopravvivrò ai “gavettoni”, ci rileggeremo qui.</p>
<p>.:.</p>
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