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The dome, King

[NdE: questa recensione è la seconda sullo stesso romanzo, ma ogni lettore è differente, e differente è il suo punto di vista]

the domeQuando l’anno scorso Stephen King annunciò che il suo prossimo romanzo sarebbe stato un colosso di mille e rotte pagine l’accostamento immediato che in tutti noi Fedeli Lettori scattò automatico fu quello con altri due classici amatissimi e ipertrofici della produzione kinghiana: l’apocalittico L’ombra dello scorpione e il sontuoso It.

Inutile perciò sottolineare quanto l’attesa al varco per questa nuova fatica del Re fosse carica di aspettative. Dirò subito che questo ritorno alle proporzioni epiche di fatto non delude, anzi, ma il tempo è passato e se è vero che questo lavoro prende le mosse da un progetto abortito del 1976, allora provvisoriamente intitolato The cannibals, questo è Stephen King nel 2009, uno scrittore pessimista e incazzato, e The dome (Under the dome nell’originale) è quindi un romanzo assai diverso dai suoi predecessori.

La trama è presto detta: una piccola cittadina del Maine (Stephen torna a giocare in casa) si ritrova da un momento all’altro prigioniera di una barriera impenetrabile e trasparente, una misteriosa cupola (in inglese dome appunto) la taglia fuori da tutto il resto del mondo e la piccola comunità si ritrova isolata, in balia di se stessa e costretta ad affrontare oltre ai problemi materiali della situazione anche i propri ben più pericolosi demoni interiori.

Stilisticamente teso come una corda di violino, qui non c’è spazio per le divagazioni liriche e introspettive tanto care all’autore, l’atmosfera è programmaticamente claustrofobica e anche il lettore è costretto a confrontarsi con le miserie della natura umana che la situazione estrema porta ben presto a manifestarsi. Il primo riferimento immediato va a Il signore delle mosche di Golding, peraltro citato esplicitamente, ma King porta il tutto anche in molte altre direzioni, la sua messinscena narrativa è solo un pretesto per dare vita ad un’allegoria sull’uso del potere, sui comportamenti di massa, sulla demagogia della politica e della religione organizzata… in ultima analisi sui fianchi deboli della società americana e non solo. E peraltro inquietantemente attuali.

Spietato e pessimista, King ci parla di coraggio e viltà, di bene e male, di responsabilità individuale e dittatura, mettendoci di fronte all’orrore più grande, quello che sa celarsi nel fondo dell’animo di ognuno di noi. E nonostante tutto lo fa con un romanzo avvincente come pochi, un racconto corale dove le sorti dei molti protagonisti si intrecciano indissolubilmente fino a condurci ad un finale spiazzante ma fortemente simbolico.

Un finale che lascia spazio alla speranza naturalmente, altrimenti non sarebbe King, ma che comunque non fa sconti e lascia riflettere a lungo. Tullio Dobner, che come sempre ci traduce con passione e bravura il lavoro di King, ha detto che è un romanzo che si beve come una fresca aranciata d’estate… vero.

Sappiate solo che è un’aranciata un po’ amara. In alternativa potete sempre abbinarci un vigoroso Aglianico.

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Scritto da: tomtraubert il 26 Novembre 2009
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Il signore delle mosche, Golding

Il signore delle mosche - William GoldingÈ sempre complicato parlare di un classico, una seccatura a dirla tutta, un po’ perché con ogni probabilità si è già detto tutto, un po’ perché hai sempre il dubbio che oh, comunque l’hanno letto tutti, dai. Invece poi parli un po’ in giro e scopri che non proprio tutti l’hanno letto, Il signore delle mosche.

Che è naturalmente un gran libro, scritto da William Golding nel 1954. E altrettanto naturalmente un libro assolutamente inquietante. La vicenda comincia con un incidente aereo, in un periodo di tempo imprecisato nel mezzo di una qualche guerra mondiale, incidente dal quale si salvano alcuni ragazzi che si ritrovano così su di un’isola deserta senza alcun adulto a organizzarne l’esistenza e a garantirne la sopravvivenza.

Le premesse di un ottimo romanzo d’avventura ci sono tutte e vengono comunque rispettate ma qui c’è molto di più perché ben presto il romanzo si trasforma in una cupa riflessione sulla natura umana… non solo sulla perdita ma sull’impossibilità dell’innocenza.

I ragazzi sull’isola scoprono il lato più buio dell’animo umano, e nel giro di poco più di duecento pagine l’omicidio, il sangue, l’istinto brutale hanno la meglio su ogni tentativo di istituzione sociale.

È chiaramente una meditazione fortemente pessimista sulla profonda natura dell’uomo e sulla possibilità che la razza umana stessa possa essere salvata dal progresso e dalla ragione ma, per quanto disturbante, suona profondamente vera.

C’è una bella pagina in Cuori in Atlantide di Stephen King (un altro gran bel romanzo, by the way) in cui al giovanissimo protagonista, Bobby, viene regalata una copia del libro di Golding:
“Che cosa c’è qui dentro che potrebbe mettermi nei guai?” Contemplava Il signore delle mosche con un’emozione nuova. “Niente da far schiumare la bocca”. Rispose sbrigativo Ted. Schiacciò la sigaretta in un posacenere di latta, andò al piccolo frigorifero e ne prese due bibite. Non ci teneva né birra né vino, solo bottigliette di estratto di radici e panna in una bottiglia di vetro. “Si parla di una lancia da infilare nel sedere di un maiale selvatico, credo che quello sia il passaggio più crudo, Ma c’è un certo tipo di adulti che sa vedere solo gli alberi e mai il bosco. Leggi le prime venti pagine, Bobby. Non tornerai più indietro, te lo prometto.”

Bisognerebbe leggerlo da ragazzi? È probabile. Bisognerebbe comunque rileggerlo da adulti? È certo. Con un ottimo Sauvignon.

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Scritto da: tomtraubert il 27 Novembre 2008
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