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E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara.
Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio?
Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine.
Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena.
Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato.
Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine.
E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può.
Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere di raccontarci il dolore, la gioia, non possono.
Devono reggere il peso della vita, devono restare calmi qualunque sia la diagnosi, qualunque sia quella violenza che tengono dentro.
Gli scrittori non possono perdere la speranza come noi.
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Il nostro primo Ospite Inatteso è Alessandro Giammei, che ci regala la sua recensione di Accabadora:
Mi permetto di scrivere questa cosa in risposta ad un’esigenza personale, e lo faccio a proposito di un libro che esce per terzo da chi l’ha partorito, ma che intendo trattare deliberatamente come fosse un esordio. Un esordio che però – anticipo immediatamente la mia conclusione – è incredibilmente risolutivo, pur non chiudendo affatto e anzi aprendo una stagione letteraria: quella in cui Michela Murgia, più che addentrarsi, atterra. Si chiama Accabadora.
Il libro è, parlando alla Calvino, leggero, una vita intera in centosessanta pagine di ininterrotta azione narrativa (non una pausa, nessuna lateralizzazione descrittiva, pare un’esponenziale che attraversi l’infinito cartesiano con lo scatto atletico di chi non ha fretta: è un gesto esperto, preciso, professionale, da sarto, da sicario) ma ha una levità ingombrante, è improbabile che dove si posa non lasci traccia.
D’altronde possiede un’ineleganza espressiva incredibilmente fine, mutuata forse dalla filtrazione migliorativa di certe pagine della Deledda nelle generazioni successive (dimenticate Niffoi e pensate a Fois, per intenderci), che è stata scambiata per lingua poetica ma che mi sembra invece potentemente letteraria, romanzesca, libresca – nel senso che questo libro non sembra nient’altro, né un film, né una serie di immagini, niente che non sia un romanzo vero.
Il realismo magico costruito intorno alla vicenda di Maria, frutto di troppo del ventre di una madre poi raccolto da quello rasciutto di un’umanissima creatura mitologica, è inquietantemente intenzionale, orchestrato con perfidia. Basti pensare che nei capitoli della fuga a Torino le luci si accendono di colpo sulla pagina, sciogliendo i giochi d’ombra in uno schiocco e rivelando la varietà di registri – già chiara ma di colpo sorprendente – in mano a chi dirige l’azione. I luoghi cambiano senza essere descritti, e così ancora di più sembra di percorrerli. Torino, come la Sardegna, sulla pagina diventa lingua, è una città tradotta in scrittura.
D’altronde la Sardegna che si è tentati di mettere al centro della questione parlando di questo libro, in questo libro non c’è. L’isola popolata da esili spettri di maschilità (gli unici uomini consistenti sono esecrabili o adolescenti) e clamorose donne nuragiche (le uniche femmine negative o deboli sono le madri biologiche) non esiste, e il paese di Soreni, significativamente, non appartiene a nessuna cartina. Non si tratta della classica fantatoponomastica discreta o… beh… paracula, e non credo sia un caso che l’autrice si sia già espressa contro chi parla di luoghi inventati spacciandoli per reali. Il caso qui è diverso.
La gran parte degli avvenimenti, infatti, si svolgono geograficamente in Michela Murgia e poco distante da lei, che si è conservata, evidentemente, soggetto abitato e teatro di vicende fino al maggio scorso. In effetti la qualità dell’atto letterario è quella dell’estroflessione senza pornografia emotiva, del parto. Come già detto, dell’esordio conclusivo, della ghigliottina al cordone, del contatto tra principio ed epilogo. E parlo di tecnica, di lingua, di significante, non di una trama che, in questo senso, potrebbe ruotare sull’amore (inizio di ogni bene) e la morte (fine di ogni male) solo accidentalmente. La storia è raggiunta e modellata dell’eco della scrittura, non il contrario.
È incredibile l’alchimia scientifica tra accessibilità e letterarietà, una cosa non da poco oggi, nella stagione della fighetteria autoesiliantesi dal mercato. Lungo tutto il romanzo non si dà quartiere a cali qualitativi, eppure spesso viene da ridere (gustosissimo l’umorismo allusivo del primo capitolo, che è un gioiellino di per sé). C’è una strana e felicissima vena pop che sembra incredibilmente al suo posto in un libro che potrebbe tranquillamente starsene sullo scaffale Adelphi.
L’isola della Murgia infatti è epica e fantasy (nel senso più nobile, postsurreale), l’unico mare che c’è compare in una mente e somiglia a quello degli elfi di Tolkien, agognato e finale, ossessivo. E certi flash analettici a fine paragrafo (“allora pensava ancora che Tzia Bonaria di mestiere facesse la sarta”, “Fu meglio.”, “il tempo ci sarebbe stato”) come la costruzione avvincente che porta lentamente la protagonista insieme a chi legge a scoprire la vera identità dell’accabadora (purtroppo in parte sventata dalla pur necessaria quarta di copertina, ma chi se ne frega) fanno pensare a Stephen King, che tra l’altro spesso mette bimbi e anziani, unici depositari di una vista nitida, di fronte all’orrore (o a generarlo).
Tornando a bomba, insomma, parliamo di un libro allucinante, che come ogni opera d’arte sembra prodotto di natura, tanto incapace di semplificare da risultare semplicissimo (e mai didascalico, come nel finale, allusivo e da applauso) nell’interrogarsi sulla maternità, sull’appartenenza, sull’opportunità o meno di stare al mondo come si è. E parliamo (cioè, ne parlo io e mi prendo la responsabilità di questa idea) di un esordio.
Considerando questo, parliamo di un affronto bello e buono a chi ha presente come funziona la storia della letteratura. Di un miracolo, di una cosa che normalmente non si può fare. Dietro queste pagine c’è il mistero di certa produzione letteraria, che nasce evidentemente da un’umanità predisposta fisiologicamente. È un libro che sembra un classico. E c’è da sperare che il termine ‘capolavoro’ lo metta in testa ad un lavoro ancora lungo e da venire.
Alzi la mano chi non conosce Agatha Christie e almeno alcuni dei suoi più celebri gialli: Assassinio sull’Orient-express e Dieci Piccoli Indiani per citare nel mucchio due delle sue opere più riuscite, anche nelle loro trasposizioni cinematografiche. Quello che forse non tutti sanno è che uno dei libri meno noti ma più belli della famosa giallista è la sua autobiografia, La mia vita, uscita postuma nel 1977.
Con uno stile fresco e vivace Agatha Christie, classe 1890, racconta la sua vita rivelandosi molto diversa dalle tante dame inglesi, tutte case di campagna e tè delle cinque, che popolano i suoi gialli.
Lettrice accanita che diventò scrittrice per scommessa (la sorella Madge la sfidò a scrivere un libro che fosse all’altezza di quelli di sir Conan Doyle, che entrambe adoravano), dalla fine della prima guerra mondiale iniziò a viaggiare, prima con il marito Archibald Christie e, dopo il doloroso divorzio da quest’ultimo, da sola. Fu proprio durante uno dei suoi solitari viaggi in Medio Oriente, nel 1930, che conobbe e in seguitò sposò Max Mallowan, un archeologo più giovane di lei di quattordici anni.
Dopo le nozze la sua vita divenne veramente itinerante, al seguito degli scavi archeologici del marito nei moderni Siria e Iraq: la maggior parte dei romanzi scritti negli anni immediatamente successivi prendono così vita su tavoli di fortuna in alberghi del Medio Oriente, lontani dai salotti inglesi dove nelle sue storie fa muovere l’auto ironico alter ego letterario, la scrittrice di gialli Adriane Oliver.
Nel libro parla di tutto questo, e di molto altro ancora.
Della sua infanzia (fortunata, come la definisce lei stessa nell’incipit del libro) nell’adorata casa di Ashfield, probabilmente la parte migliore di tutta l’opera.
Dell’esperienza come infermiera al dispensario dell’ospedale durante il primo conflitto mondiale, dove maneggiando i veleni le viene l’idea per la sua prima opera, “Poirot a Styles Court”, romanzo acerbo di forte impronta holmesiana che pure fa da eccellente apripista per i romanzi a divenire presentando al mondo il celebre investigatore.
Agatha Christie è una delle autrici che ho nel cuore e questo che vi ho voluto presentare è uno dei miei libri preferiti. È stato letto varie volte, ma a ogni rilettura non posso non accorgermi di quanto questa autobiografia sia stata in realtà una promessa non mantenuta di raccontare ai lettori qualcosa di più di sé stessa.
Dice molto della sua vita nel libro, ma nel contempo cela molto di più di quello che rivela. Esso è semplicemente il racconto romanzato di una vita, nulla di più, il vero io della Christie rimane il suo ultimo mistero. Gli episodi più dolorosi (la morte della madre, la vita durante le due guerre) vengono raccontati con mano leggera, quasi sbrigativa, senza indugiare troppo sulle emozioni che li accompagnarono; uno (la grave depressione che la colpì dopo l’abbandono del marito, che culminò con la sua fuga e la sua sparizione durata diversi giorni durante i quali tutta l’Inghilterra si mobilitò per cercarla) addirittura completamente ignorato, come se non fosse mai esistito.
È un libro che si chiude con la certezza di aver ripercorso un’epoca, attraverso gli occhi di una donna estremamente intelligente che, in molte cose, precorse i tempi in cui visse. Ma con anche la sensazione di aver abboccato al suo ultimo amo: facendosi bonariamente beffe dei suoi lettori la Christie utilizza il racconto per celarsi dietro esso, esattamente come nei suoi gialli nasconde la soluzione proprio sotto il nostro naso.
Nonostante i suoi difetti rimane un romanzo piacevolissimo che consiglio caldamente a chi, non amando i classici polizieschi inglesi, probabilmente non ha letto e non leggerà mai nient’altro di suo.
Un animale, il suo diario, la vita con un bibliomane… sembra che Firmino, la tarma Marta e gli insetti di Weiss siano in buona, ottima compagnia. Nessuna causa di plagio però a questo libro, dato che è già alla nona ristampa dal 2005, e che è stato scritto da Alberto Asor Rosa.
Storie di animali e altri viventi è uno dei suoi due libri di narrativa (l’altro è L’alba di un mondo nuovo) e affronta il tema della convivenza di pelosi umani e pelosi quadrupedi dalla prospettiva di questi ultimi.
Se gli altri testi che ho citato sull’argomento oscillano tra la fiaba, la satira ed il pulp (in stretto ordine), questo è quasi un’autobiografia ironica scritta con un’ottica rovesciata, vista dal basso dei quattrozampe.
Gli umani sono anche questa volta comprimari, destinati ad essere analizzati impietosamente secondo due prospettive e due filosofie apparentemente divergenti, quella del gatto e quella del cane di casa. Ma lungo il romanzo le due coscienze sono destinate a scontrarsi, incontrarsi e, in qualche modo, unirsi.
Giappone, animali, lettura, cultura, e già dalle prime pagine è stato un colpo di fulmine: trovare i miei argomenti preferiti dispiegati nell’arco di una ventina di pagine ed in un modo così frizzante non poteva che conquistarmi.
Asor Rosa, poi, è abilissimo nel tratteggiare le differenze psicologiche principali delle due razze di cui ci parla, cani e gatti, senza cadere negli stereotipi diffusi sui loro atteggiamenti e sulla loro intelligenza; con grande sensibilità racconta emozioni ed esperienze del vissuto comune di questa famiglia mista.
Il brio diminuisce un poco verso la fine, lasciando il posto a riflessioni più mature, su convergenze e divergenze tra le specie e sui temi universali, come è consono ad una biografia che accompagna dalla nascita alla fine della vita.
Su stile e scrittura ho poco da dire: Asor Rosa è meritatamente famoso e dilungarsi qui sarebbe futile.
Un bel libro per chi ama gli animali, per chi li capisce o li vorrebbe capire, per chi ogni tanto non si ricorda che non sono umani ed è bello così.